Qualche mese fa una lettrice commentava un mio post rimproverandomi per l’attenzione eccessiva che su LSDP dedichiamo alla geopolitica/geoeconomia del calcio, lamentando un vizio di provincialismo dietro questa attenzione. La nostra lettrice secondo me si sbagliava profondamente, ed oggi proverò a mostrarlo nuovamente in quest’analisi. Non è un problema solo della nostra lettrice. La comprensione degli aspetti legati a tutto ciò che ruota attorno all’industria del calcio professionistico – proprietà dei club, mercato dei diritti tv, organizzazione manageriale e fatturati, sponsorizzazioni, federazioni e leghe nazionali, organismi sovranazionali come Uefa e Fifa, geografia in continua estensione dei praticanti e degli spettatori globali, soft power dei grandi club, conflittualità politica e sociale legata alle identità calcistiche, corruzione – è ancora bassissima, nel nostro Paese se possibile ancora di più. Ecco una serie di spunti per capire che quando parliamo di queste cose non stiamo parlando di fuffa, ma di trend globali con la loro rilevanza specifica.
La grande trasformazione
Nel 1992 le squadre della massima serie inglese si separarono dalla federazione nazionale, creando una lega autonoma e orchestrando il primo accordo per la vendita dei diritti televisivi ad una piattaforma satellitare a pagamento, Sky. E’ la data spartiacque del calcio contemporaneo, assieme a quella della sentenza Bosman. Prima dell’epoca dei diritti tv la squadra più ricca del calcio britannico era il Glasgow Rangers. Oggi il Glasgow Rangers è sull’orlo del fallimento, la squadra più ricca dell’isola è da quasi un ventennio il Manchester United, la Premier League ha fatturato nella scorsa stagione 2 miliardi e 650 milioni di euro, di cui 560 milioni dalla sola vendita dei diritti televisivi nei mercati esteri (il calcio italiano 120, giusto per dare un’idea comparativa). Il dilagare del calcio nell’offerta mediatica delle tv a pagamento ha poi fatto da volano ad una serie di altri aspetti commerciali che gli sport professionistici americani avevano introdotto per primi: il merchandising, gli accordi commerciali per le sponsorizzazioni, i nuovi stadi concepiti come attrazioni turistiche, luoghi di consumo e veicoli pubblicitari. Si tratta di una trasformazione imponente, partita dall’Inghilterra e poi propagatasi con varie gradazioni a livello europeo.
Richard Scudamore global thinker
Da giorni sto leggendo con avidità interviste/audizioni parlamentari di Richard Scudamore, il boss della Premier League. Dal 1999 è lui il personaggio che si occupa per il calcio inglese degli sviluppi di business sopra ricordati, in particolar modo quelli legati alla vendita dei diritti televisivi. Ecco alcuni punti degni d’analisi che ho ricavato dal suo pensiero.
1) L’orgogliosa rivendicazione che Scudamore fa della globalità televisiva del principale campionato inglese. I dati raccolti da Sport+Markt sono eloquenti. Le partite della Premier League sono trasmesse in 221 paesi del mondo. Il 70% dei due miliardi di tifosi di calcio segue la Premier League. Nella scorsa stagione l’audience televisiva totale della Premier League è stata di 4 miliardi e settecento milioni di telespettatori. In ogni parte del globo in cui un viaggiatore può oggi capitare troverà un bar che trasmette una partita di Premier League, e difatti 777 milioni sono stati i telespettatori che sempre nella scorsa stagione hanno visto partite della Premier League fuori dalle mura domestiche. Per finire, la scelta di trasmettere le partite in Cina al di fuori delle piattaforme a pagamento ha allargato la popolarità televisiva in maniera ancora più forte. Questo colossale trionfo consente addirittura a Scudamore di “sbeffeggiare” apertamente la poca internazionalità degli sport americani:
“I envy America, their equality, but theirs is an incestuous, contained, domestic world. They have pulled off a trick of putting on a lot of meaningless sport, with nothing to play for, no promotion and relegation, yet still having people watch. The World Series isn’t really. It’s America and one team from Canada. I wouldn’t swap our global appeal.”
