Romney si è imposto in Wisconsin, Maryland e DC, facendo un passo avanti decisivo nella corsa verso la nomination repubblicana.
I tre stati nei quali si è votato sono di tendenza democratica, e quindi era logico che il candidato Romney, il più moderato tra i quattro restanti, s’imponesse su candidati molto più conservatori di lui, come Santorum e Gingrich, o radicali come il libertario Ron Paul, che rimane in corsa solo per tener alta la bandiera di un’opzione politica molto tradizionale nella politica USA, anche se adesso appoggiata soprattutto dagli elettori più giovani.
Pare ormai scontato che sia Mitt Romney a opporsi a Obama a novembre: era il candidato in pole position sin dall’anno scorso, ma poi la sua viabilità come candidato del Great Old Party (GOP) è stata messa alla prova da parecchi altri potenziali aspiranti, in una primaria repubblicana divenuta interminabile, e cominciata parecchi mesi prima del via al voto in Iowa e New Hampshire.
Ci sono stati non meno di trenta dibattiti televisivi tra i vari candidati, ora ridotti a quattro, in un processo definito da Fidel Castro “un concorso di stupidaggini” (il bello che è molti in giro per il mondo gli hanno dato ragione). In una primaria totalmente mediatizzata, nella quale ascesa e declino si misurano minuto per minuto sulla base di poche righe di dichiarazioni sui temi più disparati, sono apparsi e scomparsi in tanti: se Sarah Palin non si è mai decisa a scendere in campo, il suo ruolo come bandiera dei Tea Party è stato coperto a lungo dalla pasionaria Michelle Bachmann. Poi ci fu momento di Rick Perry, il governatore texano dimostratosi disastroso nei dibattiti, seguito da quello dell’improbabile Herman Cain, conservatore di colore che non sapeva cosa fosse la Libia (in piena crisi libica…) ma caduto per molestie sessuali. Poi sembrò il momento di Newt Gingrich, sufficientemente conservatore per amoreggiare con una base repubblicana sempre più di quel tipo (i repubblicani moderati sembrano spariti dalla circolazione), anche se personaggio inviso al partito stesso e all’establishment di Washington. E poi l’ultimo ostacolo, in realtà ancora in piedi: quel Rick Santorum candidato ultrareligioso che tiene la distanza, nonostante le sue idee in campo sociale siano certamente estreme (ha menzionato l’eliminazione della scuola pubblica, extrema ratio della retorica antistatalista in voga tra i repubblicani d’America, ed è fautore di una sottomissione della politica alla religione).
Come detto, Mitt Romney era il candidato più gettonato sin dall’anno scorso. Ma questa primaria repubblicana, anche se alla fine dovrebbe risultare per lui vincente, si è rivelata un percorso ad ostacoli che ne ha fatto sinora emergere i limiti più che i pregi. Di fatto, le striminzite vittorie ottenute, alternate anche a parecchie sconfitte nei confronti di Santorum negli stati più conservatori del sud, dimostrano che i votanti repubblicani alla fine scelgono Romney più per difetto, considerandolo il candidato più adatto a sconfiggere l’odiato Obama, che per convinzione.
La grande sorpresa in questo senso continua a essere Rick Santorum che, dopo esser sembrato all’inizio solo uno dei tanti candidati improbabili scesi in lizza tra i repubblicani (è normale che il partito all’opposizione schieri più candidati), si consolida settimana dopo settimana come l’alternativa a Romney.
Tutto indica che Santorum resisterà almeno sino a giugno, e potrebbe perfino arrivare alla convention di Tampa di fine agosto ancora formalmente in corsa.
Il successo di Santorum, il quale, non dimentichiamolo, è ancora accompagnato nella corsa da un altro conservatore (anche se fuori gioco) come Gingrich, dimostra lo sbilanciamento a destra, tanto in campo sociale che economico, vissuto dal GOP dall’elezione di Obama in poi. Il successo dei repubblicani e soprattutto dei Tea Party nelle elezioni di mid-term riflette la realtà di un partito repubblicano nel quale la maggioranza dei consensi vanno a candidati molto conservatori, profondamente critici della gestione del paese da parte di Obama e radicali nella loro visione “minimalista” del ruolo dello stato nella soluzione dei problemi del paese.
