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Ricostruire l’Italia coi nuovi artigiani

di Andrea Danielli · 6 Comments · in Economia ed innovazione, Web e tecnologie · 29 marzo 2012

A oggi il fenomeno dei fablab è ancora troppo fresco per poter delineare dei chiari modelli economici di sviluppo, (rimando a Massimo Menichinelli per una panoramica più dettagliata qui ) ma è evidente che ci sono pochi casi di auto sostenibilità di successo. Buona parte dei fablab si appoggia a qualche istituzione accademica, qualcuno riesce a trovare degli sponsor illuminati. La maggior parte dei fablab è rappresentata da luoghi che dispensano servizi a consumatori (che si creano propri oggetti) e a innovatori che sperimentano e prototipano le proprie idee. Difficile avere grandi margini, dato che i consumatori di solito spendono su oggetti di piccole dimensioni e di innovatori che prototipano non è pieno il mondo.

Per aprire di più ai consumatori, i fablab dovrebbero riuscire ad abbassare i prezzi del prodotto finito, ancora elevati in confronto ai concorrenti industriali. Questo perché costano i macchinari e la manodopera, e perché non è possibile sfruttare leggi di scala. In questo articolo cerco di fare un po’ di fantaeconomia, proiettando alcune tendenze visibili pur consapevole che è richiesto un ulteriore miglioramento della tecnologia. E faccio questo esperimento con il fine di confrontarmi direttamente con gli attuali sistemi di produzione, cercando di creare un’alternativa soprattutto nel business model.

Partiamo dalla base: quali componenti incidono sul prezzo di un bene? E’ ovvio che dipendono dal prodotto, e che quindi dovrò fare delle generalizzazioni. Ma partirei da osservazioni abbastanza note che hanno il pregio di dare cifre su cui riflettere:

Alla Apple va la fetta più consistente del valore dell’iPhone, circa il 58,5% contro l’1,8% del costo del lavoro in Cina, vale a dire circa 549 dollari contro 10.

Il costo di produzione dell’Iphone 4S si aggira sui 188-200 dollari (secondo le fonti). Da cosa deriva la differenza di prezzo (e l’enorme liquidità di Apple)? Al di là di manifattura e costo dei componenti, nei prodotti di marca ricerca&sviluppo e marketing la fanno da padroni. Pesa anche il customer care, sempre più richiesto per oggetti di simile complessità. E poi c’è l’intangibile, ossia il valore del marchio. Non ho fatto esempi a caso, ma ho cercato costi che si possono eliminare in un mondo di open-economy. È evidente che se si riesce ad agire su di loro è possibile certamente aumentare il costo della manodopera (a costo componenti costante, ma ho un’idea per farlo calare).

Il discorso per cui le aziende chiudono perché costrette a competere con prezzi alla produzione bassissimi è una mezza verità. Si è decisa una strategia di outsourcing consapevole: le multinazionali si sono liberate di problemi oggi sensibili, come i diritti dei lavoratori e la salvaguardia dell’ambiente, affidando la produzione a fornitori terzi. La competizione tra i fornitori abbassa notevolmente il prezzo, e aumenta la velocità con cui si introducono le novità sul mercato.

Questo è il paradigma competitivo. Proviamo allora a immaginare un modello cooperativo da opporvi, un modello in cui i prodotti che acquistiamo sono protetti da licenze open (usando la CC BY-SA), il loro sviluppo fa capo a fondazioni (che coordinano e accentrano la ricerca), la loro produzione e commercializzazione si basano su laboratori distribuiti (che chiamerò per semplicità fablab, ma potrebbero anche essere luoghi meno ricchi di creatività degli attuali fablab) e su mega-portali internet.

Alcune modifiche progettuali sono necessarie per dare vita a questo sistema.

