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Il più grande banchiere dopo il Big Bang? L’uomo che costruì la Silicon Valley cinese
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Il mondo è una valle di debiti

di Stefano Gatto · 3 Comments · in Economia ed innovazione, Scenari · 2 marzo 2012

In un suo recente intervento, Raffaele Mauro ha ben identificato diversi livelli di complessità della crisi. La mia è una visione in qualche modo complementare alla sua. Una crisi come quella come affrontiamo non è solo finanziaria o economica ma culturale. Stiamo assistendo a un cambio strutturale dell’economia mondiale, con profonde ricadute geopolitiche, generato nel corso di pochi anni ed esploso con sorprendente velocità.

L’elevato grado di globalizzazione raggiunto dalla finanza e, in minor misura, dall’economia reale, ha portato la crisi da un angolo all’altro dal pianeta, colpendo però più duramente l’ex – centro del mondo (Europa e Usa) che l’ex-periferia, oggi divisa tra mondo emergente o quasi – emergente (una volta chiamato con un po’ d’ottimismo in via di sviluppo) e mondo in ritardo di sviluppo (composto da un certo numero di paesi lontani da una possibile “emersione”, e dal “sud del sud”, quelle parti di società degli emergenti non ancora toccate dalla crescita accelerata).

Un blocco della crescita economica al centro del sistema si era dato solo in occasione delle due guerre mondiali, che avevano favorito l’ascesa di chi ne era fisicamente lontano (gli Usa, che ne emersero come la nuova potenza di riferimento) e quei paesi della periferia che prosperarono grazie al fatto di essere rimasti fuori dal conflitto. Le due guerre mondiali mutarono drasticamente le realtà economiche preesistenti. L’attuale crisi sta avendo gli stessi effetti: bene ha fatto Limes a titolare il suo ultimo numero “Alla guerra dell’Euro“, anche se tale titolo si centra troppo su un fronte del conflitto, quello europeo. In realtà, la “guerra mondiale” cui stiamo assistendo è un conflitto più esteso, non combattuto con le armi belliche tradizionali ma con quelle finanziarie e economiche.

Più ancora che ad analogie con la crisi del1929, dobbiamo quindi pensare a parallelismi con i cambiamenti generati dai due conflitti mondiali sulla realtà geopolitica del XX secolo.

La crisi è stata per molto tempo considerata “una crisi come le altre, solo un po’ più forte”, dalla quale era logico aspettarsi di uscire facendo uso delle ricette abituali, solo usate con più determinazione. Alla fine, il mondo sarebbe tornato come prima.

Peccato che ormai sia chiaro che non è così: dalla crisi sta uscendo un mondo profondamente diverso. Nel quale la crescita mondiale si origina, per la prima volta dai tempi della rivoluzione industriale, fuori dai paesi occidentali: non è la prima volta nella storia dell’umanità, dato che prima di quella rivoluzione Cina e India erano già tra le prime potenze economiche mondiali.

Siccome in Europa l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla sostenibilità dell’euro, credo sia utile chiarire che questo è solo un aspetto della crisi, ma non quello – chiave. Se la crisi del debito che stiamo vivendo (in Europa, non solo nell’eurozona ma anche in Gran Bretagna e negli Usa) sta evidenziando la necessità di riformare a fondo un certo modo di gestire le finanze pubbliche, paradossalmente la crisi si sta anche dimostrando il punto finale di un modello economico preso come “pensiero unico” a partire dalla rivoluzione Reagan – Thatcher degli anni ottanta.

Le statistiche mostrano, negli Usa ma anche in Europa, che, tra gli altri, la rivoluzione liberale ha avuto due effetti legati tra loro: la concentrazione spettacolare della ricchezza nel segmento più ricco della popolazione e la conseguente pauperizzazione progressiva delle classi medie, che hanno perso parte dei benefici della spesa pubblica, guadagnando però parecchio meno delle classi alte dal processo di finanziarizzazione dell’economia nel quale siamo immersi da allora.

La finanziarizzazione si è materializzata, nel corso degli anni ottanta e novanta, mediante un trasferimento in massa di risorse (i risparmi delle famiglie) dai titoli di stato che alimentarono la spesa pubblica verso i mercati azionari ed i valori immobiliari, che da allora si sono moltiplicati, dando luogo a un effetto – ricchezza abbastanza illusorio nelle classi medie, apparentemente soddisfatte dal fatto che le case acquisite si rivalutassero sempre più velocemente (i valori immobiliari urbani in occidente si sono in media quintuplicati nel corso dell’ultimo trentennio, generando l’illusione di una crescita infinita).

