Della Cina si parla molto, nel nostro paese arrivano continue statistiche impressionanti (sul PIL, sul numero di ingegneri o di nuovi ricchi) che spaventano un po’. Motivo per cui ho voluto andare con un amico francese sul terreno, per due settimane, per cercare di capire che significa oggi vivere nella seconda potenza economica mondiale.
Comincio con ridurre le aspettative: si tratta ancora di un paese in via di sviluppo, lo si deduce dai prezzi bassi dei beni di prima necessità (mangiar fuori costa tra 1 e 10 euro a persona), dalle campagne sconfinate in cui le case non sono finite e i rifiuti sono buttati a fianco dei campi – ancora coltivati in maniera tradizionale. Nelle città abbondano gli scooter elettrici al posto delle biciclette, e di certo l’automobile non è diffusissima (vedendo anche la quantità di taxi e le loro tariffe irrisorie).
Certo, incutono timore le centinaia di cantieri edili che si incontrano sul proprio percorso, ma ci sono anche molte considerazioni sul rischio di scoppio della bolla immobiliare che ridimensionano la portata di questo sforzo edilizio. La crescita impetuosa si osserva anche dalla presenza di numerosi negozi dedicati al lusso, i grandi marchi francesi e italiani (in ordine di presenza) riempiono i paesaggi di Shanghai. Non ho mai visto tanti negozi di gioielleria come a Hong Kong e Shanghai, tutti tra l’altro molto frequentati, e con prezzi simili ai nostri standard. La pubblicità è onnipresente: interi palazzi sono ricoperti di luci per proiettare i messaggi di Bulgari, Louis Vuitton, nell’attesa dell’ascensore per salire al nostro ostello facciamo in tempo a guardarci due réclame su schermi led di qualche pollice. Ogni evento è sponsorizzato, qui la fanno da padrone gli statunitensi, Pepsi e Kfc in primis (qui sotto potete vedere un esempio della brandizzazione in salsa cinese operata dalla Pepsi).
Sempre per restare sulle multinazionali, la grande multinazionale per eccellenza di questi giorni, Apple, è un sogno collettivo: i suoi negozi sono faraonici, sovente prese d’assalto, e le biografie di Steve Jobs in libreria sono decine. Peccato poi che Internet sia lentissimo, che i wi-fi non abbondino e non si possa accedere a Facebook. Ogni città visitata ha una via centrale pullulante di negozi e illuminata a giorno, la musica dance dei negozi e gli annunci dei venditori al megafono rendono tutto molto intenso. E ogni città ha, spesso a poche centinaia di metri, le sue zone povere. C’è il centro direzionale fatto di grattacieli, e ci sono i quartieri disagiati fatti di case basse; in tal senso fa impressione Shanghai, a fianco di quello che dovrebbe essere il centro storico (sembra più una riserva indiana), vecchi edifici in cui la vita è fatta di piccoli negozi, “ristoranti” spartani, bambini semi nudi che escono dai bagni esterni. Si tratta insomma di un paese in crescita disordinata, in cui la ricchezza è concentrata e molto esibita, in cui l’apparenza fa molto, ma si svela rapidamente agli occhi di un europeo: i treni hanno forme avveniristiche e sedili che si rompono quando ci si appoggia, gli hotel camere raffinate e bagni che perdono, i “jeans” sono fatti di una strana pellicola di plastica.
Un treno per la Cina
Vivendo a stretto contatto, soprattutto nei lunghi viaggi in treno per spostarsi sull’immenso territorio cinese, abbiamo avuto modo di incontrare usi e costumi dei cinesi normali (visto che un viaggio in treno di 18 ore costa 50 euro). I presupposti per capire i cinesi sono banali, ma vanno vissuti per essere compresi a fondo; il primo è il numero: sono tantissimi, e ovunque ci sono folle oceaniche; il secondo: le distanze sono immense. Purtroppo le difficoltà linguistiche hanno reso solo superficiale la mia analisi, pochissimi parlano inglese (e molto male solitamente, diversamente dalla propaganda governativa che vanta milioni di english speaker in Cina). Non si sopravvive negli assembramenti spintonando con ansia, si vive tutto con una pazienza molto particolare, anche se, quando è richiesto, il cinese è di una determinazione feroce. Ricordo le urla di un signore a cui avevamo spostato la valigia per mettere la nostra nel treno pieno per i rientri dalle vacanze.
Nella settimana di vacanza ci sono anche i saldi: a Nanjing Road, via dello shopping a Shanghai, i negozi sono presi d’assalto (con la paradossale calma di cui sopra). Negozi che sono per lo più uguali tra loro, vendono prodotti simili di bassa qualità e si ispirano ai marchi occidentali più famosi (per altro spesso presenti). Nei loghi dei negozi sportivi si rincorre un’imitazione pedissequa del baffo Nike, talvolta contaminato dal simbolo della Reebok.
Se qualcosa balza all’occhio, è la mancanza totale di creatività: nel vestirsi, come nei prodotti venduti; i mercatini rionali, che da noi abbondano di prodotti artigianali, vendono ovunque la stessa merce. Le sciarpe pashmine sono le stesse a Xi’an e Guilin (distanti più di mille Km, e proprio a Guillin ho scattato la foto che vedete sotto, dove potete vedere una piccola folla che si sbraccia per ricevere delle ricariche telefoniche in omaggio), stessa “marca”. In genere, l’idea che mi son fatto è che la popolazione cinese sia semplicemente poco interessata alla cultura: passatempi preferiti nei lunghi viaggi, oltre a dormire? Giochi su Ipad e cellulari. Persone che leggono quotidiani? Mai viste. Quantità di librerie ed edicole? Minima.
Parlando di Km, ho attraversato in treno il centro sud della Cina, con viaggi di 20-30 ore. Quando una famiglia ci ha detto che per percorrere 800 km ci impiegava 3 gg abbiamo capito come mai fossero tutti stupiti dalla vastità dei nostri spostamenti. Difficile capire se le distanze vengano vissute un po’ con passività, o se alla base vi sia una cultura contadina che preferisce piccoli passi molto solidi.





































Andrea Danielli
Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.