Il cellulare, per esempio, dovrebbe diventare modulare, di modo da non doverlo cambiare ogni anno o due. Per aggiornarlo basterebbe modificare la Cpu, la batteria e la memoria. Si potrebbe sfruttare ancora la competizione tra fornitori, ma in modo più consapevole: la Cpu può provenire da marchi diversi, che hanno qualità e costi diversi; ogni assembler sceglie in base alle proprie priorità, dandone notizia al cliente (quando quest’ultimo non se lo assembli da solo…). Se posso scegliere per due euro in più una memoria realizzata da una società socialmente responsabile, perché non farlo?

Tutto rosa e fiori? Ovviamente no. Il cellulare modulare peserebbe probabilmente di più, i system on a chip  fanno risparmiare spazio e peso, e non è detto che si riescano a realizzare gli stessi usati oggi (ma non ho idea della possibile architettura modulare). Tuttavia, sui prodotti hi-tech, è fondamentale porsi una riflessione: quanta potenza di calcolo ci serve davvero per telefonare e mandare sms? Quante applicazioni consumano energia e potenza inutilmente? Insomma, il discorso per cui Intel deve inseguire Windows in un mondo open non dovrebbe aver più senso, per fortuna. 

Che tipo di clienti si potrebbero coinvolgere in questo modello aperto? Certamente è possibile avere diverse modalità di consumo di prodotti di questo tipo.

  1. Massimo impegno: spendo solo per l’acquisto iniziale, poi mi cerco i prodotti in rete, sui siti che li offrono, me li compro e provo da solo. Mi smonto e rimonto il cellulare, come mi piace, scrivo qualche riga di codice per avere applicazioni più efficienti. Ogni tanto vado a incontri di nerd per condividere le nostre idee migliori.
  2. Medio: frequento un fablab dove mi insegnano a smontare il telefono, dove mi consigliano sulle novità da introdurre. Mi informo e documento su vari siti, e quindi mi confronto con quelli che al fablab ne sanno di più.
  3. Minimo impegno: mi abbono al fablab, porto il cellulare ogni tanto per fargli dei controlli e dei miglioramenti (hardware/software).

Gli abbonamenti dei clienti “meno interattivi” porterebbero notevoli ricavi sicuri ai fablab, che potrebbero migliorare la propria dotazione di strumenti e far crescere in qualità i prodotti open (oltre a dedicarsi ad attività più di frontiera).

Che probabilità di successo ci sono? Difficile dirlo, dipende dall’organizzazione. Ma è plausibile pensare che prodotti di alta qualità, continuamente aggiornati e di basso costo, con alte possibilità di costumizzazione (anche estetica) possono competere con prodotti anonimi di alta qualità e prezzi elevati. Forse più in alcuni ambiti (bici, stereo, mini devices elettronici, mini robot) che in altri (lo smartphone è certo una bella scommessa!).

In sintesi, ecco l’origine del risparmio:

  1. Ricerca e sviluppo sono condivise, secondo modelli open in cui esistono migliaia di innovatori e betatester.
  2. Il marketing non ci interessa. I fablab presentano i nuovi modelli quando arrivano, e sono i consumatori (prosumer) a farsi avanti per sapere le novità.
  3. L’assistenza è svolta dai fablab sparsi sul territorio, e spesso diventa superflua, grazie alle competenze acquisite dagli utenti.

E’ possibile pensare a un’economia in cui i prodotti sono assemblati vicino a casa, o auto-assemblati. In cui il progetto di una nuova Cpu può venire da una società (che guadagna producendola) o da un gruppo di smanettoni – basati anche su università, perché no? – che la fa produrre in un altro paese (non per forza la Cina). Un’economia in cui la ricerca e la creatività si incontrano nella propria vita quotidiana, in cui comprare un prodotto significa controllarne l’origine e deciderne lo sviluppo (non saremo più costretti ad avere cellulari che non sappiamo utilizzare).  Senza dimenticare una nuova catena del valore, per la quale ogni passaggio può essere valorizzato, senza creare enormi sproporzioni. Per quanto riguarda la ricerca, credo sia possibile retribuire i best contributors all’interno delle fondazioni, che si finanziano attingendo a parte dei ricavi dei fablab. Le economie di scala non si perdono per forza. Un fablab può fungere da centrale di acquisti per i propri clienti, e magari decine di fablab sul territorio possono collaborare con i grandi fornitori, anche considerando la forza delle fondazioni che gestiscono lo sviluppo dei progetti.

