Un fantasma si aggira per l’Europa: la Tobin Tax. Il principio della tassa è semplice: se per un bene materiale acquistato si paga l’IVA, allora anche la Borsa deve pagare la sua tassa. Questo “mostro di Lochness”, come l’ha definito Mario Monti, fa parlare di sé da parecchi mesi ormai in Europa e suscita i più terribili incubi degli operatori finanziari, specialmente quelli britannici.
Tobin-Sarkò
Questa strana invenzione fiscale è fortemente sponsorizzata da Nicolas Sarkozy, che tenta di sottrarre punti a François Hollande nella campagna elettorale facendone l’arma retorica per riguadagnare la fiducia degli elettori gettatisi a sinistra. L’inquilino dell’Eliseo è arrivato addirittura ad annunciare che se l’Europa nel suo complesso non l’adotterà Parigi andrà avanti da sola in questa battaglia. La Merkel lo appoggia, anche se con qualche remora dovuta ai mal di pancia dei suoi alleati liberali, e con lei Mario Monti, che ha operato su questo punto uno dei pochi cambi di linea dal precedente governo Berlusconi. La ragione politica è far pagare i costi della crisi anche a finanzieri e banchieri che hanno causato la crisi. Schulz, da qualche settimana eletto Presidente del Parlamento Europeo, ne ha fatto anche lui una battaglia politica.
Le posizioni europee
La Commissione europea, sotto l’impulso del Commissario Barnier, ha elaborato la sua proposta per introdurla a livello UE. L’obiettivo è duplice: regolare le azioni speculative sul mercato e dotarsi di una nuova risorsa propria del bilancio comunitario, al fine di accumulare ogni anno un tesoretto di 57 miliardi. Per ora la situazione è bloccata in Consiglio europeo. I tre grandi paesi dell’Unione, Italia, Germania e Francia, hanno perciò sottoscritto una lettera, appoggiata da altri sei paesi della Zona Euro, per esercitare pressione sulla Presidenza danese affinché riapra la discussione in Consiglio o quantomeno dia il via libera per una cooperazione rafforzata.
Copenhagen per ora esita: non é pronta a schierarsi contro il Regno Unito, suo tradizionale partner. David Cameron è un feroce oppositore della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie. Per Cameron il problema è l’applicabilità della tassa. Se i capitali sono effettivamente mobili, sfuggiranno a questo tipo di imposizione fuori dall’Europa e dalla zona Euro. Soltanto se tutti i centri finanziari del mondo applicassero questa tassa allora avrebbe un senso. Il rischio sarebbe una massiccia delocalizzazione.
A dire il vero, la Tobin Tax si applicherà a tutti gli attori economici secondo il principio di residenza. Non si terrà conto dove si svolge l’operazione finanziaria, ma la sede dell’attore economico che la compie. In altre parole, la tassa colpirà indirettamente anche le operazioni fatte da operatori europei a Hong Kong, New York o Londra. Il tasso di imposizione è piuttosto limitato: nella proposta della Commissione è pari a 1 x 10.000 per ogni transazione sul mercato dei derivati e 1 x mille azionaria per le altre transazioni “significative”, con l’esclusione delle operazioni legate ai buoni del tesoro. Nei fatti, la tassa “mostro di Lochness” è piuttosto lieve rispetto a quanto riscosso dall’IVA (attorno al 20%, in Italia il 21%) ed è improbabile che le banche o le imprese cambino di sede per evitare di pagarla.
Londra paga?
In realtà Cameron è preoccupato per l’impatto sul sistema finanziario britannico. Le garanzie richieste al Consiglio Europeo che hanno generato la frattura sul fiscal compact infatti non fanno riferimento alle regole di rigore nei bilanci, quanto alla regolazione finanziaria per proteggere la city. In effetti il fiscal compact non serve ad altro che soddisfare la richiesta tedesca di scrivere nei trattati, e quindi in maniera solenne, quanto già approvato attraverso il Six Pack. Nei fatti, un’inutile, se non dannosa, duplicazione. Secondo uno studio di Ernst & Young, la City di Londra dovrà pagare ai paesi dell’Eurozona tra il 58% e il 64% della tassa (a seconda se le transazioni valutarie siano o non siano prese in conto). In altre parole Londra dovrà pagare secondo le stime dello studio 118 Miliardi di Euro sui 200 miliardi previsti: una vera batosta. Tutto sommato considerato i bonus stratosferici della City e i generosi sconti al bilancio comunitario concessi da trent’anni a Londra, questa volta è l’Europa che può dire “I want my money back!”



































Matteo Minchio
Nato a Mariano Comense nel 1983, é cofondatore de Lo Spazio della Politica, coordinatore del team LSDP di Bruxelles e lavora alla Commissione Europea. Per LSDP si occupa di geopolitica dell’Unione Europea e delle relazioni tra stati membri e istituzioni comunitarie.