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Goldman Sachs

Goldman Sachs addio, non sei più quella di una volta

di Lo Spazio della Politica · Leave a Comment · in Economia ed innovazione, Rassegna Stampa · 23 marzo 2012

La scorsa settimana ha fatto molto scalpore la lettera pubblicata sul NYTimes con cui Greg Smith annunciava le sue dimissioni da Goldman Sachs e ne denunciava una “bancarotta morale” che ha prodotto un ambiente “tossico e distruttivo”. Smith è stato executive director e capo della divisione US derivative per Europa, Africa e Medio Oriente, ed ha lavorato ininterrottamente per 12 anni in Goldman, ricoprendo nel suo ruolo una posizione molto importante.

Ovviamente, tale episodio in tale momento ha scatenato fiumi di commenti, opinioni, editoriali. L’analisi più interessante, e che analizza la vicenda un po’ più in profondo, introducendo alcuni elementi fuori dal coro, è The Devil Wears Pinstripes di Heidi N. Moore, corrispondente a Wall Street per Marketplace. In particolare, offre uno spunto degno di essere letto: la lettera di Greg Smith, in realtà non riguarda direttamente il deterioramento della cultura aziendale e dell’identità di Goldman Sachs: 

Invece, credo che l’auto-sacrificatoria lettera pubblica di dimissioni di Smith riguardi più un confronto 99% contro 1% all’interno di Wall Street. È l’opposizione di una sottoclasse di giovani banchieri e traders frustrati dalla mancanza di opportunità di carriera, improvvisamente disillusi, che arrivano a realizzare che, nonostante il loro duro lavoro, non tutti di fatto ce la faranno a Wall Street – e che “vincere”, comunque, potrebbe non valere la pena se significasse trovarsi al vertice di un’attività largamente criticata, ed accettare il più dei compromessi morali che portano altri nei corridoi del potere. Poiché la torta dei bonus a Wall Street si restringe, queste guerre interne nelle istituzioni diventano sempre più piccole e meschine – non solo tra traders e banchieri, ma anche traders contro traders e banchieri contro banchieri. Ciò che ha fatto Smith (con la sua lettera, nda) ricade in questo campo. 

E la Moore continua scrivendo:

Smith, ad esempio, ha commerciato derivati sulle equities, e molta della sua rabbia sembra essere diretta ai ragazzi che trattano derivati sul debito, come i CDOs, i CDSs e gli squared CDOs. Sì, questi sono gli strumenti che sono finiti sotto scrutinio durante la crisi finanziaria, ma la rabbia di Smith sembra derivare più dai traders che commerciano tali prodotti, spadroneggiando in Goldman: questi fanno più soldi, fanno gli spavaldi, e fanno classici errori di hýbris come chiamare i clienti “pupazzi” e, nonostante tutto, ottengono credito poiché sono più proficui di chiunque altro nell’azienda. Questo non è specifico per Goldman, comunque: a Wall Street, questo tipo di comportamento odioso è conosciuto come la “Golden Rule”, ovvero, “chiunque possieda i soldi, fa le regole”. L’obiezione di Smith parte dal fatto che coloro che hanno i soldi – i traders di derivati complessi – stanno scrivendo regole culturali sbagliate, o almeno, non quelle che lui scriverebbe.    

In realtà, Smith potrebbe aver posto una questione che va oltre l’etica aziendale di Goldman Sachs. Potrebbe configurarsi una questione “generazionale”, entro gli ambienti di Wall Street. Oppure potrebbe trattarsi di una manifestazione di scontento più ampia. Il Financial Times ha citato ciò che è accaduto in una concorrente di Goldman esattamente sette anni fa: Morgan Stanley offers lessons for Blankfein.

Ci sono banchieri di Goldman, più anziani di  Mr. Smith, che vorrebbero vedere Mr. Blankfein (CEO di Goldman Sachs, nda) lasciare a qualcun altro la reinvenzione del business model, e non ultimo perché il giusto successore potrebbe meglio riuscire a metter fine al danno d’immagine degli ultimi tre anni.

Si tratta di rumors. Però, in un certo senso, ciò che Smith ha scritto nella sua lettera ha trovato conferma in quanto ha scritto Jacki Zehner, ex analista e trader per Goldman, in un suo lungo post:

E ora cosa? Avrà conseguenze questo articolo? Spero di sì. Queste, a mio modo di vedere, sono accuse molto serie da parte di una persona credibile e spero che ciò provochi un “risveglio” (cito dal pezzo di Mr. Smith) nel board dei direttori. É loro responsabilità assicurare che promozioni e decisioni sui compensi non siano distaccate da peer reviews e feedbacks dei clienti. É loro responsabilità che i traders, e specialmente quelli che non hanno in mente il miglior interesse per i clienti, non dominino la compagnia. É il board che è responsabile nei confronti degli azionisti e prima che essi chiedano un altro dividendo, spero che facciano un sacco di domande e che ottengano risposte oneste. Se queste risposte non rifletteranno il tipo di comportamento narrato da Mr. Smith, avranno fatto il loro lavoro, questa storia sarà dimenticata e Goldman andrà avanti per altri 143 anni. Se no, si dovrebbero assumere le loro responsabilità.

Tagged with: cultura aziendale • Goldman Sachs • Greg Smith • identità • New York Times 
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