Premessa iniziale. Da qualche mese con Vedrò e assieme ad un meraviglioso gruppo di lavoro capitanato dal CT della nazionale di volley maschile Mauro Berruto mi sto occupando di politiche pubbliche per lo sport italiano (situazione degli impianti sportivi, finanziamenti allo sport nelle scuole, legge sugli stadi e industrie dello sport professionistico etc). Proprio sulla base di questo lavoro voglio spendere qualche riflessione sull’idea del liceo sportivo riproposta ieri dal ministro Profumo in questa sua intervista a La Stampa. Un’intervista che ha inaspettatamente creato il twit-tormentone di giornata, #liceosportivo, e che solo per questo motivo ha ricevuto forte attenzione mediatica.
Leggere il flusso dei tweet è un’operazione interessante. Si fatica a riconoscere una serietà alla proposta. Lo sport a scuola è inevitabilmente il Bar dello Sport, che in Italia significa quasi esclusivamente calcio. Scorrete i tweet e vi ritroverete tutti gli episodi, i personaggi e i linguaggi delle discussioni calcistiche quotidiane, miscelati con l’ironia di Twitter e con il mito tutto italiano del liceo come forma suprema della nostalgia. Poi qualche commento accigliato di chi accomuna lo sport alle veline, e invita il ministro Profumo a smetterla con le stronzate e ad occuparsi di cose più serie. D’altra parte, salvo qualche eccezione, chi in Italia ha mai veramente preso sul serio le ore di educazione fisica e gli insegnanti di educazione fisica? Non gli studenti, non il corpo amministrativo scolastico, non i media, non la politica.
Quanto alla proposta del liceo sportivo (una realtà che già esiste in alcune città italiane), la possibilità di poter meglio combinare studio e sport per i ragazzi che svolgono attività agonistiche è una novità interessante, che può impattare positivamente per alcuni atleti, soprattutto del nuoto e della ginnastica, gli sport in cui la soglia anagrafica per accedere alle competizioni di vertice è più bassa. L’importanza vera però è che ci consente di poter parlare pubblicamente del connubio più generale tra sport e scuola. Chiariamo subito un punto: la pratica sportiva nelle scuole non deve essere rivolta solo a chi già fa sport. Chi fa percorsi agonistici trova già un supporto nella rete dell’associazionismo sportivo, dati Censis alla mano la rete più capillarmente diffusa sul territorio nazionale. Trova tecnici, competenze, competizioni, federazioni e un esempio di come con poche risorse si riescano a gestire situazioni complesse, e con ottimi risultati. Il problema vero è in chi non fa sport, e in quest’ampia fascia della popolazione italiana rientrano purtroppo molti ragazzi tra i quindici e i ventiquattro anni.
Non mi stancherò mai di ripeterlo, una nazione con più praticanti sportivi è una nazione che riduce i costi di welfare legati alle malattie della sedentarietà (oltre ad altri benefici, in termini educativi e di Pil). La cultura della pratica sportiva la si crea però da piccoli, chi pratica uno sport sin dalla tenera età sa che non potrà mai distaccarsene completamente nel resto della sua vita. Ecco, in quasi tutti i paesi avanzati questa cultura si costruisce anche e soprattutto nelle scuole. In Germania alle elementari sono previste due ore di nuoto e due ore di palestra alla settimana. In Italia invece nella maggior parte delle scuole elementari non esiste un insegnante specifico per l’educazione fisica (anche se esiste una sperimentazione Coni-Miur avviata due anni fa, che speriamo divenga universale). L’Italia ha i dati europei peggiori riguardo al numero di ore di educazione fisica praticate nell’intero percorso scolastico. Qui incontriamo un problema oggettivo di strutture. Molte scuole, soprattutto al Sud, non dispongono della palestra. Delle palestre esistenti, molte sono sottodotate. Questo è il punto principale su cui intervenire, poi le competenze da utilizzare successivamente ci sono già, ci sono tanti giovani laureati in scienze motorie da valorizzare, ci sono tanti sportivi importanti che rappresentano un deposito di saggezza educativa da utilizzare, ci sono appunto tante associazioni sportive da coinvolgere nel rapporto con le scuole. Il problema strutture è però un problema di risorse economiche. Perché mettere soldi pubblici negli impianti sportivi scolastici non è mai stata considerata non dico una priorità, ma un investimento intelligente da fare?
