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Profumo, i licei sportivi, la cultura dello sport

di Moris Gasparri · 5 Comments · in Calcio e politica, Sport · 6 marzo 2012

Premessa iniziale. Da qualche mese con Vedrò e assieme ad un meraviglioso gruppo di lavoro capitanato dal CT della nazionale di volley maschile Mauro Berruto mi sto occupando di politiche pubbliche per lo sport italiano (situazione degli impianti sportivi, finanziamenti allo sport nelle scuole, legge sugli stadi e industrie dello sport professionistico etc). Proprio sulla base di questo lavoro voglio spendere qualche riflessione sull’idea del liceo sportivo riproposta ieri dal ministro Profumo in questa sua intervista a La Stampa. Un’intervista che ha inaspettatamente creato il twit-tormentone di giornata, #liceosportivo, e che solo per questo motivo ha ricevuto forte attenzione mediatica.

Leggere il flusso dei tweet è un’operazione interessante. Si fatica a riconoscere una serietà alla proposta. Lo sport a scuola è inevitabilmente il Bar dello Sport, che in Italia significa quasi esclusivamente calcio. Scorrete i tweet e vi ritroverete tutti gli episodi, i personaggi e i linguaggi delle discussioni calcistiche quotidiane, miscelati con l’ironia di Twitter e con il mito tutto italiano del liceo come forma suprema della nostalgia. Poi qualche commento accigliato di chi accomuna lo sport alle veline, e invita il ministro Profumo a smetterla con le stronzate e ad occuparsi di cose più serie. D’altra parte, salvo qualche eccezione, chi in Italia ha mai veramente preso sul serio le ore di educazione fisica e gli insegnanti di educazione fisica? Non gli studenti, non il corpo amministrativo scolastico, non i media, non la politica.

Quanto alla proposta del liceo sportivo (una realtà che già esiste in alcune città italiane), la possibilità di poter meglio combinare studio e sport per i ragazzi che svolgono attività agonistiche è una novità interessante, che può impattare positivamente per alcuni atleti, soprattutto del nuoto e della ginnastica, gli sport in cui la soglia anagrafica per accedere alle competizioni di vertice è più bassa. L’importanza vera però è che ci consente di poter parlare pubblicamente del connubio più generale tra sport e scuola. Chiariamo subito un punto: la pratica sportiva nelle scuole non deve essere rivolta solo a chi già fa sport. Chi fa percorsi agonistici trova già un supporto nella rete dell’associazionismo sportivo, dati Censis alla mano la rete più capillarmente diffusa sul territorio nazionale. Trova tecnici, competenze, competizioni, federazioni e un esempio di come con poche risorse si riescano a gestire situazioni complesse, e con ottimi risultati. Il problema vero è in chi non fa sport, e in quest’ampia fascia della popolazione italiana rientrano purtroppo molti ragazzi tra i quindici e i ventiquattro anni.

Non mi stancherò mai di ripeterlo, una nazione con più praticanti sportivi è una nazione che riduce i costi di welfare legati alle malattie della sedentarietà (oltre ad altri benefici, in termini educativi e di Pil). La cultura della pratica sportiva la si crea però da piccoli, chi pratica uno sport sin dalla tenera età sa che non potrà mai distaccarsene completamente nel resto della sua vita. Ecco, in quasi tutti i paesi avanzati questa cultura si costruisce anche e soprattutto nelle scuole. In Germania alle elementari sono previste due ore di nuoto e due ore di palestra alla settimana. In Italia invece nella maggior parte delle scuole elementari non esiste un insegnante specifico per l’educazione fisica (anche se esiste una sperimentazione Coni-Miur avviata due anni fa, che speriamo divenga universale). L’Italia ha i dati europei peggiori riguardo al numero di ore di educazione fisica praticate nell’intero percorso scolastico. Qui incontriamo un problema oggettivo di strutture. Molte scuole, soprattutto al Sud, non dispongono della palestra. Delle palestre esistenti, molte sono sottodotate. Questo è il punto principale su cui intervenire, poi le competenze da utilizzare successivamente ci sono già, ci sono tanti giovani laureati in scienze motorie da valorizzare, ci sono tanti sportivi importanti che rappresentano un deposito di saggezza educativa da utilizzare, ci sono appunto tante associazioni sportive da coinvolgere nel rapporto con le scuole. Il problema strutture è però un problema di risorse economiche. Perché mettere soldi pubblici negli impianti sportivi scolastici non è mai stata considerata non dico una priorità, ma un investimento intelligente da fare?