2) La consapevolezza dell’asianizzazione dello sport, un trend che nei prossimi anni muterà ancora più in profondità il mondo degli sport professionistici. Grazie alla diffusione televisiva sopra analizzata e alla pochezza tecnica unita ai continui scandali che affliggono i campionati locali, nei paesi asiatici si stanno creando vastissime comunità di tifo del calcio europeo. Ne avevamo già parlato la scorsa estate a proposito della finale di Supercoppa italiana disputata a Pechino tra Inter e Milan. Il problema per noi italiani è che si stanno creando in prevalenza comunità di tifo del calcio inglese. Diamo qualche riferimento concreto, oltre ai dati prima ricordati. Federico Buffa ha narrato con la sua consueta maestria la storia dei monaci buddisti birmani del lago Inla tifosi sfegatati dei Red Devils. Michael Jennings in questo podcast racconta come alcune imprese vietnamite, magari non presenti direttamente sul mercato inglese, comprino spazi pubblicitari all’Old Trafford per vendere meglio nel proprio mercato interno, sfruttando la popolarità televisiva del calcio inglese nel popolo vietnamita. Il managing director del Liverpool, Ian Ayre, ha dichiarato che i Reds, tra diritti tv e merchandising, derivano metà del proprio fatturato dai mercati internazionali, e d’altra parte guardando le immagini di questo gremitissimo stadio malesiano che canta “You’ll never walk alone” ed in cui gli spettatori indossano nella quasi generalità la maglietta dei Reds possiamo credergli sulla fiducia.
Apro una piccola parentesi. Il calcio italiano è ancora poco attrezzato per gestire questo cambiamento. L’asianizzazione riguarda solamente Inter, Milan, e in misura minore Juventus, in proporzioni comunque non comparabili agli esempi sopra riportati. Nel calcio inglese riguarda invece tutte le squadre della Premier, come spiega bene questo articolo. E’ un fattore che penalizza la competitività industriale del nostro sistema-calcio (leggasi meno ricavi per i club, meno vittorie internazionali, meno posti di lavoro diretti e indiretti), ed in larga parte è frutto della nostra scarsa lungimiranza. Mettiamoci nei panni di un tifoso coreano, indonesiano, cinese, malesiano. Quello di domenica sera (ora di pranzo italiana e inglese) accende la tv e l’Inghilterra gli offre magari un Manchester-Liverpool in uno stadio vibrante ed entusiasmante, noi un Cagliari-Lecce in uno stadio vuoto e fatiscente. Poi il nostro tifoso asiatico per forza di cose si compra via web la maglietta del Manchester, il cappello del Manchester, i più ricchi un biglietto aereo per Manchester per andare allo stadio a vedere una partita. Capite perché siamo una nazione in declino economico? Capite perché la mancata approvazione da quattro anni della legge sugli stadi grida vendetta? Capite perchè in Inghilterra ci sono studiosi di sport come Simon Chadwick che già nel 2006 scrivevano paper sulle strategie di marketing per fidelizzare i tifosi asiatici mentre in Italia ad occuparsi di questi temi sembra di predicare nel deserto? E meno male che un manager sportivo illuminato come Michele Uva due anni fa ha messo in piedi il centro studi della FIGC per occuparsi attraverso studi e report di queste cose, sennò la situazione sarebbe stata ancor più desolante.
3) L’importanza degli investimenti esteri. La metà dei proprietari delle squadre di calcio della Premier League è straniera. La geografia proprietaria abbraccia tutte le latitudini. Il pioniere russo Abramovich con il Chelsea. Gli sceicchi di Abu Dhabi col Manchester City. I magnati americani per Manchester United, Aston Villa e Liverpool. Gli indiani della Venky’s col Blackburn. Due aspetti interessanti sottolineati da Scudamore: il confronto positivo con altri modelli di management, con altre culture. Il fatto che se investitori da tutte le latitudini del globo vengono da noi è per il prestigio (e per le ovvie opportunità relazionali create da questo prestigio) derivante dall’essere proprietari dei nostri club, non per fare soldi direttamente col calcio. Inventando e sviluppando il calcio moderno – questo il pensiero espresso a più riprese da Scudamore – noi inglesi abbiamo creato un patrimonio storico e culturale importante, di cui anche i nuovi miliardari globali hanno profondo rispetto. Rispetto per la storia dei nostri club, rispetto per i nostri tifosi, rispetto per le nostre comunità (i tifosi del Manchester però la pensano diversamente, ma su questo tornerò in una prossima analisi). Oggi questo patrimonio cerchiamo di sfruttarlo e valorizzarlo al meglio.
4) Il ruolo sociale delle squadre inglesi. Qui trovate il report che elenca tutte le attività sociali compiute dai club della Premier League nel 2011, che attraverso queste attività redistribuiscono parte degli utili televisivi nelle proprie comunità urbane di riferimento. Non stiamo parlando di qualche iniziativa benefica spot, ma di un piano articolato di interventi, azioni, eventi e progetti a favore della pratica sportiva e dell’inclusione sociale. Davvero, un altro mondo rispetto all’Italia, un riferimento concreto di quello che più o meno sulla stessa falsariga vogliamo fare con Vedrò e il progetto “Tutticittì” (anche su questo prometto un aggiornamento a breve per i lettori de LSDP).
