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Le città si lanciano a caccia del tesoro europeo Siamo tutti ossessionati dalla sindrome NIMBY?
EuroGas

Il metano fa ciao con la mano

di Andrea Bonzanni · 4 Comments · in Energia, Energie tradizionali · 12 marzo 2012

Ha avuto discreta risonanza sui media la notizia dell’abbandono da parte di British Gas dei piani per la costruzione di un rigassificatore a Brindisi. Il progetto, che avrebbe dovuto fornire all’Italia fino a 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno (circa un decimo del consumo nazionale), era partito nel 2000 e da allora è andato incontro a un percorso a ostacoli di permessi concessi e revocati, interventi della magistratura, proteste e una diffusa ostilità verso la realizzazione dell’opera. Come evidenzia un articolo del Sole 24 Ore, un progetto gemello in Galles è stato ultimato in soli cinque anni.

La storia di Brindisi è purtroppo un film già visto in Italia. Le peripezie della TAV sono indubbiamente l’esempio più discusso, ma situazioni del genere si verficano per ogni opera infrastruttuale, dal grande cantiere fino all’ultima delle stazioni ferroviarie o degli svincoli autostradali di provincia.

Come molti hanno già commentato, sembra ormai aver preso il sopravvento una visione immobilista, tesa a una difesa oltranzista dello status quo e rassegnata al declino economico. Secondo questa visione, qualsiasi opera pubblica e privata rappresenta un cinico disegno ad esclusivo beneficio di speculatori, criminilità organizzata, multinazionali e (ultimamente di gran moda) banchieri. Ad essa si affiancano spesso amministrazioni inefficienti, tecnicamente non all’altezza e talvolta propense a non rispettare pienamente le regole, le quali, in un circolo vizioso, non fanno che aumentare diffidenza e antagonismo.

Peccato, perché non tutti i progetti sono speculazione. Con la fuga di British Gas dalla Puglia, un’Italia in piena crisi rinuncia a un investimento privato estero da €800 millioni che avrebbe potuto garantire fino a 1000 posti di lavoro per i quattro anni necessari alla sua costruzione e fornire un volano non indifferente alla competitività industriale della Puglia e dell’Italia intera.

In Italia il prezzo del gas naturale sul Punto di Scambio Virtuale (una sorta di “borsa del gas”) è del 20% sopra la media dei nostri vicini e ciò si ripercuote inevitabilmente sulle bollette di famiglie e imprese. Il problema è che tutto il gas arriva via pipeline e il suo prezzo è in larga parte ancora legato alle quotazioni del petrolio, di nuovo balzato oltre i $120 al barile. La realizzazione dei rigassificatori permetterebbe ai consumatori italiani di accedere al mercato del gas naturale liquefatto (GNL), dove i prezzi notevolmente più bassi a causa di un eccesso di offerta a livello globale. In Italia vi sono solo due impianti di questo tipo sono attualmente in funzione e ben 12 sono in fase di (lento) sviluppo bloccati tra opposizioni locali e ritardi nei permessi.

Siamo sicuri che se i cittadini sapessero certe cose le loro opinioni sarebbero le stesse? Il governo ha appena messo sul tavolo un pacchetto di misure volto a promuovere un dibattito pubblico con le comunità interessate da grandi opere. Senza dubbio un atto del governo centrale non può essere la panacea di un male che si manifesta soprattutto ai più bassi livelli amministrativi. Ma chissà che il (sempre lodevole) spirito partecipativo, incanalato in canali istituzionali, non assuma una dimensione propositiva volta a migliorare l’impatto delle opere sulle communità interessate piuttosto che a bloccare tutto a prescindere. Tanto essere ottimisti non fa mai male…

Tagged with: energia • Gas naturale • infrastrutture • regioni • rigassificatori 
Andrea Bonzanni
Autore

Andrea Bonzanni

Nato a Saronno nel 1986, lavora nel settore energetico a Bruxelles. Per LSDP si occupa di scenari energetici, cambiamento climatico e geopolitica.

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  • Stewe M

    una domanda…ma al danno ambientale ci hai pensato? no perchè, se la mettiamo sul piano economico, questo articolo potrebbe aprire un mondo, ma oggi esistono anche tante lotte contro l’inquinamento ambientale, tanti rimorsi su edifici realizzati e mai sfruttati, e tanti soldi pubblici investiti in modo indecente. 
    Sulla base di questo, io vedrei un grande rilancio del territorio grazie alle energie rinnovabili, e non continuare ad insistere sul mercato petrolifero..parere strettamente personale.

  • Andrea Bonzanni

    Stewe, Grazie per il commento. Mi piace che ci sia dibattito su questi temi.
     
    So che un rigassificatore ha senza dubbio un impatto ambientale, da valutare con cura e comparare con i vantaggi economici. Le autorità pubbliche competenti analisi costi-benefici, in modo serio, ben regolamentato e trasparente. Nel merito della questione energetica, le rinnovabili (su cui è comunque giusto investire per il futuro) potranno garantire una fetta maggioritaria dei fabbisogni energetici solo (forse) nei prossimi decenni. Anche se, per inciso, quando ciò succederà, parchi solari e eolici avranno un impatto sul territorio ancora maggiore e più diffuso dei rigassificatori. In questo momento, se non vogliamo restare in recessione per un decennio, dobbiamo far ripartire l’economia garantendo (anche) energia a buon mercato alla nostra industria in grave difficoltà e le alternative realistiche sono i) rigassificatori, ii) puntare di più sull’ancor più inquinante carbone, iii) importare elettricità nucleare dalla Francia. Tra le tre la prima mi sembra la migliore anche dal punto di vista ambientale, non solo da quello economico.
     
    Sui soldi spesi in maniera indecente su infrastrutture e lavori pubblici ti do ragione, ma questo non può essere una scusa per rinunciare alla realizzazione di qualsiasi opera o infrastruttura. Nel caso di British Gas, non si parla di un progetto che non vive esclusivamente di sussidi pubblici ma di un investimento privato che poteva portare benefici significativi alle imprese e ai consumatori italiani, come ho cercato di spiegare nell’articolo.

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  • 24floor

    La logica dell’articolo è buona, ma parte da un presupposto discutibile: accettare qualunque cosa venga offerta ad un territorio in nome di un presunto interesse nazionale. Peccato che in questo caso a costruirlo fosse una impresa straniera con l’obiettivo del profitto e non dell’efficientamento distributivo. Sono d’accordo sul trade-off impatto ambientale e ritorno economico: che un valore all’inquinamento? E ritorno economico per chi: le imprese che risparmiano senza diventare energy-efficient, quelle che vincono i subappalti o per i lavoratori in termini di stipendi percepiti?

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