Stride un po’ con la retorica dominante nel dibattito energetico da questa parte dell’Atlantico leggere pezzi pubblicati nella blogosfera americana come questo pubblicato su Credit Writedowns:
« Any politician who talks of a green, utopian US – where wind and solar produce most of our energy, electric cars put power back into the grid, green fields of corn produce clean fuels, and millions of Americans work in green technology factories – is creating a fanciful vision so far detached from reality it should really be called a lie. »
Così esordisce l’autore Marin Katusa, consulente finanziario, e prosegue con una critica senza appello delle soluzioni energetiche che dovrebbero sostituire i combustibili fossili e alimentare le future società a basse emissioni. In serie, Katusa fa a pezzi, non privo di dati e buone argomentazioni, il business case per investimenti in etanolo da mais, auto elettriche, solare ed eolico.
Sulla bontà del punto di vista di Katusa, si potrebbe intavolare un dibattito infinito. Nel merito, tutto vero ciò che dice sull’etanolo da mais, da sempre più un favore alla potente lobby degli agricoltori americani che un genuino tentativo di sviluppare combustibili puliti. Ma la discussione sui biocarburanti andrebbe completata parlando del più competitivo etanolo da canna da zucchero brasiliano e delle promesse dei biocarburanti di nuova generazione, distillati da biomasse non alimentari.
Capitolo auto elettriche: sono sì costose, ma alcune viaggiano già oltre le 25-30 miglia della Chevrolet Volt (la Nissan Leaf ha un’autonomia di 175km, la Tesla Roadster quasi tocca i 400) e hanno raggiunto una discreta penetrazione in paesi ricchi e con un adeguato quadro regolativo, come la Norvegia. Poi non è assolutamente detto che questa elettricità debba essere generata dal carbone, come sbrigativamente sostiene Katusa. Anzi, un sistema di stazioni di servizio che sostituisca le batterie invece che ricaricarle sul posto (già di per sé un vantaggio che risolverebbe i problemi legati alla bassa autonomia) permetterebbe di consumare l’elettricità necessaria durante periodi di surplus di generazione, quindi con bassi costi e risolvendo pure i problemi tecnici di sovraccarico della rete causati dall’imprevedibilità della generazione da eolico e solare.
E su eolico e solare, è fuor di dubbio che queste fonti non siano competitive rispetto ai combustibili fossili, ma i loro costi stanno diminuendo rapidamente e vi è ancora parecchio potenziale di innovazione tecnologica (solare a concentrazione, eolico off-shore flottante e molto altro). Degli incentivi, magari legati a ricerca e sviluppo piuttosto che alla semplice installazione o ancor peggio alla manifattura (come nel famigerato caso Solyndra), non sembrano essere soldi buttati.
L’analisi di Katusa è però indicativa del tenore del dibattito nordamericano. È un dato di fatto che gli Stati Uniti, prima potenza mondiale e indiscusso leader nella ricerca e nell’innovazione, non siano (più?) disposti ad accettare tasse e bollette più salate per incentivare le tecnologie verdi. Con il fallimento della “green recovery” obamiana, ogni speranza e sforzo di trovare una soluzione agli impellenti problemi climatici è in questo modo vanificata. Letteralmente, per un pugno di dollari. Al di là dei giudizi morali sulla psiche nazionale americana, questo dovrebbe far riflettere noi europei sull’efficacia del nostro approccio ai temi dell’energia e del cambiamento climatico.
(a cura di Andrea Bonzanni)





































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