5) Alla luce di quanto detto fin qui, se ne ricava anche una lezione geopolitica sulla “sopravvivenza” globale della Gran Bretagna. Una nazione che rimpicciolisce sul piano economico e demografico, ma che conserva una centralità globale difficilmente intaccabile nella finanza, nell’istruzione e nell’entertainment, ed una rete di legami coloniali utile per penetrare da una posizione di forza nei mercati asiatici.
Il grande gioco
Sulla prossima rinegoziazione dei diritti tv della Premier League si sta giocando una storica partita tra Al Jazeera e Sky, e se vince Al Jazeera, come pare probabile, dal 2015 gli emiri del Qatar potrebbero entrare anche nel mercato italiano, dopo aver messo le mani su quello francese. In più va aggiunta la volontà di Apple e Google di penetrare il mercato dei diritti televisivi della Premier League per la diffusione del calcio via web. Avviso al pubblico italiano: capite adesso perché parlare di sistema mediatico solo in riferimento a Rai, Berlusconi, impero Mediaset, conflitto d’interessi, duopolio, editto bulgaro etc è ormai un gingillo del nostro provincialismo di fronte a queste trasformazioni globali?
Il soft power del Barça
Stasera si gioca Milan-Barça. La partita verrà analizzata in lungo e in largo, prima durante e dopo, anche se per gli appasionati di tattica mi permetto di segnalare questa definitiva conversazione/analisi effettuata da Simon Kuper con l’ex responsabile della cantera blaugrana, in cui sono spiegati tutti i segreti del gioco della squadra di Guardiola. Volevo però portare all’attenzione tre cose:
1) Il museo del Barçellona nel 2011 è stato il terzo museo più visitato della Spagna, con un milione e seicentomila visitatori (sempre per la comparazione con l’Italia, il museo di San Siro ha raggiunto lo scorso anno quota 160.000).
2) L’ex tesoriere del Barcellona durante i sette anni della presidenza Laporta è stato Xavier Sala-I-Martin, uno degli economisti più importanti a livello internazionale. L’amico e sodale Andrea Matiz mi ha anche segnalato questo paper in cui si analizza in dettaglio la campagna elettorale (date un occhio all’utilizzo pre-obamiano della metafora del “change”) che portò nel 2003 Joan Laporta alla presidenza del Barça, e la profonda rivoluzione nel management societario che ne seguì. Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma dieci anni fa il Barça era in profonda crisi di risultati e di bilanci. Aldilà dei risultati sul campo, impressiona il passaggio in un decennio da un fatturato di 130 milioni di euro a quello di 450 milioni dello scorso anno.
3) Utilizzando il complottismo come instrumentum regni, la tv nazionale siriana la scorsa settimana ha trasmesso un servizio in cui si sosteneva che gli schemi del Barça contenessero dei segnali strategici occulti per i rivoltosi del regime di Assad.
Ora capite cosa significhi il soft power di un grande club calcistico?
Svizzera, Fifa e corruzione
Sempre Simon Kuper sul Financial Times ci ha regalato un lungo articolo sulle vicende politiche interne alla Fifa. Uno dei principali esperti mondiali di lotta alla corruzione, lo svizzero Mark Pieth, è stato infatti ingaggiato per studiare le possibili riforme interne in grado di rilanciare l’immagine internazionale dell’istituzione presieduta da Joseph Blatter, minata dai ripetuti casi di corruzione nell’assegnazione a Russia e Qatar dei mondiali di calcio del 2018 e del 2022. Tralasciando le lotte intestine interne ad uno degli organismi più potenti ed opachi del mondo, è interessante la motivazione per Pieth cui ha accettato l’incarico. Riguarda la Svizzera (dove ha sede la Fifa) e il suo rapporto con le regole, tema che affrontammo già in riferimento ai pesanti attacchi sul ruolo di superparadiso fiscale mossi da AP Singh, il capo dell’India’s Bureau of Investigation. Pieth parla apertamente di Svizzera come rifugio della “pirateria” globale:
“Switzerland has this legacy of being a kind of pirates’ harbour. I’m not saying all these sports guys are pirates, but it’s attractive because there is little regulation. All these bodies are independent. Above them is the sky, or whatever – if you are religious, God. So it’s no coincidence that at the moment Switzerland is rethinking its laws and regulations. The minister of sport, who is also the minister of defence, has asked for a report. My point about this from the inside is: why do we always have to offer our terrain to greedy people? A place like Switzerland should define base rules.”





































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