La riforma del mercato del lavoro approvata venerdì scorso dal Consiglio dei Ministri provoca da una settimana emozioni forti e dibattiti aspri nel nostro paese. Perché, invece, sulle pensioni era andato tutto liscio nonostante i sacrifici richiesti non fossero minori? E perché il Governo ha faticato tanto mentre sul decreto “Salva Italia” o il decreto “Cresci Italia” è riuscito a imporre riforme significative in poche settimane? Due ragioni spiegano la difficoltà del Governo e i mesi di discussione (non conclusa per altro).
Primo, si tratta di un tema da sempre sensibile nel nostro paese. Fin dagli anni ’70 tutte le riforme del mercato del lavoro sono state accompagnate da dibattiti accesi, a volte anche violenti, soprattutto all’interno delle sinistre: tre uomini di centrosinistra come l’economista Tarantelli e i giuslavoristi D’Antona e Biagi sono stati uccisi per aver collaborato con il “nemico”, coloro che volevano riformare. Il lavoro, poi, è il riferimento identitario fondante del centro-sinistra su cui si gioca il consenso.
In secondo luogo, a differenza della riforma sulle pensioni, è difficile quantificare con precisione chi perde e chi vince. Non è facile, infatti, capire se veramente questa riforma andrà a vantaggio delle imprese, dei lavoratori anziani oppure di quelli giovani. L’incultura italiana (ma non solo) per una seria e metodica valutazione delle politiche pubbliche ci porta a un dibattito spesso disinformato e ideologico. Lo avevamo già dimostrato con la questione del numero di lavoratori toccati dall’attuale articolo 18 e sui salari: non è vero che sono pochi lavoratori e non è vero che i salari italiani sono al fondo della classifica. Eppure, sono idee difficili da correggere, nonostante l’evidenza statistica.
Ora la palla passa al Parlamento, in cui per altro ad anni sono incardinate proposte di riforma mai discusse, anche su temi su cui tutti si dicono d’accordo come gli stage. Riusciranno le forze politiche a trovare un accordo soddisfacente? Difficile in queste condizioni, soprattutto per una riforma che necessita di un impianto complessivo e non di piccoli interventi ai margini.
La riforma rappresenta un buon passo avanti, ma, nonostante la determinazione del presidente Monti e del Ministro Fornero, risente ancora troppo di un sistema di concertazione in cui solo alcune potenti forze sono al tavolo delle trattative e una fitta schiera di lavoratori invisibili ne è esclusa. La riforma ha molti aspetti positivi, ma anche diversi limiti e probabilmente non cancellerà la precarietà che è più una condizione esistenziale che lavorativa. La riforma è complessa e molto articolata. Un giudizio sintetico è impossibile, pertanto procediamo elencandone e discutendone i punti principali:
- La reintroduzione di una norma contro le dimissioni in bianco e l’estensione della convalida delle dimissioni delle lavoratrici madri (la mamma che lascia il posto di lavoro deve personalmente confermare la volontà di licenziarsi all’ufficio provinciale del lavoro) sono il minimo per un paese civile. Voto: 10 e lode
- Congedo di paternità obbligatorio. Un altro grande passo culturale. Voto: 10 e lode.
- Regolazione degli stage: la normativa è soprattutto in mano alle Regioni e nel documento approvato venerdì l’indicazione è generica, ma il Ministro Fornero è stata chiara: stop agli stage post laurea non retribuiti. Il passo ulteriore è una regolamentazione conforme alla Carta dei diritti dello Stagista come avvenuto in Toscana. Voto: 8, ma si aspettano le Regioni.
- Politiche attive: il dramma di perdere il lavoro è che è difficile trovarne un altro. Sembra un’ovvietà, ma è il cuore del problema italico. Il licenziamento non è accompagnato da un adeguato aiuto a stimolo a ritrovare un altro lavoro. Il licenziamento, anzi, è visto come un marchio di infamia. La proposta del Governo vuole riformare i servizi per l’impiego e rafforzare la formazione. Ma anche qui un ruolo fondamentale è giocato dalle Regioni e anche qui servirebbero molti soldi che al momento non ci sono. Voto: 6.5.
