“Il sindacato non mi rappresenta”. Un’accusa forse esagerata, forse ingenua, sicuramente spiacevole quando proviene non da malintenzionati neoliberisti, bensì da giovani lavoratori e nuovi movimenti politici, a partire dagli indignatos. Ma anche un dato di fatto per molti lavoratori italiani, a dire il vero, se si considera che al 2010 il 51,5% degli iscritti totali a CGIL, CISL e UIL appartiene alla categoria “pensionati”. E che soprattutto dentro l’insieme degli attivi esiste una forte sproporzione tra la rappresentanza sindacale e il Paese reale. Nonostante il 63% della forza lavoro italiana nel privato sia impiegata nel settore dei servizi e solo il 23% nel manifatturiero (dati Istat 2011), il sindacato italiano mostra un equilibrio inverso: il 42.4% degli iscritti attivi fa capo a categorie industriali, il 16.9% alla funzione pubblica e solo un 22% a categorie di servizi come commercio, turismo e credito (miei calcoli sulla base dei dati di tesseramento di CGIL, CISL e UIL per l’anno 2010).
Esistono enormi problemi di reclutamento in settori dove l’occupazione è dispersa, certo, ed è altresì noto ai bene informati lo sforzo dei sindacati ad estendere la portata della rappresentanza verso le nuove forme di lavoro, già passata dallo 0.45% del 2000 al 2% del 2010 del totale degli iscritti. Ciononostante, come ha dimostrato lo svolgersi della trattativa sulla riforma Fornero, lo sbilanciamento della rappresentanza diventa un problema politico con cruciali implicazioni sia nel breve che nel lungo periodo.
Nell’immediato, il sindacato sembra più che mai trincerato a difesa dell’ossatura istituzionale tradizionale del mercato del lavoro italiano: la triade articolo 18-Cassa Integrazione-contratto nazionale di lavoro. Posta l’intoccabile stabilità di questa, il problema della segmentazione di diritti e tutele tra diverse categorie di lavoratori può essere risolto – soprattutto nella strategia della CGIL – solo con riforme additive o espansive. Che cioè semplicemente estendano le istituzioni esistenti a settori e forme contrattuali scoperti. Una strategia che dal 1997 ad oggi si è dimostrata a perdere, e non solo a causa delle cattive intenzioni dei governi.
Ma anche, ed è questo il punto più saliente, perché queste istituzioni sono state concepite per rispondere al funzionamento dei rapporti di lavoro e relazioni sindacali nell’industria, più precisamente nella grande industria. Dove c’è un sindacato che sostiene anche economicamente il lavoratore nelle cause di lavoro e un lavoratore reintegrato, laddove capita, si reinserisce più facilmente tra le maglie di una grande organizzazione aziendale. Dove probabilmente un’impresa può effettivamente (ab)usare la Cassa Integrazione Straordinaria per periodi fino a 4 anni. E dove relazioni industriali consolidate assicurano l’applicazione dei contratti di lavoro nazionali nelle varie categorie.
Queste istituzioni dimostrano molta meno efficacia in tutta quella schiacciante maggioranza di micro e piccole imprese nell’industria stessa e nei nuovi servizi che, volenti o nolenti, costituiscono il nerbo del sistema produttivo italiano, e dunque del suo mercato del lavoro. Dove la solidità del rapporto di lavoro è legata a buone relazioni personali e alla sopravvivenza dell’impresa stessa, non ad una legge sui licenziamenti. Dove la Cassa Integrazione, quando serve, può durare pochi mesi ma poi l’impresa è finita. Dove la soluzione al precariato non sta nell’aumentare il costo del lavoro atipico bensì semmai nell’abbassare quello del lavoro tipico per tenere le imprese sul mercato e aumentare il reddito netto per i lavoratori. E dove lo sviluppo di forme genuine di collaborazione autonoma porta a dover considerare altri tipi di protezione diversi da quelli basati sul lavoro dipendente, come il salario minimo imposto per legge e non dalla contrattazione collettiva, un’indennità automatica di terminazione del contratto al posto di quella stampella al regime pensionistico che è diventato il Trattamento di Fine Rapporto, un sistema di sostegno al reddito basato su criteri universalistici e non assicurativi.
Tenere tutto insieme non si può: se imprese e lavoratori pagano un contributo di 1,3% del salario per finanziare l’assegno di disoccupazione e 3,10% per la Cassa Integrazione è facilmente comprensibile perché sia sempre necessario dipendere da occasionali “paccate di miliardi” nel Paese del debito pubblico per estendere il primo a quei lavoratori che della Cassa non se ne fanno nulla. Se in Italia continua a lavorare il 58% della popolazione attiva, è inutile scervellarsi sul perché non sia mai stato introdotto un reddito minimo di cittadinanza nel Paese con tra i più alti carichi fiscali d’Europa. Per innovare serve scegliere, rimodulare, a volte abbandonare rischiando. Ma in un’economia di servizi, questo tipo di interventi non possono essere derubricati ad attacchi ai ‘diritti acquisiti’ dei lavoratori. Al contrario, è adattando le istituzioni industriali al nuovo contesto che diamo loro nuova vita ed efficacia per combattere vecchie e nuove ineguaglianze. Ed è mostrando risultati tangibili alle categorie di lavoratori scoperti dall’azione sindacale che può nascere la rifondazione della rappresentanza.
Il sindacato si trova pertanto davanti ad una grande sfida. Fare catenaccio a difesa di un sistema industriale storicamente debole in Italia e inevitabilmente in via di ulteriore riduzione. O innovare le proprie politiche, attingendo ad esempio a esperienze straniere adattate al nostro contesto, per investire anche sulle categorie di lavoratori che costituiranno sempre di più l’occupazione di domani e il futuro del sindacato stesso. Senza un ragionamento strategico di lungo periodo, le organizzazioni dei lavoratori rischiano di insabbiarsi in una situazione di “ideali senza idee”: principi eternamente validi contenuti in bidoni vuoti. Uno scenario che non può certo rallegrare chi di un sindacato vigoroso ha bisogno, sul luogo di lavoro e nella politica nazionale.
Ai sindacalisti del futuro, quindi, la domanda strategica con cui iniziano tanti colloqui di lavoro: “dove ti vedi tra cinque anni?”. Come vedete il mercato del lavoro fra dieci anni?





































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