La conseguente conversione dell’economia in finanza non ha però arricchito le classi medie: le statistiche dicono unanimemente il contrario.

Il processo aveva raggiunto il suo massimo nel periodo 2007 – 2008, al termine di un periodo nel quale gli operatori finanziari – chiave avevano creato un nuovo mostro mettendo assieme i due feticci (finanza e mattone): per dopare la crescita economica in contesti economici di capitalismo maturo (Europa e Usa), nei quali la crescita aveva raggiunto livelli fisiologicamente bassi, legati anche alla struttura demografica di società mature, non restava altro che continuare a spingere verso l’alto i valori finanziari e l’immobiliare, unici vettori di crescita nel mondo post – industriale.

Dopo l’esplosione della bolla del 2008, si pensò a un raggiustamento semi – automatico, senza tener conto delle dimensioni delle emissioni finanziarie generate negli anni dell’euforia finanziaria: nel 2005 – 08 vennero emessi una montagna di titoli, generalmente a cinque anni, che vengono a scadenza tra il 2012 e il 2014. La convergenza delle scadenze di debiti sovrani, di obbligazioni d’imprese e di buoni – spazzatura crea quegli scossoni che stanno sconvolgendo i mercati. Nel 2010, i buoni – spazzatura in scadenza, che o si rinnovano o si muore, furono 21 miliardi di dollari. Nel 2012 saranno 155, nel 2013 212, nel 2014 338!. Si aggiunga a questi dati sconvolgenti l’enormità dei debiti Usa in scadenza (2000 miliardi di dollari) e tutti i debiti sovrani degli altri debitori, e si possono capire le tensioni esistenti nei mercati.

Non ce ne sarà per tutti, e questo porterà al fallimento d’imprese e probabilmente anche Stati. La competizione per ottenere risorse per sopravvivere non porterà, purtroppo, a un ridimensionamento “negoziato” (un po’ di meno per tutti, in cerca del bene comune), ma sarà il risultato di una guerra senza esclusione di colpi, di cui una delle armi principali è la pressione informativa, i costanti allarmismi, i messaggi devianti, lo scarico di responsabilità su altri colpevoli.

Le dimensioni enormi e finanziarie della crisi hanno avuto per effetto di rendere insufficiente la prima risposta di tipo keynesiano, che ha avuto come corollario aggravante quello di mettere in crisi gli Stati. Grazie al processo di convergenza verso l’euro, quelli europei venivano da un decennio di buona salute finanziaria. Gli Usa invece il loro bonus lo hanno sciupato in Iraq, in Afghanistan e nella riduzione fiscali per i più abbienti. Si è aggravata la situazione d’indebitamento degli Stati senza che migliorasse quella delle imprese e della stragrande maggioranza delle famiglie, le altre due macrocomponenti del sistema.

In questo quadro, gli Stati sono ridivenuti i “cattivi”: la finanza è riuscita a uscire più o meno intatta dal disastro provocato e rilancia. Gli Stati si vedono attaccati da più parti, in primis da agenzie di rating che hanno un ruolo fondamentale nel dare le carte. L’indebitamento degli Stati è in fondo ancora contenuto rispetto alla quantità di titoli spazzatura in circolazione: sono loro l’anomalia del sistema, non gli Stati, come sembrerebbe al leggere la stampa.

La vera guerra è quindi quella delle risorse relativamente scarse: diversi i fronti di battaglia. Quello dell’euro è molto gonfiato, a causa delle debolezze dimostrate dall’architettura dell’eurozona. In realtà, la valuta euro non è debole, e i mercati lo confermano (vedere quotazioni dall’inizio della crisi) e l’eurozona nel suo complesso sta meglio di Usa, Giappone e Gran Bretagna da un punto di vista macroeconomico, specie quando sommiamo debiti privati, pubblici ed esposizione del sistema finanziario, una sommatoria catastrofica nel caso dei due anglosassoni.

L’insistenza sulle debolezze intrinseche dell’euro, ovviamente non priva di un certo grado di verità, tende a nascondere che gli altri grandi attori del Nord del mondo sono messi anche peggio (e anche le imprese comprese, piene come sono di debiti non rinnovabili). Il tanto vagheggiato e da alcuni persino desiderato fallimento dell’euro, è uno specchietto per le allodole.