Non esiste però solo l’importanza pratica dello sport, esiste anche una sua specifica importanza culturale. A questo ieri faceva riferimento uno dei tweet più intelligenti, quello della giornalista di Sky Sport Lia Capizzi. Ecco, in Italia c’è gente che continuamente arriccia il naso nel sapere che il giornale più letto dagli italiani è la Gazzetta dello Sport, invece di domandarsi il perché.  Anzi, la domanda contiene già la risposta, leggiamo in massa la Gazzetta perchè siamo una massa di ignoranti. Lo sport è cazzeggio, diversivo per le masse, oppio dei popoli. Cultura e sport sono due dimensioni separate. E se le cose non stessero esattamente così?

Con la cultura dello sport si impara la geografia del mondo globale. Quando nel 2022 ci saranno i mondiali in Qatar tutti impareremo a conoscere perché i capofila della nostra classifica dei global thinkers del 2011 sono stati i sovrani di questo piccolo paese del golfo Persico. Di esempi simili potrei elencarne a migliaia.

Con la cultura dello sport si impara la complessità della geografia italiana. Sarà deformazione professionale o perché sono nato in una città sportivamente affermata come Jesi, ma ogni volta che viaggio per città e paesi della Penisola una delle prime cose a cui penso è dove stanno lo stadio e il palazzetto, come stanno andando le squadre cittadine, quali sono le glorie sportive del presente e del passato, qual è la dotazione degli impianti sportivi cittadini. Queste cose tutte assieme sono patrimoni di cultura civica, altroché.

Con la cultura dello sport si imparano le lingue. Leggetevi l’analisi che abbiamo dedicato a Federico Buffa, che del racconto delle connessioni tra sport, lingua e geografia ha fatto un’arte inarrivabile.

Con la cultura dello sport si impara la storia.  Se non ci credete ascoltatevi questa lezione di Lucio Caracciolo sul valore geopolitico dello sport italiano. Ancora, se non ci credete leggetevi il libro “Sport Italia. The italian love affair with sport” dello storico inglese Simon Martin, che per primo ha indagato in profondità l’intreccio tra sport e politica nel nostro Paese, a partire dal 1861 a oggi. Ecco una serie di temi che il libro affronta in maniera egregia, con una ricca serie di dati, personaggi, testimonianze ed episodi, spesso sconosciuti: lo sport come forma privilegiata dell’addestramento militare nell’età sabauda. La costruzione/scoperta dell’identità nazionale attraverso il Giro d’Italia. L’utilizzo politico dello sport operato dal fascismo, con la costruzione di 2000 stadi, con lo sviluppo del giornalismo sportivo (con gli italiani “incentivati” a dividersi sui campioni dello sport e non sulle questioni politiche) e con la contraddizione tra il nazionalismo ricercato dal regime e i campanilismi locali invece rinfocolati dal calcio. La storia del Coni. I forti pregiudizi iniziali verso lo sport da parte del mondo cattolico e di quello comunista. La storia della Uisp e del Csi, ed i loro legami con i partiti della Prima Repubblica. Le Olimpiadi di Roma e il loro impatto geopolitico. La nazionale di calcio come unico fattore di collante identitario capace di oltrepassare il divisionismo italiano. Il legame tra sport e industria, dal calcio ai motori, passando per il ciclismo e il basket. Infine l’epopea politico-sportiva del berlusconismo.

Davvero tutte queste cose sono poco serie e poco rilevanti? Davvero sono scemi gli inglesi che alla storia dello sport dedicano dipartimenti di ricerca universitari?

 

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Moris Gasparri
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Moris Gasparri

Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di geopolitica & cultura globale dello sport, e di analisi di scenario sulla politica italiana.

