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Il 2012 visto dalla Cina

di Alessandro Aresu e Elena Premoli · Leave a Comment · in BRICS e Paesi emergenti, Politica globale · 17 gennaio 2012

Il 2012 segna per il Dragone l’ingresso nell’anno del Drago. Non è un gioco di parole, ma il ripetersi di una tradizione astronomica che, in Cina, associa ad ogni annata un segno zodiacale. Il Drago è, tra i dodici, il solo animale mitologico e per i cinesi è il simbolo imperiale, della ricchezza e del potere. Dobbiamo dunque aspettarci buoni auspici dal 2012 sotto l’egida di Pechino? 


Cambio al vertice

Sicuramente sarà un anno di passaggi importanti per la Cina. In primo luogo, ad ottobre, ci sarà una transizione di poteri al vertice: il cambio di leadership coinvolgerà il segretario del Partito, il Presidente della Repubblica Popolare, il Primo Ministro e alcuni membri del Politburo. Non sentiremo dunque più parlare di Hu Jintao, ma di Xi Jingping (sotto una sua immagine), rappresentante del gruppo politico de I Principi Rossi e figlio di Xi Zhongxu, imprigionato durante la Rivoluzione Culturale. Il ruolo di Wen Jiabao sarà probabilmente assunto dall’attuale vice Premier, Li Keqiang. Sarà un passaggio fondamentale per i vertici cinesi, che potrebbe aprire nuovi fronti, sia in politica che in economia. Di recente, infatti, proprio Li Keqiang ha auspicato una crescita della domanda interna per permettere l’armonia economica tra i confini del Paese. Due altri personaggi da tenere d’occhio per il 2012 sono Bo Xilai, il carismatico segretario di partito dell’immensa Chongqing, che ha scosso il partito con il suo carisma e le campagne anticorruzione, e Wang Qishan, per verificare se il delicato dossier del G2 continuerà a essere affidato principalmente a lui.

In politica interna, il 2012 potrebbe essere anche l’anno di consolidamento di due trend fondamentali che hanno caratterizzato la politica cinese del 2011. Il primo riporta al terribile incidente di Wenzhou e alle indagini sulla corruzione sempre più frequenti. Anche in Cina, ormai, esiste una “casa” dolente per la politica:  Caixin Century ha infatti pubblicato le foto della casa acquistata interamente nel 2002 a Los Angeles da Zhang Shuguang, ufficiale del ministero delle ferrovie definito il principale architetto dei treni superveloci cinesi. Al tempo, Zhang Shuguang guadagnava circa 2.200 yuan al mese e il valore della casa ammontava a circa 7 milioni di yuan. Il secondo punto riguarda l’impatto a lungo termine delle proteste per la democrazia (la cosiddetta “rivoluzione gelsomino” nell’onda lunghissima del mondo arabo, in realtà sopravvalutata) e per le condizioni dei lavoratori, su cui anche all’inizio del 2012 sono giunte preoccupanti notizie dalla fabbrica di Foxconn a Wuhan, capitale della provincia di Hubei.

Nella politica di vicinato, il 2012 sarà, in generale, un anno di grandi appuntamenti elettorali, a cui il Dragone guarderà con attenzione: andranno alle urne tra gli altri francesi, russi, statunitensi, mentre, per quanto riguarda l’area asiatica sarà importante per la Cina il passaggio elettorale di Corea del Sud e Taiwan. Il mantenimento degli equilibri regionali si tradurrà, per Pechino, in un’altra sfida da continuare a giocare, soprattutto alla luce della recente scomparsa del “Caro leader” Kim Jong-il. Il delfino non ha ancora trent’anni e la sua inesperienza, così come la riluttanza nordcoreana nel farsi dettare le linee politiche dagli altri Paesi, potrebbero portare a una situazione precaria proprio al confine dell’Impero di Mezzo.

Made in ItalCina

Per quanto riguarda i rapporti Italia-Cina, la primavera del 2012 dovrebbe vedere l’inaugurazione della piattaforma made in Italy a Shanghai. Infatti, dopo il grande successo del Padiglione Italiano durante l’Expo 2010, si è pensato a una riconversione di quegli spazi per promuovere una struttura permanente capace di celebrare il nostro life style e di rafforzare le relazioni sino-italiane, sia dal punto di vista commerciale che culturale.