Non esiste però solo l’importanza pratica dello sport, esiste anche una sua specifica importanza culturale. A questo ieri faceva riferimento uno dei tweet più intelligenti, quello della giornalista di Sky Sport Lia Capizzi. Ecco, in Italia c’è gente che continuamente arriccia il naso nel sapere che il giornale più letto dagli italiani è la Gazzetta dello Sport, invece di domandarsi il perché. Anzi, la domanda contiene già la risposta, leggiamo in massa la Gazzetta perchè siamo una massa di ignoranti. Lo sport è cazzeggio, diversivo per le masse, oppio dei popoli. Cultura e sport sono due dimensioni separate. E se le cose non stessero esattamente così?
Con la cultura dello sport si impara la geografia del mondo globale. Quando nel 2022 ci saranno i mondiali in Qatar tutti impareremo a conoscere perché i capofila della nostra classifica dei global thinkers del 2011 sono stati i sovrani di questo piccolo paese del golfo Persico. Di esempi simili potrei elencarne a migliaia.
Con la cultura dello sport si impara la complessità della geografia italiana. Sarà deformazione professionale o perché sono nato in una città sportivamente affermata come Jesi, ma ogni volta che viaggio per città e paesi della Penisola una delle prime cose a cui penso è dove stanno lo stadio e il palazzetto, come stanno andando le squadre cittadine, quali sono le glorie sportive del presente e del passato, qual è la dotazione degli impianti sportivi cittadini. Queste cose tutte assieme sono patrimoni di cultura civica, altroché.
Con la cultura dello sport si imparano le lingue. Leggetevi l’analisi che abbiamo dedicato a Federico Buffa, che del racconto delle connessioni tra sport, lingua e geografia ha fatto un’arte inarrivabile.
Con la cultura dello sport si impara la storia. Se non ci credete ascoltatevi questa lezione di Lucio Caracciolo sul valore geopolitico dello sport italiano. Ancora, se non ci credete leggetevi il libro “Sport Italia. The italian love affair with sport” dello storico inglese Simon Martin, che per primo ha indagato in profondità l’intreccio tra sport e politica nel nostro Paese, a partire dal 1861 a oggi. Ecco una serie di temi che il libro affronta in maniera egregia, con una ricca serie di dati, personaggi, testimonianze ed episodi, spesso sconosciuti: lo sport come forma privilegiata dell’addestramento militare nell’età sabauda. La costruzione/scoperta dell’identità nazionale attraverso il Giro d’Italia. L’utilizzo politico dello sport operato dal fascismo, con la costruzione di 2000 stadi, con lo sviluppo del giornalismo sportivo (con gli italiani “incentivati” a dividersi sui campioni dello sport e non sulle questioni politiche) e con la contraddizione tra il nazionalismo ricercato dal regime e i campanilismi locali invece rinfocolati dal calcio. La storia del Coni. I forti pregiudizi iniziali verso lo sport da parte del mondo cattolico e di quello comunista. La storia della Uisp e del Csi, ed i loro legami con i partiti della Prima Repubblica. Le Olimpiadi di Roma e il loro impatto geopolitico. La nazionale di calcio come unico fattore di collante identitario capace di oltrepassare il divisionismo italiano. Il legame tra sport e industria, dal calcio ai motori, passando per il ciclismo e il basket. Infine l’epopea politico-sportiva del berlusconismo.
Davvero tutte queste cose sono poco serie e poco rilevanti? Davvero sono scemi gli inglesi che alla storia dello sport dedicano dipartimenti di ricerca universitari?





































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