In attesa di conoscere e discutere i provvedimenti del governo in materia di mercato del lavoro, torniamo a parlare brevemente di politica italiana. Per andare al di là della discussione su alcuni casi specifici – di cronaca, ma non solo, come ormai sembra evidente – sulla questione della corruzione, cominciamo dall’analisi di un documento politico, e cioè il “manifesto” di Italia Futura per le elezioni del 2013, scritto da Carlo Calenda, Andrea Romano, Nicola Rossi.
Uno dei segni dell’avvento del governo Monti, al di là della certificazione di una crisi dei partiti trasparente e non implicita, è la crisi di identità degli attori che, fino a novembre, erano impegnati a banchettare sulle “ultime settimane” di Berlusconi. Il governo Monti ha cambiato i giochi, e, per farla breve, la gente si chiede: “Ora che si fa sul serio, perché dobbiamo perdere tempo con Montezemolo e Renzi?”. D’altra parte, esiste sempre un doppio spazio nell’evoluzione politica italiana: in primo luogo, lo spazio aperto da quegli italiani che, secondo i sondaggi, darebbero a un “partito di Monti” la maggioranza dei voti, in secondo luogo, lo spazio a sinistra che potrebbe aprirsi se l’esperienza di Monti fosse in qualche modo portata avanti da un nuovo consociativismo, il che potrebbe comunque – in particolare se la crisi a livello europeo fosse affrontata con altri rinvii e altre incertezze – aprire altri spazi per forze di sinistra tradizionali o per il mondo dei beni comuni.
Perciò, a ben vedere, mentre i partiti parlano della RAI, nessuna delle opzioni passate è stata completamente superata. Ciò che manca, d’altra parte, è un contesto ideologico che possa chiarire meglio l’offerta politica, dato che non si potrà andare alle elezioni con le varie formazioni che si limitano a dire “bene Monti, salviamo l’Italia” oppure “Monti ce l’ha coi lavoratori, affossa l’Italia”. Altrimenti, dimenticati i passi avanti che abbiamo fatto in questi mesi con la discussione di questioni più legate alla realtà del Paese, ci ritroveremo punto e a capo. Il “manifesto” di Italia Futura è stato pubblicato su “Il Foglio”, così obliterando alcuni rituali della Seconda Repubblica (in particolare delle polemiche interne del PD) che lasciano il tempo che trovano e agli elettori italiani, soprattutto quelli lontani dalle urne, non interessano. Il documento non nomina mai direttamente Mario Monti, anche perché punta ad occupare il “suo” spazio politico, e né chiarisce la questione della leadership e la ricomposizione delle alleanze. Non nomina mai nemmeno la parola “austerità”, mentre parte dal confronto tra un’Italia ripiegata in difesa di fronte alle opportunità della “partita globale della crescita e dello sviluppo”. Si conclude con una nota sulla fiducia negli italiani e l’ottimismo tipico dello spirito dell’impresa, dicendo che il compito della politica sta nel cercare di raddrizzare “lo Stato con le sue mille anomalie” (e di conseguenza, diminuire la spesa pubblica) piuttosto che “il legno storto degli italiani”.
Nell’attuale contesto politico, il manifesto di Italia Futura, che dà qualche contenuto in più alla visione vicina al Terzo Polo, è un attacco sia a un PDL ormai allo sbando, e accusato di non aver risposto in nessun modo alla promessa della “rivoluzione liberale” (ma non credo che l’etichetta “liberale”, abusata e spesso vuota, abbia grande forza politica e sociale in Italia) che a una sinistra accusata di guardare alla socialdemocrazia ma, più in profondità, di aver abbandonato la bussola del progresso davanti alla crisi della globalizzazione percepita nell’Occidente. Calenda, Romano e Rossi scrivono:
L’attenzione si è spostata dalla mobilità sociale alla giustizia sociale (con un forte accento redistributivo), dalla crescita alla difesa delle garanzie esistenti, dal pareggio di bilancio alla centralità della spesa pubblica, dalla diminuzione delle tasse su chi produce e lavora al ritorno del ruolo dello Stato in economia attraverso il potenziamento degli strumenti di politica industriale.
In realtà, questa critica schiaccia la sinistra in una logica caricaturale, anche perché la crescita è tutt’altro che fuori dall’agenda della sinistra europea (ciò che si discute è proprio la sostenibilità di provvedimenti legati alla crescita, e la possibilità che questo possa generare una reale convergenza). Se affrontiamo questi temi con uno sguardo globale, le cose sono ben più complicate. Senza stare a considerare l’evoluzione del rapporto tra Stato e mercato da quando Lawrence Summers scriveva in modo un po’ pietoso nel 2007 che i “fondi sovrani scuotono la logica del capitalismo”, esiste ormai un’ampia “geopolitica industriale” su cui varie nazioni, non certo solo la Cina (Brasile, Francia, Corea, per nominarne solo alcune, e tralasciando gli Stati Uniti, su cui richiamo anzitutto i lavori di Michael Lind) competono su scala globale. Anche questa è la globalizzazione, che non prevede affatto il dogma dell’eliminazione dello Stato dall’economia, ma anzi ripropone la questione dell’efficienza della burocrazia davanti all’internazionalizzazione di alcune politiche, che siamo obbligati ad affrontare, se non crediamo nel “legno storto degli italiani”. Se ci limitiamo a pensare che le “politiche industriali” sono contrarie al “Verbo” perché “ce lo chiede l’Europa”, guardiamo invece al passato. Nel contesto italiano, ciò non significa che si debba ricreare l’IRI e che una politica di governo debba limitarsi a dire “il neoliberismo è brutto, il lavoro è bello”. Significa che è errato sostenere che la politica industriale sia un fossile socialdemocratico.