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  • Luca Marcolin

     Caro moris, grazie dell’articolo, che mi e’ piaciuto nei toni e, anche se non completamente, nell’argomentazione.
    Mi pare soprattutto fallace la parte sui benefici culturali dello sport. Non nego che ci siano, ma cio’ non vuol dire che debbano essere recepiti nelle scuole. Ho collezionato francobolli mondiali e poi soprattutto italiani per buona parte della mia gioventu’ e adolescenza. Ci ho imparato la geografia mondiale e la geopolitica (quale dittatore non mette la propria faccia su un francobollo?), la storia (immagina, ho scoperto le colonie inglesi in africa, la Rodesia, me lo ricordero’ sempre), per non parlare della storia d’italia. Davvero, francobolli palestra di vita. Vuol questo dire che dovremmo inserire delle ore di collezionismo di francobolli anche a scuola? Per quanto appassionato, mi rifiuto di sostenere questa tesi. O meglio, potrebbe persino starci se vuoi, ma non in un contesto di risorse limitate per l’istruzione, e non in alternativa ad altre materie che considero piu’ formative. Tutto fa cultura ma, e forse quanto diro’ ora e’ molto obiettabile ma ne sono convinto, ci sono cose che fanno “piu’ cultura” di altre, e a queste dovrebbe essere data priorita’ .

    Qui sta la mia perplessita’ soprattutto sul discorso dei licei sportivi. Non siamo in grado di far funzionare dignitosamente le scuole superiori come sono attualmente, da dove tirare fuori le risorse per il liceo sportivo? A scapito di che cosa? MI spiace dirlo, ma la torta da spartire e’ sempre la stessa. E se poi il liceo sportivo lo facciamo, perche’ non quello della danza, o quello del teatro? In Utopia, sarebbe bellissimo…

    Ecco quindi che preferirei parlare di sport come business, come fattore culturale e di identita’ nazionale, persino come fonte di salute pubblica (anche se non sono a conoscenza di uno studio serio che dimostri che le 2 ore di ginnastica scolastica migliorano la salute ). Punti su cui concordo, e che mi fanno dire, ben venga un’attenzione maggiore per lo sport.  Ma la scuola ha forse altro cui pensare. 

    Infine, un dettaglio. mi perdi nell’argomentazione sulla Gazzetta. Stai accennando al fatto che chi legge la gazzetta lo fa per il suo contributo culturale? Perche’ se dobbiamo essere intellettualmente onesti, sono convinto che una frazione la legga per questioni di business, ma credo possiamo ammettere che e’ la passione per lo sport e l’intrattenimento la ragione dietro tali vendite di massa. Detto questo non esisteranno mai dati per confermare ne’ la mia ipotesi ne’ la tua, immagino.  

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=541740886 Moris Gasparri

    Luca, forse la seconda parte dell’articolo si sovrappone con la prima e porta ad equivocare, ma io non ho detto che a scuola si deve insegnare storia dello sport, al massimo puoi fare delle lezioni integrative. Nelle scuole si deve fare attività fisica, di più e meglio, negli altri paesi si fanno quattro ore a settimana, da noi due, e spesso mal fatte, e in molte città del Sud dove non ci sono le palestre si fa cazzeggio. Questa secondo me è una questione politica importante. Gli studi medici sugli effetti negativi della sedentarietà sono milioni, le raccomandazioni sono per almeno mezz’ora di attività fisica tre volte la settimana, sto cercando qualcosa di più specifico sul possibile risparmio dei costi sanitari a fronte dell’aumento dei praticanti, credo che esistano. Negli scenari della longevità poi la pratica sportiva assume ancora più importanza.