Il ritorno alle monete nazionali, per tutti o solo per qualcuno, supporrebbe un peggioramento della crisi globale, dato che al fallimento della maggioranza delle imprese aventi debiti denominati in euro e divenuti impagabili nelle nuove valute, si sommerebbe il fallimento degli Stati, a loro volta sommersi da montagne di debiti non fronteggiabili.

L’impoverimento netto dell’ex – Eurozona sarebbe molto più significativo delle sofferenze attuali, e l’intero capitale di asset produttivi europei (il più grande al mondo) andrebbe sul mercato a prezzi stracciati, per la gioia degli investitori d’ogni altra parte del mondo.

Nel caso un solo paese (l’Italia) abbandonasse l’euro, sarebbe ancora peggio per lui: tutte le imprese con attività internazionali fallirebbero, schiacciate da debiti pesantissimi che difficilmente potrebbero essere compensati da illusori recuperi di competitività sui mercati internazionali. La svalutazione immediata della nuova lira sarebbe dell’ordine del 30 – 50%, il debito pubblico denominato in dollari andrebbe alle stelle, il paese fallirebbe ma non da solo (il sogno ultraliberale): affonderebbe in buona compagnia, quella di tutte le imprese e famiglie indebitate (cioè, quasi tutte).

In che misura tale scenario sarebbe preferibile alle sofferenze attuali? Credo sarebbe molto peggio.

Tali sofferenze sono tali quando paragonate allo stato delle cose di ieri, non a quello che potrebbe essere domani. L’euro rimane, nonostante i suoi limiti, la miglior protezione dei paesi europei: senza di esso, si certificherebbe un declino ancora più netto di quello già in essere.

Per questo la via della riforma dei trattati era l’unica percorribile, anche se essa dovrà essere integrata, quando politicamente possibile, da altre misure a sostegno della crescita e dell’innovazione. Non è un caso che la grande maggioranza delle proposte serie fatte in Europa porti su diverse vie per approfondire l’integrazione europea, non per disfarla.

Ma non confondiamoci, la crisi dell’euro non è né la causa delle incertezze globali né il problema principale: semmai ne è un sintomo.

Il nodo della questione è chi pagherà, nei prossimi due – tre anni. il costo del riassorbimento delle centinaia di miliardi di titoli artificiali che hanno inondato i mercati. Chi si arricchirà e chi si impoverirà, tra paesi, imprese e famiglie. Esattamente come successe nel caso delle due guerre mondiali del XX secolo, che arricchirono alcuni e impoverirono altri, portandosi dietro un mondo e creandone uno diverso.

Tagged with: debito • economia crisi • euro • moneta • Stati Uniti • titoli di stato 
Stefano Gatto
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Stefano Gatto

Nato a Siena nel 1962, diplomatico, attualmente capo delegazione dell'Unione Europea in El Salvador, dopo aver ricoperto incarichi in Brasile, in India e nelle sedi comunitarie. Per LSDP si occupa di analisi di scenario sulla politica internazionale.

