Putin ce l’ha fatta. Da domenica, la Russia ha un nuovo Presidente, e non è proprio una sorpresa. Lo zar 2.0, creatore e simbolo della Russia contemporanea, si è assicurato un 60% abbondante, evitando un ballottaggio. Dal tipo di reazioni e dall’intensità delle inevitabili proteste dell’opposizione nei prossimi giorni si potrà avere un’indicazione sommaria di quanto il risultato ufficiale rispecchi un effettivo livello di consenso nella società russa.
Quel che è certo è che per assicurarsi il successo Putin si è dovuto sporcare le mani come raramente ha fatto nei suoi dodici anni al vertice del paese. I due pilastri dei precedenti successi elettorali, ovvero il controllo e l’abile utilizzo dei media e dell’imponente macchina amministrativa post-sovietica, si sono fortemente erosi rispetto alle precendenti tornate elettorali. La narrativa e le immagini televisive di Putin-salvatore della patria, oltreché quelle più nazional-popolari e forse più decisive di Putin-aviatore, Putin-playboy, Putin-cavallerizzo, Putin-giocatore di hockey o Putin-recuperatore d’anfore come nemmeno nella pubblicità dell’Amaro Montenegro paiono sempre di più una ripetitiva litania dall’appeal in discesa. Contemporaneamente, una crescente fetta dalla popolazione, soprattutto tra i giovani e i ceti medio-alti urbani, non pare più disposta ad accettare tacitamente le epurazioni arbitrarie di candidati scomodi o gli abusi di potere di funzionari pubblici e governatori locali appartenenti a vari “cerchi magici” più o meno vicini a Putin.
Per compensare questi fattori, Putin è riuscito nell’intento di portare nelle piazze delle maggiori città russe un discreto numero di sostenitori, tradizionalmente una “maggioranza silenziosa” poco partecipe delle cose politiche, e si è imbarcato personalmente in un inedito tour elettorale per arringare, intrattenere e ascoltare la gente comune dei villaggi dell’heartland russo, da sempre la sua base di supporto incondizionato.
Tuttavia, archiviata la vittoria, governare sarà tutta un’altra storia. Quel che è bastato ad assicurarsi il 50% dei consensi potrebbe infatti non bastare a garantire altri quattro anni di legittimità a Putin e al putinismo. Il suo ritorno al Cremlino rischia di assomigliare più a una proverbiale minestra riscaldata che al coronamento di una personalità e un modello di governo che hanno dominato e profondamente trasformato la Russia per oltre un decennio. Per capire i problemi che Putin si troverà ad affrontare, è bene ricordare che il suo successo e la sua legittimità hanno le fondamenta in due elementi tutt’altro che inusuali: sicurezza e crescita economica.
L’immagine di un Putin “duro” e garante dell’ordine contro lo strapotere di grandi o piccoli oligarichi e la minaccia dei terrorismi di matrice etnica sta indubbiamente sbiadendo. Forse mostrando una tipica ingratitudine elettorale, i Russi ricordano sempre meno il caos dell’era Yeltsin mentre sono ben impressi nella coscienza comune i più recenti fallimenti dell’apparato statale russo, dai drammatici incendi dell’estate 2010 ai ripetuti disastri aerei fino all’irrisolto nodo del separatismo delle repubbliche caucasiche, che una spietata e costosa politica di bastone-e-carota non è riuscita del tutto a sopire. Nell’intento di risollevare la sua immagine di uomo forte e garante di una “Russia Unita” (non a caso il nome del suo partito), Putin ha rispolverato la tattica della sindrome di accerchiamento da parte di un’Occidente sotto l’egida americana. Se questo poteva funzionare un decennio fa con i falchi neo-con alla Casa Bianca e NATO e UE in piena espansione nel cordon sanitaire post-Sovietico, certe argomentazioni hanno poca presa nella situazione attuale, anche al netto della sconcertante narrativa degli affari internazionali che domina i media russi (molto utile è seguire RussiaToday per una versione edulcorata in lingua inglese) e della fiera diffidenza e antipatia con cui la maggioranza dei Russi vede l’Europa e gli Stati Uniti.
Analogamente, il “miracolo economico russo” che ha portato il paese dal default del 1998 all’inclusione nel “gentlemen circle” (made in Goldman Sachs) dei BRIC nel giro di un decennio si sta dimostrando pericolosamente fragile. Come spiegato da Fareed Zakaria sulle colonne di TIME, l’economia russa è più ancora di quanto dicano i numeri drammaticamente dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas. Le trasformazioni in corso sui mercati energetici stanno erodendo il valore delle esportazioni di gas e, in un inevitabile ciclo di “boom-and-bust”, potrebbero nel medio periodo avere un effetto depressivo anche sul prezzo del petrolio. Inoltre, l’approcio putinista è riuscito a catturare rendite nel breve periodo ma ha esacerbato investitori domestici e internazionali, mettendo il settore a rischio di un calo della produzione. Di dubbio valore è anche l’uso che è stato fatto della bonanza dell’ultimo decennio. Nonostante Putin si sia di recente unito al coro di coloro che vedono nell’innovazione e nello sviluppo tecnologico il futuro dell’economia russa, i proventi delle rendite da idrocarburi sono stati in larga parte utilizzati per finanziare consumi e un inefficiente settore pubblico. Nouriel Roubini, uno che solitamente ci vede giusto, da tempo propone una “espulsione” della Russia dai BRIC, evidenziando—oltre alla dipendenza dall’export di materie prime—il declino demografico e sociale del paese.
Alla luce dell’incapacità delle opposizione di fornire una credibile alternativa, uno scenario auspicabile è che Putin, se non altro per spirito di sopravvivenza, smetta i panni dello zar e lavori per una transizione del paese verso un sistema più sostenibile. Questo rischia di essere l’ultimo treno per la Russia e ci dobbiamo augurare che Putin non lo perda, perché una Russia impoverita e instabile non fa può piacere a nessuno.





































Andrea Bonzanni
Nato a Saronno nel 1986, lavora nel settore energetico a Bruxelles. Per LSDP si occupa di scenari energetici, cambiamento climatico e geopolitica.