Il First Minister scozzese Alex Salmond ha deciso: Edimburgo chiederà ai suoi cittadini attraverso un referendum se vogliano superare l’atto di Unione del 1707 e proclamare l’indipendenza. Il referendum avrà luogo tra due anni, nel 2014, un tempo sufficientemente lungo per maturare una decisione tanto significativa. Pazienza per il Premier britannico David Cameron che, per paura delle turbolenze sui mercati, vorrebbe una scelta chiara in tempi rapidi.
Gli scozzesi hanno avuto per secoli un proprio regno affiancato a quello inglese, prima che la Gran Bretagna diventasse la regina dei mari. In un certo senso, l’Atto d’Unione che ha unito le due corone sotto i sovrani antenati della Regina Elisabetta ha dato origine all’egemonia britannica sugli oceani per quasi due secoli. Oramai giunti nell’era della globalizzazione, quando il Regno Unito non è più che “un piccolo paese che ancora non sa di esserlo”, come tutti gli altri stati europei, la Scozia vuole anch’essa la sua piccola patria.
Sul piano politico si tratta del completamento del processo di devoluzione che, sin dagli anni 90 ha rafforzato il Parlamento di Edimburgo e ha consentito agli indipendentisti scozzesi di giungere al potere e poi conquistare nel 2011 la maggioranza assoluta. Ciò non significa che gli scozzesi vogliano l’indipendenza. Come dimostrano i sondaggi, soltanto poco più di un terzo degli elettori è un convinto secessionista. Ciò però non preclude il fatto che in due anni una campagna referendaria appassionata possa cambiare radicalmente le cose. In questa battaglia il Premier Cameron non ha molte frecce al proprio arco. L’opposizione unionista in Scozia è composta da liberal-democratici e laburisti, visto che i conservatori sono politicamente insignificanti. Riuscirà il Braveheart del XXI secolo Alex Salmond a vincere la sua battaglia?
Nulla è scontato, ma già si inizia a riflettere sulle possibili conseguenze economiche e giuridiche dello smembramento del Regno Unito. Sul piano economico Edimburgo perderebbe i trasferimenti da Londra di molte risorse derivanti dal processo di devoluzione, ma potrebbe sfruttare pienamente la propria industria petrolifera (controllando le coste prospicienti al Mar del Nord). Sebbene siano ancora settori importanti, la Scozia non si limita più soltanto a whisky, pecore e pescato.
Sul piano giuridico però arrivano le grane più rilevanti. La Scozia è certamente una nazione più europeista dell’Inghilterra, ma in quanto paese secessionista non dovrebbe essere integrata semplicemente nell’Unione, ma dovrebbe seguire il normale iter di adesione, a patto che venga accettato dagli altri partner continentali. È certo che si tratta di una situazione senza precedenti, visto che le recenti secessioni del continente sono avvenute al di fuori del Club di Bruxelles. In ogni modo è indubbio che, se anche la Scozia mantenesse la Regina Elisabetta come capo di stato, dovrà certamente rinunciare alla Sterlina, visto che l’opt-out britannico non si applicherebbe più. A cascata, rinuncerebbe a tutta una serie di eccezioni concesse a Londra che in ogni modo sarebbero rimesse in discussione, a partire dallo sconto sul bilancio comunitario.
Cosa succederebbe a Londra? Di certo diventerebbe un paese ancor più euro-scettico di quanto sia ora, con un peso politico nel Consiglio Europeo ridimensionato, un’economia non più nella top 10 mondiale e un peso demografico ridimensionato, scendendo a 57 milioni di abitanti, meno dell’Italia. La Scozia con i suoi 5,1 milioni avrebbe invece un peso comparabile alla Finlandia. Comunque più grande di Irlanda, Slovenia, paesi baltici, Cipro, Malta e Lussemburgo. Considerato l’attuale isolamento britannico, non è impossibile che prima o poi si scelga anche per la fuoruscita dall’Unione. Ad oggi tutto questo è pura fantapolitica, ma se quel cuore impavido dovesse vincere la propria battaglia, suscitando l’orgoglio di baschi, catalani, fiamminghi, bretoni, corsi e di immaginari padani di casa nostra, nulla sarà più come prima.





































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