Il mondo mediorientale, e in particolare arabo, è interessato da una delle più imponenti ondate rivoluzionarie degli ultimi decenni, sicuramente la più importante dalla fine dalla stagione dei colpi di Stato ripetuti in Egitto, Siria, Libia, Yemen e Iraq negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Quei tipi di instabilità, d’altro canto, erano stati quasi sempre provocati da élite di potere, appartenenti alla classe militare, che miravano a rovesciare gli equilibri esistenti, mentre qui si tratta di movimenti di protesta che, in un certo senso, stanno cercando di spazzare via la classe dirigente formatasi in seguito a quegli stessi avvenimenti.

Ciò detto, al di là di questo inquadramento storico, vi è da sottolineare come vi sia una porzione di Medio Oriente in cui le rivolte sembrano quasi non essere arrivate. O sono state arginate per tempo e grazie ad alcuni sotterfugi di carattere politico ed economico e all’appoggio tacito della maggiori potenze globali. Quella porzione è il Golfo Persico, soprattutto nel suo lato Ovest, vale a dire le monarchie, gli emirati e i sultanati (come nel caso dell’Oman) arabi. In tale contesto, l’Arabia Saudita può essere presa a modello di realtà in cui tutto sta cambiando, affinché tutto resti come adesso. Cioè, in perfetta continuità con le politiche adottate dai Paesi del Golfo negli ultimi decenni, come prima.

Vi è un motivo se, in controtendenza rispetto a gran parte dell’opinione pubblica e della stampa mondiale, in particolare la classifica dei cento pensatori globali del 2011 di Foreign Policy, la nostra classifica non presenta le cosiddette “donne pilota” saudite, vale a dire quel movimento che mira a ottenere la parità dei diritti tra i due sessi in terra saudita, in cui alle donne, tra le altre cose, è fatto divieto di guidare l’automobile (unico Paese al mondo a prevedere tale bando). Il motivo non è tanto nel fatto che non si tratti di movimenti o persone che meritano di essere menzionate, per via della loro lotta coraggiosa, in un ambiente a loro così ostile. Piuttosto, e non è colpa loro, il motivo sta nella mancanza di reale cambiamento della politica e della società saudite a fronte delle istanze rivendicate dalle loro donne. Esaltare non tanto le donne pilota dell’Arabia Saudita, quanto la loro incisività sulle scelte politiche della famiglia reale dei Saud, vorrebbe dire relegare la condizione femminile e di alcuni dei diritti politici e civili fondamentali del Paese alla loro eterna negazione.

Mi spiego meglio. in seguito alle azioni dimostrative delle donne saudite e, in senso più ampio, alle proteste (latenti e non) di parte della società civile contro quello che è ritenuto uno dei sistemi più autoritari al mondo, e in un clima di “Primavera araba” che avrebbe rischiato di mettere in discussione le stesse autorità saudite, la famiglia reale ha preso alcuni provvedimenti. Tali provvedimenti vanno dalla promessa di maggiori diritti, ad alcune scelte più simboliche che reali, volte ad attirare gli elogi della stampa internazionale da un lato e, dall’altro, a prendere tempo e far passare l’onda lunga della primavera araba, senza dover subire scossoni interni. Il Re Abdullah ha, per esempio, promesso alle donne il diritto di voto passivo e attivo, laddove le donne non possono partecipare al processo elettorale del Paese. Ma, nonostante siano previste elezioni per il 2011, l’entrata in vigore di tale permesso è posticipato al 2015. C’è da scommettere che, entro quella data, la parola di oggi possa essere rimessa in discussione. Inoltre, tale misura non sarebbe accompagnata da alcun provvedimento volto a migliorare realmente la condizione femminile a Riyadh e dintorni. Il voto della donna sarebbe, infatti, comunque vincolato al permesso concessole o meno dal marito (o dal padre, o dal fratello, a seconda di chi sia l’uomo di casa). Inoltre, già si sprecavano le battute del tipo: “puoi votare, ma se non puoi guidare, come ci vai al seggio?”, sintomatiche del paradosso delle supposte “aperture” al mondo femminile.

Allo stesso tempo, sul piano economico, i sauditi hanno distribuito alla popolazione ben 36 miliardi di dollari in sussidi di vario tipo, mentre l’Europa affanna per trovare i miliardi necessari per sanare i propri debiti e salvare la moneta unica (all’Italia basterebbe meno del “pacchetto salva-regime” dell’Arabia Saudita per prendere respiro e uscire dall’attuale crisi). Ciò è sintomatico dell’opulenza di questi regimi e della loro possibilità, nel momento del bisogno, di comprare letteralmente la sudditanza della popolazione. Tale politica ha del resto salvato tutti i grandi produttori petroliferi grazie al contratto sociale del “no taxation, no representation”, con la sola eccezione della Libia, in cui però è stata l’ingerenza esterna a determinare la destabilizzazione del sistema.

Ora, come si diceva prima, osannare le politiche di aperture e supposte riforme dell’Arabia Saudita (così come di altri Paesi del Golfo) nei confronti della popolazione, anche se si è coscienti del fatto che si tratta di politiche di facciata senza sostanziale incisività sulla condizione dei diritti politici e civili, vorrebbe dire far finta che ci troviamo davanti a un modello di modernizzazione e democratizzazione. E perpetrare la condizione attuale degli oppositori e delle donne saudite, tramite la rappresentazione di un Paese che sta cambiando. In questo modo le questioni del rispetto dei diritti fondamentali cadrebbero di fronte alla nuova immagine riformista ritagliata per la monarchia saudita. Ma l’Arabia Saudita attuale non è diventata all’improvviso il paradiso dei diritti umani. In Italia dovremmo conoscere bene quanto sia impietoso il meccanismo che si instaura nel momento in cui, per anni, ci auto-convinciamo che tutto va bene. La prova la stiamo vedendo in questi giorni. E allora, sarebbe meglio continuare a fare pressioni per dei cambiamenti reali, piuttosto che accontentarsi di perpetrare la notizia della donna che si mette al volante e del regime che promette vaghe riforme.

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