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Deng Xiaoping, altro che Steve Jobs

di Alessandro Aresu · Leave a Comment · in Limesonline, Politica globale · 30 gennaio 2012

Silvio Berlusconi non avrebbe avuto bisogno dei tacchi per svettare su Deng Xiaoping, l’ometto del Sichuan che misurava un metro e mezzo scarso. Dobbiamo a Thomas Carlyle la codificazione popolare della “teoria dei grandi uomini”: al di là della statura, alcuni personaggi, siano essi artisti, scienziati, maghi, politici, atleti, paiono svettare sulla comune umanità e imprimere il loro segno della storia. Li chiamiamo “eroi” o “miti”. L’accentuazione delle biografie è una direzione da tempo presente nel racconto della storia, da Napoleone a cavallo che passa per Jena, fino a giungere alla prestazione di un Michael Jordan febbricitante nella finale del 1997 contro gli Utah Jazz di Stockton e Malone.A Deng Xiaoping, la cui azione politica ha contribuito all’uscita di centinaia di milioni di esseri umani dalla povertà assoluta, importava pochissimo di tutte queste faccende. Non ha mai scritto un’autobiografia e non si sarebbe interessato alle sue biografie. Conosceva sulla sua pelle i danni del culto della personalità e non aveva voglia di farci ricascare la Cina. Conosceva la storia: canzoni su Mao, libretti rossi, e poi suo figlio Deng Pufang perseguitato dalle Guardie Rosse e reso disabile. Nonostante questa limitazione delle pretese, l’assenza di un’accurata biografia di Deng Xiaoping era una grave lacuna per la comprensione del Novecento, ora colmata appieno dal lavoro monumentale e pluridecennale di Ezra F. Vogel con le 876 pagine di “Deng Xiaoping and the Transformation of China”.

Vi apprendiamo che Deng non è mai tornato nel suo villaggio, lasciato a sedici anni per andare in Francia. Lo spirito di comunità non ha mai superato le due cose a cui si riteneva massimamente fedele: l’amore per Partito (di cui non parlava troppo nemmeno con i suoi familiari, a loro volta membri del Partito) e per la Cina. Ovviamente, secondo la sua ideologia, le due cose andavano insieme. Perché Deng ha un posto nella storia? Secondo Vogel, “in breve, aveva davanti una sfida senza precedenti: nessun paese comunista era mai riuscito a riformare il proprio sistema e a produrre una crescita economica rapida. Figuriamoci un paese con un miliardo di persone che si trovavano nel caos”. Invece, Deng ha avuto successo.

Anche se aveva provato a ottenere un’educazione migliore in Francia, senza avere le risorse per accedervi, Deng non disprezzava gli intellettuali, al contrario di Mao. Tornato nel 1976 a compiti di responsabilità politica, Deng chiese di avere compiti speciali nella scienza, nella tecnologia, nell’educazione, perché considerava la scienza la prima e cruciale delle quattro modernizzazioni (dell’agricoltura, dell’industria, della difesa) che avrebbero cambiato la Cina. I suoi viaggi in Giappone e negli Stati Uniti sono stati caratterizzati (oltre che dal dono di quegli straordinari strumenti di “potere morbido” che sono i panda giganti) dalla curiosità intellettuale, senza nessuna spocchia, ma con la consapevolezza della povertà e delle potenzialità della Cina. Senza paura della “fuga dei cervelli”, dato che si adoperò per mandare migliaia di studenti negli Stati Uniti. Gli stessi studenti che, solo un decennio prima, sarebbero senz’altro finiti in Mongolia Interna ad allevare cavalli. In una conferenza con i presidenti delle università americane nel 1974, Deng disse: “Non sono mai stato all’università, ma ho sempre pensato di stare nell’università della vita, fin dal giorno in cui sono nato. Non esiste una data della consegna dei diplomi, se non quando incontrerò Dio”. Diciamo la verità: altro che Steve Jobs!

Deng aveva tre vizi: le amatissime sigarette Panda, l’alcol, sputacchiare. Li amava e praticava molto tutti e tre. Se Mao si atteggiava a imperatore che elargiva le sue poesie ai comuni mortali, a Deng interessavano solo i paradisi – o meglio i purgatori – terrestri. Al posto dei sogni balordi del Grande Timoniere, il Piccolo Pragmatico sceglieva i fatti con convinzione. Quelli realizzabili nel primo stadio del socialismo, che sarebbe durato a lungo, molto a lungo, dato che la Cina ha una storia millenaria e può permettersi di aspettare. Anche nell’eccessiva attesa, però, c’erano pericoli, dato che non ebbe remore a contrastare Chen Yun e i sostenitori delle caute aperture dell’economia.

Chissà come sarebbe andata a finire se, tra gli anni ’70 e gli anni ’80, fosse iniziata la campagna per “rottamare il compagno Deng Xiaoping”. Nei dibattiti correnti sull’età del pensionamento si omette spesso l’età in cui Deng Xiaoping tornò al lavoro negli anni ’70: 72 anni, a cui sono seguiti più di 15 anni di lavoro. Deng era mezzo sordo, perciò la sua occupazione consisteva principalmente nella lettura e nella redazione di alcuni documenti, oltre alle performance con i leader mondiali. Era inoltre già attrezzato per Twitter, dato che i numerosi aforismi, a volte apocrifi, forniscono un’ottima descrizione della sua personalità e avevano la capacità di spiegare divertendo. Vogel osserva correttamente che se Deng si fosse limitato a dire “l’ideologia non è molto importante”, avrebbe suscitato grandi controversie, mentre la sua “teoria del gatto” faceva sorridere, nonché vendere ad alcuni dei primi imprenditori cinesi le decorazioni del gattino, bianco, nero o dorato. La sua arguzia, “wit”, degna di un personaggio di Shakespeare, si univa però a una determinazione ferrea e talvolta spietata.

Deng era pronto a sacrificare i suoi sottoposti per la sua strategia fatta di prove, errori, apprendimento. E aveva una spiegazione pronta per chi, come Henry Kissinger davanti a Zhou Enlai, si emozionava per il grande mistero della civiltà cinese: “Non è difficile capire la Cina: Mao era un soldato, Zhou Enlai era un soldato, anch’io sono un soldato”. Per questo apprezzava le domande dure, come quelle che ebbe occasione di porgli Oriana Fallaci. E l’unica posizione che Deng, da leader effettivo della Cina, riservò per sé, fu la presidenza della Commissione Militare Centrale. Era tavolta duro e inflessibile, come nella sua posizione sui fatti di Tienanmen, di cui Vogel fornisce una versione che può essere confrontata con quella di un altro testimone come il premier dimissionario Zhao Ziyang. In sintesi, “Deng Xiaoping and the Transformation of China”, con le sue note storiche e critiche, con i suoi apparati e una bibliografia così vasta da finire online, è un libro straordinario. La grande biografia di un uomo a cui non interessava essere grande.

(immagini da UPI.com, China Daily)

Tagged with: Cina • deng xiaoping • ezra vogel • Steve Jobs 
Alessandro Aresu
Autore

Alessandro Aresu

Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e responsabile relazioni esterne de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, di geopolitica e di satira.

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