Due premesse introduttive. 1) La cultura pop non è un ammasso indistinto di vanità, stupidità e frivolezza. Nell’arcipelago di personaggi che la compone dobbiamo separare il grano dal loglio. Vale anche per la realtà italiana. 2) Le celebrità pop sono importanti per chi analizza la politica, come ripete da anni il politologo americano Daniel Drezner, perché i loro messaggi arrivano ad un numero enormemente grande di persone, soprattutto giovani. Da sole non spostano voti e non determinano scelte esecutive, sia chiaro, ma possono incidere sui contesti, alimentare la discussione, accendere i riflettori su alcuni temi. Ovviamente la maggior parte delle celebrities non ha questo tipo di consapevolezza, e chi ce l’ha la manifesta in forme diverse, dalle litanie terzomondiste così in voga negli anni ’90 ed oggi spiazzate dalle critiche di una valente economista africana come Dambisa Moyo, alla vis polemica odierna di una Lady Gaga che si costruisce una fondazione per promuovere le sue battaglie civili. Da questa seconda premessa arriviamo a Fabri Fibra, e al suo libro “Dietrologia” che oggi recensiamo su LSDP. Fibra incarna infatti alla perfezione questo ruolo “politico” dell’artista pop. Se il “Cancella il debito” di Jovanotti era la versione italiana anni Novanta del terzomondismo di cui sopra, lui incarna oggi la versione più combattiva stile Lady Gaga. Con una differenza. La vocazione politica di Fabri Fibra non si concentra su una battaglia specifica, ma sul racconto critico delle prospettive italiane.
Dietrologia
Il libro è sostanzialmente diviso in due parti, la prima contiene il Fibra-pensiero sulle prospettive socio-economiche dell’Italia interpretate in ottica generazionale, la seconda una lunga analisi sul funzionamento dell’industria musicale. A noi interessa parlare della prima parte, per un motivo ben preciso. In questi anni, con uno stile ovviamente molto diverso, abbiamo scritto cose simili sull’Italia e le giovani generazioni che vivono in (o espatriano da) questo Paese. Probabilmente qualcuno ha aiutato Fibra a scrivere alcuni passaggi, perché ci sono riflessioni economiche che uno non si aspetta di veder elaborate da un rapper. Ma questo non è importante, è importante che questi pensieri siano stati scritti e grazie al personaggio Fibra possano ora arrivare a tanti giovani italiani, cosa impossibile per gli studiosi e anche per gli stessi politici, da qui la provocazione del titolo e la premessa iniziale. Naturalmente il libro è pieno di esagerazioni e forzature, su tutte la comparazione dialettica “Italia male/estero bene”, ma questo non intacca l’importanza di alcuni punti di fondo che vale la pena sottolineare.
In Ereditalia
Abbiamo scritto tantissime volte su questo aspetto dell’Italia contemporanea, sul suo peso nelle professioni e sul welfare e sul suo dipendere dall’assenza di crescita economica. I “figli di” sono esistiti sempre e sempre esisteranno, con i loro vantaggi economici e relazionali, e non sempre il loro ruolo è negativo, vedi lo sviluppo per via dinastica di molte realtà industriali italiane oggi competitive a livello globale. Quello che conta e che fa problema è se in un Paese prospettive di vita decenti in termini di ricchezza e opportunità sono concesse solo ai “figli di”, più o meno famosi. Badate, non è un tema solo tristemente italiano. Paul Krugman sul NY Times ha recentemente scritto degli Stati Uniti come paese in cui “inherited status is making a comeback”, a dimostrazione di come non sia un problema solo di casa nostra. In Italia però su questo facciamo scuola. Fibra si sofferma su questo aspetto in molte pagine, descrivendo in maniera molto penetrante il peso determinante degli aspetti relazionali nel trovare lavoro e costruire una carriera nel nostro Paese.
