Ciò che distingue il lavoratore frontaliero dal tradizionale lavoratore migrante è il fatto di essere residente in uno Stato e di lavorare in un altro. Mentre il secondo lascia il suo paese di origine, con o senza la sua famiglia, per abitare e lavorare in un paese diverso dal suo, il frontaliere ha una doppia cittadinanza nazionale per il luogo di residenza e il luogo di lavoro. In virtù della normativa comunitaria, l’espressione «lavoratore frontaliero» designa qualsiasi lavoratore occupato sul territorio di uno Stato membro e residente sul territorio di un altro Stato membro (criterio politico), dove torna in teoria ogni giorno o almeno una volta alla settimana (criterio temporale). Ogni giorno, circa 51.000 Italiani attraversano il confine per andare a lavorare in Svizzera nel Canton Ticino, una cifra impressionante se si considera che il totale dei lavoratori del Cantone è di 185 mila persone, ossia i transfrontalieri italiani rappresentano quasi il 30% della forza lavoro ticinese.
Gli italiani arrivano dal territorio che si estende lungo la linea di confine e oltre, abbracciando centinaia di comuni nelle province di Varese, Sondrio, Como, Lecco e Verbania. A questi si aggiungono altri cinquemila artigiani che godono di permessi temporanei. Molti italiani occupano posti di rilievo, nelle industrie, nelle fiduciarie e nelle assicurazioni.
In assenza di una competenza comunitaria precisa, il regime fiscale al quale sono soggetti i lavoratori frontalieri rinvia interamente alle convenzioni fiscali bilaterali firmate dagli Stati europei al fine di evitare la doppia imposizione sui redditi transnazionali. I rapporti fra Svizzera e Italia relativi all’imposizione dei lavoratori frontalieri e alla compensazione finanziaria a favore dei comuni italiani di confine, sono regolati dall’Accordo concluso dai due Paesi il 3 ottobre 1974 (ed entrato in vigore il 27 marzo 1979) in base al quale, i salari, gli stipendi e i compensi dei lavoratori frontalieri sono imponibili nello Stato in cui sono prodotti. Quindi i Cantoni Grigioni, Vallese e Ticino, ogni anno, versano allo Stato italiano una quota del gettito delle imposte sui redditi pagate dai frontalieri, pari al 38,8%. Tale accordo compensa le minori entrate ai comuni di confine che derivano da chi lavora in Svizzera, ma usufruisce in Italia dei servizi pubblici e delle infrastrutture.
La Svizzera ha avviato uno scontro frontale con l’Italia. I ristorni dell’anno 2010 sono stati infatti versati solo al 50%, mentre la parte restante, una cifra che supera i 20 milioni di euro, è stata trattenuta dal Canton Ticino. Un colpo durissimo per i comuni di confine che, per il momento, non grava ancora sui comuni visto che le quote versate da Bellinzona sono trasferite da Roma alle regioni di confine solo due anni dopo. In molti centri, le tasse restituite dalla Confederazione coprono la metà, se non addirittura un terzo, della spesa corrente. Per il 2010 i ristorni ammontano in tutto a 55 milioni di franchi svizzeri (circa 44 milioni di euro).
La Svizzera ha chiesto la ripresa del dialogo sulla Convenzione di doppia imposizione fiscale – materia che è tra l’altro di competenza federale e non cantonale – ritenendo l’Accordo obsoleto rispetto alle mutate condizioni sociali, economiche e politiche del 1974, e incoraggiando le autorità federali a un ribasso dell’aliquota di ristorno, che oggi è appunto del 38,8% e che gli svizzeri vorrebbero vedere al 30%, o perfino al 12,5% equiparandola alla aliquota austriaca, non sapendo però che nel caso dell’Austria, i ristorni valgono per tutti i cittadini austriaci, mentre nel caso italiano solo per i frontalieri che vivono entro un raggio di 20 km dalla frontiera, tant’è che perfino il Consiglio federale ha affermato che gli accordi con l’Italia e l’Austria non possono essere confrontati direttamente.
A fronte di queste considerazioni, la presa di posizione del Canton Ticino appare più una «ritorsione» che una vera e propria intenzione rivedere degli accordi fiscali, infatti, le cifre in gioco sono basse trattandosi di appena 20 milioni di euro. Si tratta più di una «vendetta» rispetto a una serie di azioni intraprese o non intraprese dai governi italiani per tutelare la propria economia come lo scudo fiscale, la non rimozione della Svizzera dalla lista nera dei paesi a fiscalità privilegiata o il rimpatrio di circa 140 miliardi di euro non notificati in Italia, due terzi dei quali nel Canton Ticino.
L’arma per arrivare a questi obiettivi è, dunque, quella dei ristorni. Se i ticinesi non volessero pagare, sarebbe difficile obbligarli a farlo. Per risolvere la questione ci vorrebbe, piuttosto, un rinnovo dell’accordo quadro tra i due paesi in grado di vietare l’introduzione di azioni unilaterali, capace di imporre alle due parti di concordare le decisioni.
L’incertezza giuridica sulla questione, essendo la Svizzera interessata a continuare ad attrarre capitale umano italiano, potrebbe, a lungo andare, diventare negativa e il lavoratore italiano, ad alta qualificazione e mobilità, potrebbe anche decidere di rinunciare a lavorare in Svizzera. Appare evidente che il transfrontaliero di oggi non è più l’operaio degli anni ’70, ma un lavoratore dotato di alta specializzazione e scolarizzazione che sta trovando sbocco in Ticino poiché ivi sussiste una specifica richiesta lavorativa che non trova in Italia a causa di alcune rigidità del mercato del lavoro. Si tratta di un transfrontaliero che trova domanda dall’altro lato del confine e che non «ruba il lavoro agli svizzeri», ma che colma una lacuna strutturale. A inizio dicembre, il Presidente del consiglio italiano Mario Monti ha dichiarato di non voler negoziare un accordo sulla fiscalità con la Svizzera, secondo i modelli prescelti da Germania e Regno Unito. A suo avviso, infatti, questi trattati «non rispettano gli standard dell’Ocse» e rappresentano una specie di «sanatoria».





































Angelo Richiello
Nato a Napoli nel 1969, milanese di adozione, risiede e lavora in Svizzera, dove si occupa di progetti industriali per una multinazionale francese. Collabora col MIP School of Management.