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Gli stereotipi globali dell’italiano medio

di Alessandro Aresu e Moris Gasparri · 1 Comment · in BRICS e Paesi emergenti, Politica globale · 9 febbraio 2012

Sono anni che ci occupiamo di analizzare il dibattito e le trasformazioni dei paesi BRIC/emergenti, con un’attenzione molto superiore a quella riservata dal dibattito italiano tradizionale e con una certa passione per l’oggetto della nostra analisi. Abbiamo ormai i nostri siti di riferimento, i nostri pensatori globali di riferimento, ci gasiamo per cose di cui la stragrande maggioranza dei nostri connazionali non sa nulla o quasi. Oggi vogliamo provare a rovesciare questo metodo, visto che l’opinione della maggioranza è sempre rilevante: qual è il sentimento comune dell’italiano medio verso questi paesi? Che cosa pensa l’Italia sommersa del mondo emerso? In un’espressione, qual è la nostra “geopolitica degli stereotipi”? Il mondo degli stereotipi è senz’altro virale, come dimostra il grande successo delle cartine di Yanko Tsvetkov riprese qualche tempo fa dal Post. Per questo vi offriamo una breve guida, che vuol essere uno spunto di riflessione. 

L’Africa

Se scrivi di Africa l’attenzione è massima perchè sono poveri ma col sorriso, nella nostra percezione.

Questo però porta a uno sguardo che su alcune tendenze rischia di essere sorpassato dagli eventi. I cambiamenti economici dell’Africa sono accolti in maniera ibrida: c’è interesse per le notizie positive, però non siamo ancora abituati all’idea di un’Africa senza povertà e soprattutto senza gli aiuti occidentali, e perciò non siamo ancora abituati a un’idea di autonomia dell’Africa. Senza contare che non c’è ancora quasi nessuna percezione dell’enorme impatto dell’Africa cinese, e di come questa nuova  e solida relazione geopolitica e geoeconomica non sia liquidabile col semplice attacco all’imperialismo/colonialismo di nuovo conio.

Il mondo islamico

Da una parte c’è la diffidenza per l’immigrazione e per la differenza religiosa. Dall’altra il grande cambio di brand dell’ultimo decennio: in poco tempo si è passati dalla faccia barbuta di Bin Laden al Kebab.

In mezzo ci sono le primavere arabe, sulle cui dinamiche c’è però scarsa attenzione, morte di Gheddafi a parte. Piazza Tahrir non ci riguarda, che si scannino pure tra di loro, basta che non chiudano i villaggi vacanze a Sharm el Sheik. L’Algeria ci da il 36% del nostro gas? Eammechecazzomenefregammé? E per quanto riguarda gli sceicchi del Golfo Persico boh, non li abbiamo ancora visti dalle nostre parti, magari a investire nel calcio.

L’India

Se scrivi di India, c’è interesse e rispetto per gli ingegneri e i software (che sono una minoranza di tutti gli elementi che compongono l’economia indiana, e di cui un italiano medio non ne sa nulla).

Nella geografia degli stereotipi, quindi, il marchio “India Shining” (che passa sotto silenzio le considerazioni di Amartya Sen sulla povertà, l’istruzione e la sanità) sembra prevalere, accanto all’esotismo spirituale del turismo nella valle del Gange o a Goa, mete evergreen di ogni viaggio con la “V” maiuscola. Bollywood invece ha ancora un peso minore nei nostri consumi culturali. Una stranezza che già abbiamo notato in passato è l’ignoranza reciproca del peso della mano pubblica e della corruzione nei sistemi economici dei due paesi. Gli indiani sono degli italiani al cubo in materia di vizi pubblici, ma noi non lo sappiamo, sennò ci starebbero probabilmente ancora più simpatici.

Il Brasile

Gli articoli sul Brasile destano attenzione. Il Brasile è spettacolare, è l’ “ultima, bella speranza” dell’umanità che non si rassegna. È calcio, samba, spiagge, bellezza, turismo sessuale, Ai Se Eu Te Pego.

È vero, la percezione della connessione commerciale tra i nostri paesi non è ancora diffusa. Eppure, senza dimenticare le comuni radici, questo è un paese che sentiamo nostro, quindi le recenti proposte di un allargamento della cabina di regia del cosiddetto “Occidente” al Brasile incontrerebbero il favore della “geopolitica degli stereotipi”. Ammesso e non concesso che i brasiliani stessi siano interessati, dato che nel nostro stereotipo di questo paese non capiamo ancora quanto i rapporti di forza siano cambiati.

La Cina

La Cina è un mistero del dibattito pubblico, perché i “cinesi” sono ormai un’entità presente nella nostra vita, anche se affiancata ai prodotti a basso costo, alla gestione dei ristoranti giapponesi, al fatto che sono tantissimi, non muoiono mai e lavorano venti ore al giorno.

Il fattore più importante, però, è lo scarso interesse per il “miracolo storico” della crescita cinese. Deng Xiaoping nella percezione popolare conterà sempre un milionesimo di quello che rappresenta un dissidente medio attivista per la democrazia. Il simbolo di Tienanmen sarà sempre più forte dei dati sul surplus commerciale, sui fondi sovrani o sugli investimenti cinesi all’estero (e anche nel Belpaese). In questo senso, la guerra culturale di cui parla Hu Jintao è già persa. La Cina spaventa perchè minaccia il nostro status quo economico, a differenza degli altri paesi che non ci fanno concorrenza e non sono mercantilisti.

La Russia

Per gli aspetti politici legati all’autoritarismo ci sono dei punti di somiglianza con la visione della Cina. Però, mentre i leader cinesi sono ignoti e asessuati, a Putin piacciono le donne come a Berlusconi, quindi è umano. E gli piacciono anche le moto e le spacconerie, proprio come a noi italiani.

Sul resto può la realpolitik. Senza il loro gas siamo una nazione allo sbando, e senza il mercato russo l’export di scarpe, macchine e mobili andrebbe al collasso.

 E noi?

Infine, chiediamoci: quale sarà il destino degli stereotipi sugli italiani, in questo incerto 2012? C’è forse, da parte nostra, una certa difficoltà di parlare liberamente delle immagini che ci caratterizzano: il lungo sogno di alcune parti della nostra classe dirigente di farci diventare “come gli inglesi” o “come i tedeschi”, ci ha fatto dimenticare che a volte gli stereotipi che ci riguardano sono punti su cui si può lavorare, per farli diventare punti di forza. Tendiamo ancora a storcere il naso davanti a Jim O’Neill (il creatore della formula “BRIC”) che ci dice “vi restano solo cibo e calcio”, invece di lavorare su questi sistemi, che, se presi sul serio, rappresentano realtà di occupazione (e non solo di sentimento) da rendere maggiormente efficienti. Ciò vale anche per altri settori-chiave, in cui si tratta in alcuni casi di imparare a far pace con il proprio stereotipo, senza che ciò si traduca nella “berlusconizzazione” del soft power italiano. E senza che il futuro dell’Italia si traduca automaticamente in quello che Spengler su Asia Times descriveva senza ombra di dubbio come un “parco giochi”, con queste parole:

“Come gli Spartani, il numero degli italiani rimasti continuerà a risiedere nel parco giochi. La loro occupazione sarà occuparsi di rifornire le orde di turisti asiatici di pizza, opera, quadri, scarpe ricercate e bottiglie di vino”.

 

 

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Alessandro Aresu e Moris Gasparri
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Alessandro Aresu e Moris Gasparri

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