Le 100 più grandi città del pianeta (tra cui le città europee fanno magra figura) concentrano 1/3 della popolazione mondiale. In Cina, sono spuntate 225 mega-città negli ultimi anni secondi fonti della Commissione europea. Nella nostra Europa, 35% della popolazione vive in città di più di 250 000 abitanti, nonostante la ruralità sia una realtà ben salda in diversi paesi – vedi gli attuali dibattiti sulla PAC in Francia e nel quadro dell’elezione presidenziale d’oltralpe. L’Europa ha coltivato un processo urbano sui generis, con la storia dei comuni (soprattutto italiani) che pre-esistono alla nascita degli Stati membri. Detto questo, le città sono si’ motori di crescita e innovazione, ma concentrano contemporaneamente, proprio in ragione della loro attrattività, grandi problemi di disagio sociale (edilizia, bassi redditi, sfida dell’integrazione e immigrazione, lotta contro la povertà) addizionati ai problemi di inquinamento, gestione del suolo, rifiuti e sfide legate alla mobilità urbana (circolazione dolce e interoperabilità tra mezzi di trasporto).
Proprio perché l’Europa non puo’ stare a guardare, il 16 febbraio scorso la Commissione europea ha organizzato il Forum urbano delle Città. All’ordine del giorno un défilé di sindaci europei invitati ad esprimersi sul futuro della politica di coesione (376 miliardi di euro sono in fase di negoziato per il prossimo periodo di programmazione 2014-2020). Questo dibattito implica il futuro utilizzo dei fondi strutturali, quei soldi che l’Italia fatica tanto a spendere (la nostra analisi qui).

Ma cosa centrano i sindaci se poi sono le regioni a dover spendere i soldi europei? In realtà poco, fatta salvo la dimensione urbana della politica europea di coesione e una possibilità futura di delega alle città per la gestione dei fondi europei. Poco in percentuale pecuniaria, tanto in visibilità e legame diretto del cittadino con l’Europa, cruccio bruxellese del deficit democratico e dell’introvabile impatto europeo nella vita di tutti i giorni. A sposare questa tesi è stato Luigi De Magistris che difende il livello comunale, espressione democratica per eccellenza, per far crescere l’adesione dei cittadini all’Europa. Napoli, con gli occhi verso Bruxelles, ma un cuore Mediterranneo, propone alla Commissione di creare delle “unità di controllo” europee per verificare la buona realizzazione dei progetti senza aspettare la procedurale rendicontazione di fine programmazione (in pratica un controllo formale di scontrini e ricevute senza presa diretta sulle qualità dei progetti). Piero Fassino, sindaco di Torino, mette la città al centro delle preoccupazioni dell’Europa: per essere efficaci, le città devono essere destinatarie dirette dei finanziamenti perché le regioni che ricevono i fondi da Roma, per poi trasferirli ai comuni, alimentano un meccanismo farraginoso che allunga tempi di spesa e investimento in una fase di crisi. L’idea è interessante, ma incontra naturali opposizioni negli Stati membri in cui la gestione dei fondi è regionalizzata (come in Italia o Spagna) e sensibili argomenti contrari nei paesi più centralizzati, quali la Francia, in cui le regioni faticano a presente ad essere autorità di gestione diretta e unica dei fondi strutturali e già si vedono sfuggire i soldi che dovranno essere delegati alle zone urbane, agli agglomerati comunali (forse un giorno alle nostre zone di area vasta?).
Nel faticoso cammino della governance multilivello, e per dare senso all’azione europea in materia di politiche urbane, la Commissione ha allora proposto un regolamento europeo di applicazione diretta negli Stati membri (previo accordo del Consiglio e del Parlamento che stanno battagliando sul testo) che precisa che ogni Stato dovrà dedicare almeno il 5% dei suoi fondi FESR per lo sviluppo regionale – oggi in Italia gestiti dalle regioni – agli investimenti urbani. Con conseguente delega di gestione dei fondi alle città (che equivale ad una perdita di potere per le regioni). In soldoni significa una responsabilizzazione del livello comunale/metropolitano come destinatario di fondi europei per la realizzazione di progetti “integrati”. “Integrated urban development” è infatti il motto europeo: un progetto urbano sarà integrato (nel senso che comprenderà diversi assi di sviluppo in materia sociale, economica e di sviluppo sostenibile) o non sarà. Per di più, un piccolo budget (circa 500 milioni di euro su 7 anni) sarà destinato alle città che vorranno sperimentare soluzioni urbane innovanti sul loro territorio. Esse saranno scelte secondo una selezione meritocratica attraverso un bando europeo gestito direttamente dalla Commissione.
Benché ancor poco dettagliata, la proposta europea fornisce un input considerevole per le realtà urbane europee (benché al momento dimentichi completamente l’asse di sviluppo urbano-rurale). Negli anni 90 l’Europa dimostro’ il suo attaccamento territoriale finanziando alcuni progetti di riqualificazione urbana nei quartieri dismessi. Fu l’iniziativa URBAN I e II, poi “mainstreamata” (e quindi dissolta) nella rete europea di città URBACT per il periodo 2007-2013. La Commissione ritorna quindi in forza verso una discreta visibilità dell’Europa sull’urbano grazie ad investimenti mirati all’innovazione sui territori. Ma prima di gettarsi sugli emendamenti al testo, il Parlamento europeo si è fermato a riflettere: “Urban policy, what does it mean?”. Cosa significa politica urbana? Esiste una politica della città a livello europeo? E soprattutto, sta proprio all’Europa, considerando il principio di sussidiarietà, regolamentare questi aspetti a livello brussellese? Il dibattito è aperto. Prossimamente su queste pagine, le politiche europee e italiane per la Smart City. Stay tuned su Lo Spazio della Politica (pubblicazione la prossima settimana).




































Pingback: L'Italia dal Comune alla Smartcity | Lo Spazio della Politica