    Il liceo sportivo non comporta costi aggiuntivi, sarebbe solo un liceo con ore aggiuntive di educazione fisica, esiste già da anni un fondo apposito per gli insegnanti di educazione fisica che fanno ore pomeridiane di lezioni integrative, quindi non sono costi crescenti per lo Stato. Anche se non è vero che la torta da spartire è sempre uguale, questo dipende dalle scelte politiche che un governo mette in campo. Mettiamo 200 milioni all’anno per dieci anni per un fondo dedicato all’edilizia sportiva nelle scuole, o continuiamo a pagare i segretari comunali più di 100.000 euro all’anno indipendentemente dai risultati? Tieni presente poi che alcuni gettiti erariali sono anno dopo anno crescenti per lo Stato, come quelli dei giochi, e possono essere dirottati su queste attività che io considero investimenti.

    La passione per lo sport che porta ogni giorno quattro milioni di italiani a leggere la Gazzetta per me è un enorme fatto culturale, che va analizzato come ha fatto lo storico inglese che cito e che presto intervisterò per LSDP. Che differenza c’è tra un cinefilo, un appassionato di arte e dei drogati di sport come siamo io e Matiz? Per me nessuna, però per l’opinione comune i primi due fanno cultura, noi due no. Qui bisogna ornare alla saggezza greca. 

  • DaniloRamirez

    da sempre sostengo che lo sport è cultura e che entrambi rappresentano le più nobili espressioni dell’essere umano.

  • Danilo Ramirez

    Il contributo di Luca merita una analisi lunga e appropriata. Premetto che sono insegnante di educazione fisica da trent’anni nella scuola italiana e che ho una seconda laurea in lettere proprio per la passione e l’amore che ho per la cultura (in generale e del nostro paese in particolare). Partiamo dalla Gazzetta dello Sport. Sappiamo che la Gazzetta è il giornale più letto in Italia però è anche vero che purtroppo questo giornale non trasmette al paese una cultura dello sport. Io, quando lo trovo nei locali, lo apro al contrario, cioé comincio dal fondo perché sinceramente non mi interessa nulla leggere quante manovre ha fatto Ibrahimovic per posteggiare la sua Maserati prima dell’allenamento. Nel nostro paese non esiste una cultura dello sport ma lo sport è e resta cultura. Potrei citare le bellissime poesie di Umberto Saba e di Primo Levi, o le intrusioni colte di Pasolini e altri scrittori o registi ma lo sport è cultura non fosse che per il fatto che intergisce profondamente nella nostra vita di tutti i giorni. La ricerca scientifica procede grazie anche alla  sperimentazione in campo sportivo, il recupero funzionale di traumi e lesioni spesso attinge al modo in cui gli sportivi lavorano per risolvere i loro problemi funzionali. Se scrivo che il quadricipite di un saltatore sopporta un carico superiore a 300 kg al momento dello stacco io penso alla meraviglia del corpo umano, macchina perfetta che sa mettere in rapporto tra loro le minuscole ossa che compongono l’arco plantare con una architettura perfetta tale da sopportare un peso inimmaginabile. E su quell’arco vengono progettate cupole e ponti, prendendolo ad esempio di scarico perfetto dei pesi.
    Potrei andare avanti per ore, ho dedicato tutta la mia vita alla cultura dello sport, ma non posso tediarvi, termino parlando del mio settore di competenza, la scuola. Del liceo sportivo si parla molto, nella mia stessa scuola la sperimentazione esiste da anni. Non cambierà nulla, i licei sportivi saranno pochissimi, interesseranno meno dell’uno per cento della popolazione scolastica.  E saranno indirizzati a chi già svolge una attività sportiva, magari anche ad alto livello. Il grave è che il resto della popolazione scolastica resterà nella situazione attuale e che nella scuola primaria non ci sono specialisti (noi insegnanti di educazione fisica) a svolgere l’attività motoria, proprio in quella età più delicata per lo sviluppo psicomotorio. Questa resta la grave carenza della cultura del movimento in Italia, cultura del movimento che significa in primo luogo salute e prevenzione. Concludo con una frase tratta dal mio libro culto “Amore e ginnastica” di Edmondo De Amicis (al quale ho dedicato un saggio) che nel 1892 scriveva queste straordinarie parole:
     “La prima nazione del mondo, aveva detto un grande uomo,
    sarà quella che avrà più salute, ossia, quella che farà ginnastica.”

     

                                                               

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