America2012: di nuovo al centro della scena?
La scena internazionale del 2012 vedrà senz’altro il ritorno degli Stati Uniti. Il declino americano, ormai in parte metabolizzato negli slogan e nelle copie vendute dei best-seller, è rallentato dalle prospettive grigie (per non dire nere) dell’Europa, oltre che dalla fine della frenesia dei paesi emergenti ed esportatori. In questo contesto, le presidenziali saranno l’evento politico mediatico dell’anno, e tutto il mondo vorrà sapere se quello che un tempo era definito il “Presidente del Mondo”, Barack Obama riuscirà ad afferrare la rielezione. Le direttive principali su cui possiamo leggere gli Stati Uniti del 2012 sono tre:
Ancora centrismo senza governo?
Se la contrapposizione tra 1% e 99% è stato uno degli slogan più forti dell’America del 2011, potremmo dire che al 99% il Presidente degli Stati Uniti sarà un centrista, perché sarà o Obama o Romney. Entrambi hanno problemi a galvanizzare la loro “base”, ma quest’idea di base appare sopravvalutata, perché le elezioni presidenziali negli Stati Uniti non si vincono né col Tea Party né con Occupy Wall Street. Si vincono al centro, senza alienare completamente le estreme, che sono fortissime nella capacità di imporre temi nell’agenda ma non riescono a spostare la nazione da una parte o dall’altra, al contrario del voto etnico, in particolare ispanico. Detto questo, non dobbiamo pensare che una presidenza votata alla “gioia incontenibile di essere democristiani” possa risolvere i problemi degli Stati Uniti, se l’orizzonte fondamentale rimane la polarizzazione. Pensiamo al primo mandato di Obama e all’entusiasmo elettorale. Quest’ultimo non mancherà anche nel 2012. Anzi, sta già scaldando i motori. Tutti gli esperti di campagne elettorali già pendono dalle labbra di David Plouffe e andranno in cerca di nuove lezioni, anche se stavolta l’Europa avrà altro a cui pensare e non avrà tempo per innamorarsi. Nel mentre, Wall Street finanzierà di tutto e di più, perché la legge consente di oltrepassare tutti i record e di alimentare e aumentare un meccanismo di corruzione soft. Probabilmente si tratterà di un grande spettacolo che non servirà a nulla, perché nella crisi del processo politico americano il momento elettorale è rilevante fino a un certo punto. La vera audacia è governare, non vincere. La sfiducia popolare nel Congresso non si traduce nel cambiamento del “modo in cui funziona Washington”. Non esiste il Presidente Bartlet, e soprattutto nel mondo reale non esiste Leo McGarry che tratta col Congresso e sacrifica la sua vita per il Paese, ma Rahm Emanuel che fa un pessimo lavoro e si rifugia a Chicago. Emozionarsi per le elezioni (e per West Wing, che sarà sempre meglio) è una cosa, portare a casa il budget, un piano di stimolo per l’occupazione, una vera legislazione finanziaria, come si è visto, è un’altra. Il futuro dell’America è affidato a queste speranze prosaiche che poi si traducono nei numeri dell’economia, nella coesione sociale e nella capacità di ripagare i propri debiti: questo vale per i democratici e per i repubblicani, fino a quando non si esce dalle chiacchiere e si converge sull’interesse nazionale.