“Il termine “giovani imprenditori”, amatissimo dai politici e dai giornali, è solo un modo per nascondere il vero significato, e cioè “figli di papà”. Sono dei viziati sicuri di loro e dei loro conti in banca, raccomandati privi di carisma, perché se tu fossi un minimo carismatico non accetteresti questa situazione di essere “figlio di”, faresti qualcosa per non esserlo più e ottenere una tua identità, non staresti sotto i riflettori a vantarti di non saper fare un cazzo.”
Senza un futuro
Nel libro c’è un apologo bellissimo sui trentenni incapaci di dialogare con i quindicenni perché non hanno l’esperienza necessaria – aver costruito una famiglia, aver costruito un proprio percorso professionale – per istruirli sulla vita stessa.
“Oggi in Italia se hai trent’anni non sai che consigli dare a chi ha la metà della tua età, e se anche lo facessi nessuno ti ascolterebbe; giustamente, non avendo raggiunto dei risultati, un quindicenne non accetta consigli da un precario di trent’anni.”
Difficile rendere il blocco delle aspettative generazionali in maniera più efficace. La medesima comunanza nell’adolescenza prolungata dalla permanenza nelle mura familiari. La frustrazione nel sapere che le generazioni che hanno vissuto cicli economici differenti godono ancora oggi di situazioni reddituali che la generazione degli under 30 non vivrà nelle stesse forme. Sembrano pensieri di Giuseppe De Rita, invece sono pagine del libro di Fabri Fibra.
La cultura del lavoro
Nel libro ci sono vari passaggi sulla cultura del lavoro, per niente scontati. Non lavorare stanca, come recita la formula che abbiamo usato tante volte. Ma, come ricorda Fibra, anche lavorare senza passione. Anche qui ci sono degli affondi importanti. La difficoltà di fare impresa per un giovane italiano (a Fibra piacerebbe la Srl a 1 euro recentemente voluta dal governo Monti). La televisione che non parla di chi lavora (come nel documentario bellissimo sui giovani minatori del Sulcis realizato proprio da Fibra per MTV) ma è occupata dal vuoto di competenze che c’è nel modello “tronisti e veline”. Il ruolo del web come abilitatore di talento e motore di innovazione, tema che porta a quella cultura delle startup che spesso raccontiamo su LSDP. Infine le provocazioni interessanti: perché non esiste un’Ikea italiana e i mobilifici italiani producono solo per i settori di alta fascia accessibili solo dai ricchi sparsi per il globo? Perché i grandi marchi del low cost non sono italiani?
Made in Italy
Giulio Sapelli nella sua “Storia economica dell’Italia contemporanea” notava come l’Italia sia un paese in cui l’accesso ai consumi di massa non si sia accompagnato all’educazione civica. Non siamo diventati cittadini e poi consumatori, ma consumatori e basta. Anche su questo aspetto lo sguardo analitico, clinico, di Fabri Fibra sui costumi degli italiani è degno di nota. Una capacità che come si ricorda nel libro è stata forgiata nei ripetuti viaggi lungo la Penisola per seguire le passioni dello skate e del rap, e che pochi commentatori/analisti delle vicende italiane possono vantare (senza contare poi la parabola del ragazzo della provincia marchigiana che trova il successo nella metropoli milanese). Tornando ai consumi, ci sono pagine di Fibra molto interessanti su questo aspetto degli italiani. L’ansia da vestito firmato per assomigliare ai modelli televisivi, ed il parallelo ricorso alla contraffazione, che arricchisce silenziosamente la camorra, ma che permette rifugio nell’ostentazione di marchi famosi anche ai ceti sommergenti. E’ una sorta di masochismo all’italiana, perché danneggia le industrie del Made in Italy, ma che viene fatto con naturalezza, anzi quasi come una sorta di rivalsa sociale verso i grandi marchi. Infine, l’aneddoto sulle magliette “Io odio Fabri Fibra” impossibili da stampare e vendere ai concerti perché quelle taroccate sono già state prodotte prima dagli abusivi controllati dalla camorra.





































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di geopolitica & cultura globale dello sport, e di analisi di scenario sulla politica italiana.