Il punto più interessante del documento di Italia Futura è il rapporto tra la globalizzazione e le esportazioni, in cui si ricordano le occasioni perdute del sistema italiano nel comprendere le sfide dell’ultimo ventennio e la possibilità concreta dell’erosione ulteriore della nostra base produttiva, che patisce l’enorme pressione fiscale sull’impresa e sul lavoro. Sull’importanza anche simbolica dell’impresa (il cui rilancio è l’unico modo possibile per mantenere il benessere) si scrive efficacemente:
Occorre dunque sostituire la retorica dei ristoranti pieni con quella delle linee di montaggio attive, dei prodotti esportati, dei nuovi posti di lavoro creati, della qualità della scolarizzazione raggiunta, della quantità di cultura prodotta e consumata.
Per questo il documento di Italia Futura sembra configurare un possibile destino di “partito degli esportatori”, dove in effetti può mirare a sostituire uno zoccolo classico del sostegno del centrodestra, che difficilmente il PD potrebbe conquistare, soprattutto se lo vede come un gruppo sociale legato all’evasione e non come un bacino di lavoro e di ricchezza. In una nazione come l’Italia, le esportazioni continueranno a contare, anche se per ovvi motivi non possono raggiungere l’influenza che gli interessi degli esportatori tedeschi hanno ormai nel contesto europeo, come ricordavamo parlando di “Cirmania”. Siamo davanti a un settore fondamentale, anche se affidare ad esso (e alla penetrazione nei nuovi “mercati emersi”) l’unica strategia di crescita dell’Italia è limitato, e, nonostante la nostra “passione BRIC”, questo non basta per salvare e rilanciare l’Italia.
Inoltre, il “partito degli esportatori” presenta due ordini di problemi.
Il primo è il legame tra l’esportazione e la svalutazione, che si ripropone nella storia d’Italia e, pur essendo impossibile dall’adozione nell’euro, nei momenti di crisi acuta ritorna in primo piano perché, come ricorda Michael Pettis, qualcuno deve pagare il conto. Si tratta dell’idea di “svaluto ergo sum”, di cui parlava Marcello De Cecco prima dell’avvento del governo Monti, ricordando quanto gli attacchi di Berlusconi all’euro potevano essere letti come il richiamo a quegli “industriali esportatori italiani che avrebbero accolto con gli applausi una svalutazione”.
Il secondo e più ampio problema di un ripensamento dell’offerta politica che parte dal riconoscimento del “primato dell’esportazione” sta in breve, nelle difficoltà di gestione della globalizzazione, che appaiono tutt’altro che superate. Leggendo il documento di Italia Futura, mi è venuta in mente una interessante recensione di due anni fa di Alberto Mingardi al libro di Edoardo Nesi, “Storia della mia gente”, quando scriveva: “Compriamo a poco un jeans cinese e pensiamo alla crisi di Prato: non ai milioni d’individui che ha traghettato al di fuori dalla povertà più abietta.” Credere che giunga un momento in cui penseremo al secondo punto – in cui la maggioranza della nostra popolazione ne terrà realmente conto nella cabina elettorale e nei piani di vita – è, a mio avviso, un’illusione, e va considerata come tale. Il punto è che la coscienza territoriale e nazionale, in un’epoca che ha visto il contrario della fine dello Stato-nazione, ritorna ancor di più quando si tratta dei temi del benessere, anzitutto in termini di difesa, anche se ciò non esclude la possibilità del rilancio, quando però avviene a partire da una spiegazione dei cambiamenti e non dal fatto che dobbiamo pensare al benessere degli altri. In ogni sistema politico, in particolare all’indomani delle grandi crisi, si ripresenta il problema che Karl Polanyi definiva in termini di “embeddedness”, un concetto complesso con cui si descrive il radicamento e la “digeribilità” del cammino vorticoso e distruttivo/creativo delle forze economiche nella società. O il tuo interlocutore è una parte minoritaria della società, oppure l’argomento “grazie alla globalizzazione la povertà nel mondo è diminuita” non può essere un argomento politico, perché tu non puoi andare in Sulcis a dire “beh, il nostro costo energetico è troppo alto, quindi qui non investirà mai più nessuno, né possiamo intervenire su questo o su altro altrimenti sono aiuti di Stato, ma da qualche altra parte nel mondo le cose sono migliorate, Gunnar Myrdal oggi non scriverebbe più ‘Asian Drama’, quindi dovete essere contenti e arrangiarvi”. Altrimenti, oltre a non avere cuore, politicamente sei destinato a fallire.





































Alessandro Aresu
Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e direttore de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP cura le rassegne stampa e si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, oltre che di Stati Uniti.