Disoccupazione stupida e potere scaltro
Vi ricordate la green economy? Vi ricordate Al Gore? Che fine hanno fatto i posti di lavoro “verdi” che avrebbero risollevato l’economia americana, anche grazie al Recovery Act di Obama? Anche se non si prende la posizione critica di Walter Russell Mead sulla retorica “blu” dell’economia verde, possiamo dire che questa promessa non è stata mantenuta. Questo fronte della crescita cool non ha pareggiato le prospettive del Web 2.0 (il 2012 sarà anche l’anno della quotazione di Facebook, dove si “parrà la sua nobilitate”), e lo scandalo Solyndra ha colpito al cuore le lobby verdi. Nel mentre, l’energia – in particolare se consideriamo il dossier gas – può comunque rivelarsi un vantaggio comparato per gli Stati Uniti rispetto alle altre potenze, se ci sarà la capacità di amministrazione e di investimento necessaria. Per questo serve una visione strategica, che, se sembra mancante sul piano economico, anche per i problemi del processo politico, è invece più chiara in politica estera. Il “potere scaltro” (questa la traduzione efficace di Germano Dottori dello “smart power”) nel 2011 ha raggranellato un bilancio positivo. Citiamo alcuni elementi, che rendono ben più difficile attaccare Obama sulla politica estera, piuttosto che sulla disoccupazione: il ritiro da scenari di guerra, con la limitazione del sovraccarico del potere americano, senza totale dismissione ed abbandono; l’uccisione di Osama Bin Laden; il cambio di regime in Libia senza eccessivo spargimento di soldi; la detonazione della “bomba” di Wikileaks che, a parte il trattamento di Bradley Manning, ha colpito altri Paesi, non gli USA; la gradita defenestrazione di Berlusconi in una nazione europea decisiva; la confusione in Russia. Nel 2012, che si apre con la tensione nello stretto di Hormuz e con gli accordi valutari tra Cina e Giappone, si dovrà verificare quanto questa nuova strategia sia in grado di governare le nuove sfide.
Sopravvivere al decennio
Nel vortice della crisi del 2008, John McCain aveva gettato al vento le sue (poche) possibilità di conquistare la Casa Bianca anche pronunciando la frase “The fundamentals of our economy are strong”. A che punto sono i “fondamentali” dell’America, adesso? Alla retorica delle presidenziali e alle sue citazioni obbligate, dell’America che può rialzarsi, che è una nazione unica, che non ha svenduto il suo sogno, al di là del character assassination dell’avversario, si può affiancare un cauto ottimismo. I motivi principali stanno nella debolezza dei competitor (soprattutto Europa e Russia) e in alcuni fattori sottovalutati, come la demografia. In questo decennio, gli Stati Uniti hanno davanti la sfida di riuscire a conservare la loro promessa nel cambiamento, che non è lo slogan di Obama ma una prospettiva concreta: diventare più messicani, perché ci saranno più messicani. Quando Andrew Bacevich, nella sua continua e coerente critica alla “lunga guerra” americana dell’ultimo decennio, diceva che se proprio l’America deve impegnarsi a “mettere a posto” una nazione, deve concentrarsi sul Messico, affermava una sacrosanta verità, dato che l’immigrazione e il cartello delle droghe sono questioni che affondano nel presente e nel futuro prossimo degli Stati Uniti. Lo testimonia anche l’ironia di “South Park”, che in una puntata del 2011 ha inserito la scena madre degli immigrati messicani che scappano dall’America percorrendo la cortina nella direzione opposta, con la motivazione che “ormai da noi fa più schifo che da loro”.
Se riusciranno a sopravvivere a questo decennio, tuttavia, gli Stati Uniti si confronteranno con potenze che rischiano di diventare vecchie prima di diventare ricche in modo diffuso, come la Cina. La società americana, invece, resterà ancora sufficientemente giovane da pensare di poter pagare molti dei debiti sempre più rilevanti che scarica su nuove generazioni arrabbiate. Le contraddizioni della società possono tornare a essere produttive. L’America rimane attraente e prolifica, anche per il ruolo fondamentale delle comunità religiose. Basta contare il numero di figli dei candidati repubblicani per rendersene conto. Huntsman e Santorum guidano la pattuglia con 7 figli a testa; Bachmann, Paul e Romney sono a 5; solo Perry, fanalino di coda, è fermo a 2 come Obama.



































Alessandro Aresu
Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e responsabile relazioni esterne de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, di geopolitica e di satira.