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    Caro Stefano, è un testo denso e ricco di spunti. Tu dici che “l’eurozona nel suo complesso sta meglio di Usa, Giappone e Gran
    Bretagna da un punto di vista macroeconomico”. Contesto senz’altro che l’eurozona stia meglio degli Usa, dato che la questione debiti pubblici / debiti privati non deve far dimenticare, oltre ai dati recenti della ripresa USA, l’enorme divario di realtà e prospettive militari, scientifiche, demografiche ed energetiche tra queste due aree, che si ripercuote sulle prospettive macroeconomiche. Certo, gli Stati Uniti hanno un grande problema di processo politico, ma rispetto ai problemi della politica dell’eurozona esso appare quasi trascurabile. Il patriottismo americano non è in discussione, nonostante il basso livello della campagna repubblicana, mentre il patriottismo europeo (già in precedenza prerogativa di un’elite) deve affrontare la rinascita del razzismo interno e il problema degli squilibri, che negli Stati Uniti sul piano culturale non si porrà mai allo stesso modo. Inoltre tu presupponi l’esistenza in modo stabile di qualcosa come “l’eurozona”, mentre in questa fase storica non possiamo più permetterci di fare un discorso simile senza ammettere che le teorie che rivendicavano la forza relativa di una forma ibrida tra stato e realtà transnazionale (appunto, come l’entità “eurozona”) non hanno retto alla prova della storia. Prima di andare avanti verso l’unione più perfetta e meno larga, bisogna ammettere una volta per tutte questo punto. Gli Stati stanno meglio rispetto a qualcosa che non è uno stato, e di cui perciò non possiamo dire in modo chiaro e distinto “come stia”, anche se poi non nego che gli Stati stessi possano navigare a vista o pensare semplicemente a cavarsela. Inoltre la crisi culturale dell’Europa è molto, molto più profonda di quella delle altre aggregazioni che hai menzionato. Il Giappone è ancora lì dopo vent’anni di grandi difficoltà, e per una società resistere ai “decenni perduti” – oltre alle tragedie ambientali che conosciamo – in un contesto di dipendenza energetica  non è facile. Perfino la Gran Bretagna ha un potenziale progetto culturale globale attuabile nel breve termine (e d’altra parte già in atto): essere hub finanziario e snodo di investimenti (e rete di paradisi fiscali, ovviamente) del nuovo mondo in via di sviluppo. Il “progetto europeo”, visto che non c’è consenso, richiede più tempo, e questa, ne converrai, purtroppo è una grande debolezza. Sul fronte delle “misure a sostegno della crescita e dell’innovazione” a livello europeo abbiamo una storia recente (quella della “più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010″) che non fa ben sperare e rispetto alla quale servono davvero cambiamenti radicali. Perciò se un’agenzia di rating dicesse che l’Europa non riuscirà a diventare la “più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010″ io tenderei a darle ragione, anche se non ho nessuna simpatia né per agenzie di rating né per pensieri unici di nessun genere, visto anche come si evolve il rapporto tra Stato, mercato e società nel mondo. Inoltre, mentre si lavora (ma devono dirmi come, in modo molto più preciso) per la “più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2030″, io Italia devo stare attenta a non diventare uno Stato-mafia, perché quelle priorità di politica interna non me le risolve certo l’Europa, o l’ONU, o chi per loro: devo pensarci io senza inseguire chimere. Per concludere, abbiamo un’idea delle nostre società di mera “resistenza” o ripetizione di un’epoca gloriosa di crescita di opportunità che, in questo contesto geopolitico e in questo stadio del capitalismo maturo,  rischia di essere un’illusione con cui ci prendiamo in giro. Non credo che questo sia “pensiero unico” (tant’è che anche visioni post-marxiste come quella di Streeck considerano la crescita del dopoguerra una parantesi rispetto al continuo stato di crisi del capitalismo) né che la conclusione sia che dobbiamo esporre le conquiste del welfare state al pubblico ludribrio. Il problema ulteriore è che, quando affrontiamo questi temi all’interno delle nostre società, ci offendiamo gli uni con gli altri perché a volte tutto ciò è condito da insulti, accuse reciproche, caricature. Però è ovvio che non dobbiamo disperare. Che cosa pensi si debba fare nel breve termine? Potresti commentare quest’intervista di Rogoff a Der Spiegel? http://www.spiegel.de/international/business/0,1518,816071,00.html 

  • Stefanogattoit

     Alessandro, per qualche motivo non riesco a commentare su LSDP, per cui ti rispondo qui. In sostanza mi accusi d’euroottimismo, un’atteggiamento ben poco frequente al giorno d’oggi. In realtà credo che se l’Europa ha molti limiti, la non – Europa è uno scenario infinitamente peggiore. La mia asserzione che gli squilibri economici dell’eurozona siano inferiori a quelli di Usa, UK e Giappone è puramente fondata sui numeri di oggi, non sul potenziale di domani, nel quale in effetti l’Europa patisce un po’ a causa della sua incapacità cronica a “fare sistema”. Ma non dimentichiamo che l’Europa e’ ancora il primo esportatore al mondo assieme alla Cina e dispone del principale sistema produttivo mondiale. A mio avviso, il problema degli squilibri interni è reale ma un po’ gonfiato. Il vero problema europeo non e’ economico, ma soprattutto psicologico: la crisi ha fatto riemergere pregiudizi e complessi che pensavamo superati, frutto di leadership rimaste nazionali malgrado un decision – making che per essere adeguato dovrebbe essere globale o almeno europeo. Sì, la sovranità condivisa europea ha mostrato il suo limite, ma rimane l’obiettivo da perseguire. Gli Stati staranno meglio dei non stati, ma sono anch’essi l’oggetto d’un attacco gneralizzato da parte della cultura individualistica, che pone l’impresa al centro del cosmo e della storia. Peccato che l’impresa abbia però un limitatissimo ruolo sociale nei confronti dell’ambiente in cui opera. L’intervista la commento un’altra volta, ma se l’eurozona può in effetti non resistere, l’unica via rimane quella tracciata (integrazone fiscale e economica), supportata da politiche integrative quando sarà possibile (eurobonds). Lo status attuale non è sostenibile a lungo.

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