Nella chiusura del pezzo a proposito delle elezioni politiche del 20 novembre si faceva notare come Mariano Rajoy, allora semplicemente candidato favorito ed oggi primo ministro, avrebbe dovuto, fin dai primi giorni di governo, varare una serie di drastiche misure, in barba alle promesse di segno contrario fatte in campagna elettorale. Cento giorni dopo il suo insediamento, si può tranquillamente dire che quella, facile, previsione è stata pienamente rispettata.
Riforma del lavoro, aumento di IRPEF (imposta sulle persone fisiche) e IBI (imposta sui beni immobili), blocco degli stipendi dei funzionari statali e tagli alla spesa pubblica per 8.900 milioni di Euro, soprattutto nella sanità, nell’educazione e nelle energie rinnovabili. Queste le principali misure che il nuovo inquilino della Moncloa ha offerto ai suoi connazionali, nel tentativo di sottrarre il paese da quella crisi economica, ma a questo punto generale, in cui versa oramai dall’ottobre del 2008 e che lo ha fatto diventare uno dei membri fondatori del club dei PIIGS.
Eppure, cento giorni dopo, la Spagna è ancora di più nel mirino dei mercati, al punto da aver preso il posto di Grecia prima e Italia poi, nella non invidiabile posizione di nuova emergenza europea, mentre gli inviti da parte di Olli Rehn ad andare avanti col piano di riforme e con l’azione di riduzione del deficit statale, suonano oramai come un disco troppe volte ascoltato.
Espero que al final sea una buena ley de reforma laboral (Fatima Bañez, ministro del lavoro)
Con un tasso di disoccupazione medio che oramai punta al 25%, mentre per quello giovanile quota 50% è quasi una formalità, l’annunciata riforma del lavoro proposta dal governo era ancora prima di essere presentata la manovra più attesa e delicata.
Licenziamenti facili, maggiore mobilità e maggiore flessibilità queste le parole d’ordine della misura presentata nello scorso febbraio e approvata dal Parlamento il 21 marzo scorso. Con la nuova riforma, infatti, le imprese spagnole potranno licenziare i propri dipendenti in maniera più facile ed economica. Viene ridotto il costo dell’indennizzo per i licenziamenti (da 45 a 33 giorni per anno lavorativo) ed inoltre una parte della spesa sarà a carico del Fondo di Garanzia Salariale. Al contempo vengono promossi e favoriti i contratti flessibili e temporanei con deduzioni fiscali fino a 3500 euro se si assume un giovane tra i 16 e i 30 anno con contratto di formazione o a progetto per 3 anni oppure fino a 4500 se si assume, con la stessa tipologia, una donna under 35. Infine, la possibilità per le imprese di ridurre arbitrariamente lo stipendio dei propri lavoratori per ragioni economiche, tecniche, organizzative o di produzione.
Una cura da cavallo che non ha mancato di scatenare la reazione dei sindacati e delle opposizioni che hanno indetto uno sciopero generale, tenutosi il 29 marzo, e conclusosi con scontri e arresti soprattutto a Barcellona, dove il connubio PPE (al governo nazionale) e CiU (destra nazionalista catalana, alla guida della città) ha già dato dimostrazione di voler imprimere un forte giro di vite, in nome della sicurezza e della legalità, al tradizionale libertinismo della città.
Aldilà del dato tecnico della riforma del lavoro e delle polemiche sorte successivamente, lo sciopero generale ha politicamente evidenziato due dati chiari: da un lato la difficoltà della sinistra spagnola nel superare il crollo elettorale di novembre e il retaggio di otto anni di governo. Incapacità che si sta tramutando nel non saper ancora fornire una risposta forte all’azione governativa e nel non riuscire ad emarginare le frange più radicali della protesta antigovernativa; dall’altro come il governo Rajoy, ma più in generale tutta la maggioranza di governo, manchi di talento nel dialogo con le parti sociali, e di come sia incapace di assumere un profilo istituzionale forte che le permetta di confrontarsi con la società spagnola in generale, senza paura di venir giudicata negativamente. Fattori questi che già erano emersi alla vigilia delle elezioni autonomiche in Andalusia e nelle Asturie.
Andalusia: quando un’elezione regionale blocca un governo.