Quali sono le avvisaglie di questa rivoluzione oggi?

Le Officine Arduino sono l’espressione di un business model centrato su licenze open e forum in cui avviene ricerca distribuita; su questa strada Arduino sta dando un ottimo esempio, ma credo che per raggiungere il grande pubblico servano prodotti assemblati di largo consumo – non solo high-tech, anche vestiario, arredamento: occorre entrare nella vita delle persone. Nella fase di transizione potrebbe essere trainante l’apporto di un grande marchio, ed è positivo che inizino a muoversi i big, come mostra qui questa breve comunicazione su General Electric.


Di certo tutti i produttori di componenti e microelettronica che non riescono a sfondare nel mercato di massa potrebbero consorziarsi per finanziare il progetto di devices open hardware. Infine, progetti che non hanno avuto successo potrebbero essere commercializzati nuovamente con licenze aperte, per venir così rivitalizzati da comunità di smanettoni.  Potrebbe essere il caso dei prodotti Palm? Già HP ha deciso di aprire webOS… Decidere di aprire anche l’hardware, essendo una società che può produrre la componentistica, non mi sembra un’idea balzana.

Tagged with: Apple • arduino • fablab • iphone • open source • system on a chip 
Andrea Danielli
Autore

Andrea Danielli

Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.

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  • Grejo1987

    Illuminante come articolo..

  • http://twitter.com/zoescope Zoe Romano

    Mi piace il pezzo perché racconta concretamente come si organizzerebbero le relazioni in quel contesto. Avrei pero’ due cose da evidenziare.
    La prima è che mi convinco ancora di più che si va fuori strada nel’inserire lo sviluppo di laboratori distribuiti nell’idea di start-up perché pur essendo al centro dell’azione, è difficile pensare alla crescita di profitto che si aspettano gli investitori. I benefici di avere questo tipo di strutture nel territorio sono pero’ altri ed evidenti.La seconda è che secondo me liquidi un po’ in fretta la questione del marketing. Mantenere un legame con la community, diffondere un nuovo tipo di tecnologia, abilitare nuovi soggetti, definire la direzione dell’effort di ricerca e sperimentazione dello spazio, sono aspetti fondamentali all’interno di obiettivi strategici di espansione di uno stile di produzione e consumo diverso da quello degli scorsi decenni. Workshop, eventi, blogging, microblogging, presentazioni, sondaggi, etc sono tutti strumenti a cui bisogna dedicare il tempo necessario per costruire una cultura del fare veramente diffusa. In questo senso penso che una delle differenze tra makerspace, fablab e hackerspace siano i diversi gradi di spontaneismo che li animano.

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  • Andrea Cattabriga

    Credo senz’altro sia il modello per buona parte dei sistemi produttivi del futuro, per lo meno di un certo livello tecnologico.
    Non mi convince però il fatto che possiamo affidare il tema della progettazione esclusivamente ad enti e fondazioni o aggregazioni temporanee di sviluppatori che hanno il solo intento di partecipare ad un progetto open. Dove mettiamo i progettisti di mestiere?
    Architetti, designer, ingegneri, stilisti ecc? Se faccio un progetto che implica ricerca, ho sostenuto costi: se non ho la possibilità di applicare un modello di business che trasformi il progetto in un prodotto che vendo direttamente, o una pubblicazione, alternativo al circuito di diffusione open del progetto in sé, come campo?
    Il problema è tanto più accentuato nel momento in cui il progettista non ha la possibilità di costruire o assemblare direttamente prodotti o materiali derivanti dal progetto che ha distribuito…
    In sostanza, servono anche modelli intermedi che valorizzino le idee.

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