- ASpI e CIGS: finalmente una riforma che oltre alla flexibility preveda anche la security con l’Assicurazione Sociale per l’Impiego (ASpI). Erano idee già presenti nel Libro Bianco di Biagi ma dimenticate dal ministro Maroni nell’attuazione delle riforma che porta il nome del giuslavorista. La limitazione della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) ai soli casi in cui l’impresa può effettivamente continuare a lavorare è un’altra rivoluzione copernicana rispetto a un sistema che protegge il posto di lavoro e non il lavoratore e che di fatto rappresenta un sussidio mascherato per imprese in fallimento. Tuttavia, non si tratta ancora di una rete universale perché ne sono esclusi parasubordinati e lavoratori autonomi. C’è ancora lavoro da fare. Voto: 6
- Articolo 18: il nodo del dibattito di questi giorni e il simbolo stesso della riforma. E’ importante il messaggio che il Governo dà: sono necessarie certezze per il lavoratore e le imprese. L’attuale formulazione che rende nullo il licenziamento “senza giusta causa o giustificato motivo” è troppo generica e torna comoda solo al conto in banca degli avvocati che possono passare anni a disquisire nelle aule giudiziarie sull’esatta interpretazione della formula. “Monetizzare” il licenziamento, come Pierluigi Bersani denuncia, non è un peccato mortale, ma anzi sarebbe la strada da percorrere per dare al lavoratore un paracadute in caso di licenziamento e certezze alle imprese. Sarebbe anche un modo per dare dignità e valore al lavoro, a differenza di quanto denunciano i sindacati. Al momento, in caso di licenziamento, le parti spendono anni in tribunale con costi diretti e indiretti altissimi. Il lavoratore può sperare nel reintegro con indennizzo dei mesi non lavorati, ma ciò avviene solo per pochi casi (dopo molto anni il lavoratore o non ha più voglia di tornare a lavorare per il vecchio datore di lavoro oppure ha trovato un altro posto). Per altro, l’indennizzo tra 15 e 27 mensilità, proposto dal Governo, è incomparabilmente più alto di quello presente negli altri stati europei (in genere un massimo di sei mensilità). C’è perfino il rischio che questa norma sia più stringente, soprattutto per le piccole e medie imprese del vecchio articolo 18. La formulazione attuale, infatti, non solo comporta costi alti per le imprese ma anche un ruolo molto forte del giudice per decidere se si tratta di un licenziamento discriminatorio oppure economico e se sussiste la ragione economica oppure disciplinare e se sussiste la ragione disciplinare. Pertanto, la proposta di una rapida procedura di conciliazione è positiva e da rafforzare (in Germani solo il 5% delle cause di lavoro finisce in tribunale, in Italia quasi il 60%). Inoltre, l’indennizzo in caso di licenziamento economico dovrebbe essere garantito a tutti, a prescindere dalla provata ragione o meno (così l’imprenditore sarebbe costretto a un calcolo costi-benefici diretti che diminuirebbe di molto il rischio di licenziamenti discriminatori mascherati). Infine, per evitare il panico da licenziamenti di massa che si sta spargendo nel paese sarebbe stato meglio applicare la riforma solo ai nuovi contratti, anche come stimolo all’assunzione. Coraggio e visione nel tentativo di affrontare una norma feticcio, ma ancora troppe incertezze e distorsioni nelle proposte di riforma. Voto: 6- di incoraggiamento
- Costo del lavoro più alto per i precari: la riforma prevede un aumento del 1,4% dei contributi sociali per finanziare l’ASpI. E’ quanto da tempo richiedevano PD e sindacati. In realtà questo si tradurrà in salari più bassi per i precari se non accompagnato dalla definizione, anche a livello di contrattazione collettiva di minimi salariali (che però, in ragione della scarsa produttività italiana, dovranno essere per forza bassi per non peggiorare ulteriormente la già non brillante situazione). La vera riforma giusta arriverà quando, con dei conti pubblici in ordine, cominceremo a ridurre le tasse sul lavoro (e a spostarle sulle rendite oltre a un netto taglio della spesa pubblica improduttiva). Voto: 4,5.
- Limiti ai contratti flessibili: molto positivi i limiti ad alcune forme contrattuali abusate come l’associazione in partecipazione oppure i ripetuti contratti a tempo determinato e giusto non eccedere. Gli altri contratti vengono lasciati pressoché immutati e sempre fondati su un ricorso al giudice da parte del lavoratore, improbabile in una situazione di difficoltà e minorità.Il problema principale è che non si istituisce un percorso chiaro e graduale di entrata nel mercato del lavoro. E’ buona l’idea prevedere il contratto di apprendistato e inserimento come strumenti privilegiati per, rispettivamente, i giovani e gli altri lavoratori con tanto di premio per la stabilizzazione. Tuttavia l’idea non riprende la proposta di tutele crescenti, sul modello del contratto unico di Boeri, che permetterebbe un inserimento graduale nel mercato del lavoro. Con la proposta del governo le differenze tra contratti flessibili e a tempo indeterminato sono ancora troppo grande e gli scalini da superare in termini di costi e protezioni legali ancora troppo disincentivanti per il datore di lavoro che vorrebbe offrire un lavoro stabile ai propri dipendenti. Voto: 4.
E, infine, meriterebbe un 10 e lode anche il proposito del Governo di sottoporre la riforma a un monitoraggio e valutazione attenti. Il giudizio è, però sospeso perché, dopo anni di illusioni, se non vediamo non crediamo!
In generale, consideriamo la riforma un buon passo avanti, date le condizioni economiche e politiche. Al Governo va dato il merito di visione innovativa e coraggio riformatore, ma forse nel tentativo di accontentare troppe parti in causa la riforma non dà ancora quella chiarezza necessaria. Le parti sociali hanno affrontato in maniera seria la trattativa, ma ancora una volta nella classica contrapposizione lavoratore/padrone che, pur numericamente importante, è sempre meno valida nel tessuto economico italiano. La voce dei lavoratori autonomi si è sentita poco e i precari di ogni tipo a quel tavolo non erano rappresentati. Ci sono ancora tanti dettagli non minori da migliorare e definire (fondamentali nel mondo del lavoro italiano in cui gli abusi e gli azzeccagarbugli spopolano). Al Parlamento toccherebbe emendare questi punti, ma la qualità dibattito in corso non fa ben sperare.





































Andrea Garnero
Nato a Cuneo nel 1986, è economista, attualmente in dottorato presso la Paris School of Economics e l’Université Libre di Bruxelles. Per LSDP si occupa di economia, in particolare di mondo del lavoro, pensioni e politiche sociali.