La vicenda elettorale andalusa è piuttosto singolare. Da un lato una comunità autonoma storicamente di sinistra, dall’altro un governo popolare che forte di una vittoria elettorale senza precedenti sogna finalmente di espugnare la roccaforte socialista. Nel mezzo però l’attuale situazione economica spagnola che richiedeva e richiede misure forti ed altamente impopolari, di quelle che insomma non portano molti voti, ma che sul lungo periodo rafforzano una leadership.
A mano a mano che la tornata elettorale locale si avvicinava, il governo ha rallentato la sua azione, incominciando a posticipare le principali misure a dopo il voto, quasi timoroso che perdere in Andalusia avesse prodotto chissà quale crollo all’interno del partito, oppure, dall’altro lato, dimostrando come una vittoria locale, seppur storica, fosse più importante della guida del paese. Giungendo al paradosso di finir per dare al risultato delle urne un’importanza infinitamente superiore a quella reale. Quando poi dalle urne andaluse, ma anche da quelle asturiane, è emersa una non vittoria (in Andalusia il PPE è diventato primo partito, ma non ha ottenuto la maggioranza dei voti, mentre nelle Asturie è rimasto la terza forza) ecco che, stretto tra sogni elettorali e doveri istituzionali, il governo Rajoy ha finito per fare come l’asino di Buridano e si è regalato dieci giorni di polemiche e scontri interni. Con l’aggravio di aver dato un’insperata boccata d’ossigeno ai socialisti, che all’improvviso hanno visto non solo la loro roccaforte non cadere, ma anche aver la possibilità di cantare vittoria.
4% – 5,5% – 8% e il grande freddo con il resto d’Europa.
L’incapacità di assumere un profilo istituzionale forte da parte del governo popolare è poi emerso anche in occasione del braccio di ferro con la Commissione europea circa il contenimento del deficit pubblico per l’anno 2012 e 2013.
Dopo aver scoperto che, a differenza di quanto annunciato dal precedente governo socialista, le previsioni di sforamento del deficit da parte della Spagna erano ben al di sopra di quanto previsto dal Patto di Stabilità, Mariano Rajoy ha dapprima tentato, con una mossa a sorpresa, dapprima chiesto a Bruxelles di rivedere completamente il Patto, poi cercato di fare la faccia cattiva rivendicando l’indipendenza nazionale, infine, una volta vista la risposta al quanto irritata e ferma sia della Commissione Europea che dei partner europei (a tal proposito la frase del premier italiano Mario Monti sulla preoccupazione circa la situazione spagnola è stata molto mal accettata in quel di Madrid), ha prontamente fatto marcia indietro riuscendo a portare a casa solamente un ampliamento del deficit per il 2012 al 5,3%. Un risultato insoddisfacente perché non allontana del tutto l’ipotesi che nel corso dell’anno sia necessaria una nuova manovra per aggiustare i conti pubblici. Anche se nel corso dell’ultimo consiglio dei Ministri, tenutosi lo scorso venerdì, i ministri economici Montoro e Guindos hanno presentato un piano di amnistia fiscale, che dovrebbe scongiurare un nuova stagione di tasse e tagli, ma che di certo non sarebbe molto popolare agli occhi dell’opinione pubblica.
E domani?
Secondo un sondaggio del CIS, il 74% degli spagnoli non si aspetta che la situazione economica del paese migliori entro la fine del 2013, e, più in generale è diffusa l’idea che il PPE sia in grado di fare meglio del PSOE. Nel frattempo lo spread spagnolo è tornato a lambire quota 400, ovvero i valori di ottore 2011. All’ordine del giorno alla Moncloa invece è in discussione la previsione di bilancio per l’anno prossimo, la speranza è che, superate le titubanze, il governo Rajoy decida finalmente per dare un’accelerazione alla sua azione di governo.





































Andrea Matiz
Nato a Savona nel 1980, lavora a Bruxelles, dove si occupa di comunicazione e affari europei. Per LSDP si occupa delle trasformazioni politiche di Belgio, Spagna e dei paesi arabo-mediterranei, e di geopolitica dello sport.