L’Europa della moneta unica é in crisi e il taglio del rating del debito di Francia, Italia e del EFSF con l’aggiunta di altri paesi dell’area euro evidenzia quanto la situazione sia grave. Non è tuttavia l’unico tema all’ordine giorno del prossimo Consiglio Europeo di fine gennaio. La situazione in Ungheria mette in evidenza come la riunificazione del continente europeo derivante dall’allargamento non prevenga affatto il rischio di rigurgiti nazionalisti o perfino autoritari e di come l’Europa sia scarsamente attrezzata per farvi fronte.
Il Primo Ministro Ungherese Viktor Orban, leader del partito conservatore Fidesz (unione civica) e membro del PPE, sembra aver preso una netta deriva autoritaria. Grazie alla maggioranza dei due terzi in Parlamento, ottenuta nel 2010 grazie ad una sonora sconfitta della sinistra ex comunista, ha recentemente adottato delle leggi illiberali e modificato la Costituzione in chiave dispotica. Già durante la Presidenza di turno ungherese lo scorso anno, Orban era stato fortemente contestato dalla Commissione e dal Parlamento europeo per una legge sui media che limitava la libertà di espressione, obbligando i giornalisti ad equilibrare notizie positive e negative secondo il giudizio del governo. La stessa discrezionalità offre a Orban la libertà di stabilire quali testate giornalistiche abbiano accesso al mercato pubblicitario per finanziarsi.
La popolazione ha inaugurato l’anno manifestando il suo malumore contro il governo, ma resta inascoltata. Compiaciuto nell’aver riconciliato l’Ungheria con il suo passato di potenza mitteleuropea a baluardo della cristianità, Orban non si cura del dissenso. La nuova Costituzione ungherese, (riscritta per la prima volta dopo la fine del comunismo) penalizza il ruolo delle minoranze, ristabilisce i sacri valori “Dio Patria e Famiglia” e rafforza i poteri dell’esecutivo a scapito della corte costituzionale e più in generale della magistratura. Di conseguenza, il pensionamento forzoso a 62 anni di 200 giudici è stato interpretato dall’opinione pubblica internazionale come una messa in mora del terzo potere da parte dell’esecutivo, che già dispone del legislativo a suo piacimento. Come se non bastasse, la nuova legge elettorale interviene con una perfetta azione di gerrymandering per ritagliare i collegi elettorali a favore del partito di governo e assicurare la sua continuità per i prossimi mandati.
La situazione è quindi critica perché evidenzia come il paese non abbia ancora assorbito i valori della tolleranza, pluralismo e diritti delle minoranze propri della cultura europea, che vanno ben oltre una semplice democrazia intesa come dittatura della maggioranza. È questa l’opinione ad esempio del leader dei parlamentari verdi a Strasburgo Cohn Bendit o del liberale Guy Verhofstadt, che ha proposto di inviare una delegazione parlamentare per verificare i rischi per la democrazia. Viktor Orban, sopraggiunto a Strasburgo giovedì per difendere la sua costituzione, si è limitato a denunciare come la situazione come figlia del complotto della sinistra internazionale. In quanto opinione, certamente opinabile.
Anche la Commissione europea ha sollevato pesanti interrogativi rispetto queste iniziative del governo magiaro ed ha aperto una procedura di infrazione a riguardo secondo l’articolo 7 del Trattato. È da ricordare il precedente austriaco del 1999 quando Jorg Haider era pronto ad entrare al governo come junior partner della democrazia cristiana austriaca, ma fu stoppato da un’azione del Consiglio europeo. La situazione ora è tuttavia diversa: la maggioranza dei partiti al governo in Europa fa parte del PPE come Victor Orban e il rischio di un isolamento di Budapest potrebbe radicalizzare le istanze e il consenso del partito Jobbik, seconda formazione parlamentare magiara molto vicina all’ideologia nazifascista e sostenitrice dell’uscita dell’Ungheria dall’Unione Europea.
Il vero pomo della discordia è però la relazione tra il governo e la banca centrale. Nella nuova Costituzione il governo avrebbe il controllo anche su questa autorità indipendente, qualcosa di veramente inaccettabile sia per le istituzioni europee che per i mercati. L’Europa è intervenuta, ma solo indirettamente, penalizzando Budapest per le sue cattive performance economiche e lo scarso rigore nei conti. Gli strumenti d’azione per la Commissione europea sono limitati non essendo Budapest parte dell’Eurozona e quindi svincolata ai criteri di Maastricht. Ciononostante deve ottemperare alle nuove norme previste dal six pack sulla governance economica che, infatti, sono state immediatamente applicate. Nei fatti si è avvertito Budapest che se non arrivasse presto una politica di rigore nei conti, i trasferimenti dei programmi comunitari saranno ridimensionati.
Ben prima però che queste misure saranno operative si sono mosse le borse. D’altra parte, se la realpolitik vale più delle norme scritte nei trattati, il potere delle borse é ben più terribile. Il fiorino ha sofferto negli ultimi tre mesi di una svalutazione del 15% e il FMI ha minacciato di rendere più severe le condizionalità del prestito che l’Ungheria ha già chiesto nel 2008 a seguito della crisi finanziaria per non finire in bancarotta. Qualche segno di inversione di rotta c’è stato: Orban ha promesso di emendare la norma sulla banca centrale. Per le altre questioni, più strettamente politiche, non molla. Le procedure di infrazione aperte dalla Commissione potrebbero non essere sufficienti e avere controindicazioni sul piano politico. Senza un chiaro supporto degli stati membri sul piano politico, l’Europa sembra avere delle pistole scariche, malgrado voglia forzare la mano.





































Matteo Minchio
Nato a Mariano Comense nel 1983, é cofondatore de Lo Spazio della Politica, coordinatore del team LSDP di Bruxelles e lavora alla Commissione Europea. Per LSDP si occupa di geopolitica dell’Unione Europea e delle relazioni tra stati membri e istituzioni comunitarie.