Ragionare di conti pubblici e finanza locale non è sexy. Provare a fare ordine e trovare un significato al balletto di manovre che da due anni coinvolge innanzitutto Stato ed Enti Locali, con in mezzo la caduta di un governo, è quasi divertente. O per lo meno interessante.
L’inizio è la crisi: a partire dalla manovra finanziaria per il 2011-2012, approvata alla fine del maggio del 2010, in Italia si sono susseguite in tempi rapidi manovre stabilite a livello centrale sulla spinta dell’incalzare della crisi economica e della necessità di rispettare gli impegni assunti in sede europea volti a raggiungere il pareggio del bilancio dello Stato.
Il primo punto è il seguente: le manovre intervengono in modo diretto sui livelli territoriali a partire dai Comuni agendo in modo centralistico sul controllo della spesa degli enti locali. Tali interventi, che rispondono essenzialmente ad una logica emergenziale e di contenimento della possibilità di indebitamento dello Stato, contrastano con disegni preesistenti di ammodernamento complessivo del sistema amministrativo e di governo: legge 142/2009 di attuazione del federalismo, revisione del TUEL, testo unico degli enti locali. Cattive notizie per gli amministratori locali sono arrivate dalle cosiddette manovre estive, in particolare dalla “manovra bis” dell’agosto 2011, che ha anticipato gli obiettivi della manovra di luglio e ha inasprito il patto di stabilità. Il patto di stabilità interno, complesso di norme e di regole attraverso cui gli enti territoriali sono coinvolti nel raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica, comporta da un lato che i Comuni contribuiscano ad un obiettivo generale di risparmio, dall’altro vede un taglio dei trasferimenti dallo Stato. Il Patto non è una novità per gli amministratori locali, che nell’arco del triennio 2008-2010 lo hanno mediamente rispettato. Ciò che è cambiato è che le manovre estive lo hanno reso decisamente più pesante, quasi insostenibile secondo molti amministratori e, soprattutto, portatore di effetti paradossali: per ottenere risparmi in tempi brevi, esso prevede una contrazione della spesa degli enti sia corrente (spesa per servizi) che in conto capitale (spesa per investimenti). Ciò tuttavia non comporta un risanamento dei conti, ma solo l’impossibilità di sforare un tetto di spesa, con esiti, appunto, paradossali, come le situazioni di Comuni che disporrebbero delle risorse per pagare le imprese che hanno realizzato delle opere ma che, se rispettano il patto, non possono farlo.
Il secondo punto è: le manovre inducono una serie di processi di riorganizzazione istituzionale che non scaturiscono da un disegno organico di riforma, ma dall’esigenza di ridurre i costi della politica sia a livello della rappresentanza che degli apparati pubblici sopprimendo o accorpando livelli di governo. Il riferimento in questo caso va al riassetto (o de-potenziamento o abolizione) delle Province così come lo conosciamo (decreto “Salva Italia”) e ai processi di riorganizzazione finanziaria e gestionale dei piccoli Comuni (sotto ai 1000 e sotto ai 5000 abitanti) attraverso processi di Gestione Associata Obbligatoria (manovre estive del governo Berlusconi IV). Con riferimento alla gestione associata, non mancano esempi di Comuni, specie in Regioni molto frammentate del nord Italia, come la Lombardia e il Piemonte, che hanno visto nell’obbligo di associazione un’opportunità per aumentare e migliorare i propri servizi. E’ bene tuttavia sottolineare come difficilmente una gestione associata “seria” e non “di facciata” (una mera convenzione stipulata per adeguarsi agli obblighi normativi) possa avere effetti di risparmio specie nella prima fase di attuazione, e come i piccoli Comuni in gestione associata realizzino economie di scala solo fino ad una certa soglia di abitanti, oltre la quale i costi della gestione associata aumentano, superando le economie che se ne ricavano.
Infine il terzo punto, (che non è una novità): si procede per emergenze e proroghe. Il cosiddetto decreto “milleproroghe”- con “poche proroghe”- del Governo Monti, pur non arretrando sulla necessità di portare avanti il processo di associazione, ha comunque dovuto posticipare di un anno, nel tentativo di fare chiarezza sulle maggiori ambiguità della manovra di agosto, la “razionalizzazione disordinata” dei piccoli Comuni; è stato inoltre prorogato al 30 giugno, data la pesantezza dei nuovi vincoli, il termine per l’approvazione dei bilanci degli enti locali e la deliberazione di aliquote e tariffe.
Lungi dal voler fare un elogio delle riforme “perfette” o “razionali” (che non esistono), è un dato di fatto che nel nostro Paese, da qualche anno, quelle che potrebbero essere definite come riforme istituzionali, cioè disposizioni che hanno ricadute non solo finanziarie, ma gestionali, operative, o talvolta anche sull’esistenza stessa dei livelli di governo locale, vengono fatte “a colpi di finanziarie”. E’ evidente che questo non promette nulla di buono.





































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