Non è improbabile che il 2012 veda il rafforzarsi di collaborazioni strategiche e acquisizioni cinesi su settori strategici per i nuovi ricchi cinesi, di cui l’accordo di Ferretti rappresenta un importante esempio. Il 2011 in Italia è stato anche caratterizzato dalla speranza per la “salvezza cinese”. Tuttavia, come ci ha detto Michael Pettis nella sua intervista per LSDP, la credenza che la Cina possa salvarci è illusoria. D’altra parte, vista l’incertezza europea davanti alle diverse prospettive di aree del mondo (a partire anzitutto dalla crescita africana), sembra allontanare alcune ipotesi roboanti e di enorme impatto geopolitico come l’ingresso cinese nei nostri “gioielli di Stato” . D’altra parte, proprio quest’incertezza di fondo non deve portare a escludere nessuna ipotesi.

La Cina e la crisi

Il 2012 dell’economia sarà segnato in ogni caso dagli influssi negativi della crisi, nella quale Pechino continuerà a farla da protagonista, quale motore per la crescita del PIL globale. Tuttavia, come ha notato Andrew Sheng, nel 2011 economie come l’India e la Cina, cresciute del 7-9% l’anno, hanno visto rispettivamente una caduta dell’indice Sensex del 24,6% e del 21,7%, anche se la borsa di Hong Kong nelle quotazioni ha superato gli Stati Uniti. La crisi accentua la preoccupazione di un hard landing cinese, legato in particolare alla crescita del debito a livello locale, che potrebbe arrestare. Come è noto, il “collasso della Cina” è un tema che fa capolino tra articoli e libri da più di vent’anni, seppure con il divario intellettuale che separa un Gordon Chang (autore di “The Coming Collapse of China” nel 2001, che recentemente ha scritto che il crollo avverrà proprio nel 2012) da un Minxin Pei (tradizionale critico della sostenibilità del sistema politico cinese).

Il futuro della crescita cinese, perciò, non è già scritto, dato che, pur in un trend di lungo termine positivo, dipende dall’intersezione di numerosi fattori, tra cui il contesto internazionale, la demografia, i processi tecnologici, la coesione sociale, la leadership politica, la domanda esterna e interna, gli squilibri internazionali e le politiche valutarie. Il riequilibrio tra investimenti e consumi interni è al centro di alcune critiche classiche dell’economia cinese, come quella dello stesso Michael Pettis. Proprio all’inizio del 2012, il Financial Times si è chiesto se la Cina stia già operando un riequilibrio di fondo. Secondo Justin Yifu Lin, il nostro global thinker del 2009, vice-presidente e capo economista della Banca Mondiale, la Cina può guardare avanti con relativa fiducia per i prossimi vent’anni, dato che può contare sul “vantaggio dell’arretratezza” nella doppia natura di nazione in via di sviluppo e nazione ormai emersa e influente come potere economico internazionale: se si concentrerà sulle politiche necessarie per colmare il gap tecnologico con le altre potenze, la Cina ha ancora ampio spazio di crescita. Perciò la visione delineata da Justin Yifu Lin per il nuovo decennio è quella del “Gigante dell’Innovazione”. D’altra parte, egli stesso riconosce gli squilibri essenziali della Cina, che riporta non solo alla necessità di maggiori investimenti legati alla domanda interna, ma anche alle sempre più cocenti disuguaglianze interne e ai costi ambientali. Sono principalmente le riforme legate a queste esigenze, fuori dall’ossessione per i consumi interni, che devono essere intraprese secondo il capo economista della Banca Mondiale, dando sostanza all’approccio di “armonia sociale” rivendicato nella retorica del Partito.

A settembre, Justin Yifu Lin ha pubblicato un articolo tipicamente keynesiano, in cui sosteneva la necessità a livello globale di far ripartire la crescita con le infrastrutture. Anche in questo il “modello cinese” poteva indicare una strada ai Paesi con voglia di emergere e a Paesi che non vogliono essere completamente sommersi, come la stessa Italia, dove il ministro Passera è partito proprio dallo sblocco di alcuni piani infrastrutturali. D’altra parte, una sezione dell’ultima newsletter di Michael Pettis, appoggiandosi a uno studio di Bent Flyvbjerg, solleva alcuni dubbi – ancora non confortati da dati precisi – sugli investimenti cinesi in infrastrutture. Pettis si chiede perciò: “Se la spesa in infrastrutture può essere così male amministrata in sistemi relativamente trasparenti con maggiore accountability politica, cosa potrebbe succedere in un paese in cui un enorme boom di infrastrutture si dipana per decenni, con molta meno trasparenza e pochissima accountability dei politici?”

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Alessandro Aresu e Elena Premoli
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