Di fatti, il motto del repubblicano più influente degli ultimi cinquant’anni, Ronald Reagan “lo stato non è la soluzione ma il problema”, è più che mai di moda nell’America alle prese con una crisi globale che ne ridimensiona la leadership mondiale, anche se gli statunitensi fanno finta d’ignorarlo.
Il fatto che la mano pubblica gestita da Obama, seguendo il modello rooseveltiano, abbia fatto da tampone a un nuovo peggioramento della crisi, certamente non causata dal debito pubblico, come oggi dicono i repubblicani, ma semmai dalla finanziarizzazione dell’economia, viene del tutto ignorato nei dibattiti repubblicani, che di fronte alla complessità della situazione globale si accontentano di una sola spiegazione: è tutta colpa di Obama. Come se la crisi non fosse esplosa nelle mani di G.W.Bush e della sua amministrazione repubblicana.
Se Obama e “lo stato” sono il nemico da battere, e questo sarà il filo rosso della campagna dall’estate in poi, la lunga primaria repubblicana ha però fatto emergere profonde divisioni nel GOP. Romney è sicuramente il candidato più eleggibile, data la sua esperienza di gestione nel Massachussetts (stato normalmente democratico), il suo profilo centrista, l’apparente completezza del suo profilo quando paragonata ai suoi concorrenti, la solidità della sua situazione economica.
Tuttavia, proprio questo suo centrismo, che potrà aiutarlo a sconfiggere Obama a novembre, lo sta penalizzando in queste primarie, nelle quali i simpatizzanti votano più seguendo i propri istinti che facendo calcoli d’eleggibilità. Per un momento, i cittadini dei vari stati nei quali si svolge una primaria o un caucus si sentono il centro del mondo, possono avvicinarsi ai candidati, persino dibattere con loro nei “town hall” meetings, molto importanti nelle primarie specie in stati poco popolosi, che possono però marcare una tendenza a livello nazionale.
Santorum ha dimostrato una grande capacità di collegarsi con l’elettore medio repubblicano, toccandone la fibra socialmente individualista e profondamente religiosa. I temi cari a Santorum (penalizzazione dell’aborto, limitazione nella diffusione degli anticoncezionali, inscindibilità della sfera religiosa da quella politica) possono sembrare astorici in Europa, ma sono fortissimi tra gli elettori che si stanno esprimendo in queste settimane.
Persino un personaggio dal passato controverso come Newt Gingrich è riuscito a sopravvivere sin qui, giocando sull’anima profondamente conservatrice del GOP (quando lui era stato leader repubblicano ai tempi di Reagan).
In questo quadro, Romney resulta freddo, distaccato: un miliardario dell’East Coast troppo lontano dai problemi dell’americano medio. La sua ricerca di posizioni “da eleggibile” su tutti i temi l’ha fatto sembrare ondivago, incerto, a fronte di candidati dalle idee apparentemente scolpite nella pietra come Santorum o Gingrich. Il fatto che il governatore Romney abbia approvato in Massachusetts una riforma medica in pratica simile all’Obamacare lo rende un candidato appetibile per i moderati, ma lo penalizza agli occhi della base dei Tea Party, oggi così potente.
Comunque, il motivo per cui la primaria repubblicana sta durando così a lungo non è solo la presenza di anime diverse nel campo repubblicano: la ragione vera sta nella sentenza della Corte Suprema del 2009 (caso Citizen United vs. Federal Election Commission), che ha eliminato molte delle limitazioni esistenti al finanziamento ai candidati per un posto politico. Fino a questa controversa decisione, esistevano dei limiti molto chiari (1000 dollari a testa) a quanto un finanziatore potesse contribuire a una campagna. Obama era stato il maestro nell’uso di tale metodo, riuscendo a convogliare su di sé milioni di dollari da contribuenti indipendenti attraverso Internet e i comitati locali d’appoggio. Questo era stato il segreto della sua affermazione nei confronti della Clinton nelle primarie del 2008, poiché aveva saputo farsi portavoce di una base allargata di elettori che contribuivano per la prima volta a un’elezione e che appoggiavano la sua proposta di cambiamento. Hillary Clinton, che aveva invece l’appoggio dei grandi elettori e delle lobby, fece la figura della candidata vecchio stampo.
La sentenza Citizen United ha reso possibile il finanziamento senza limiti di spesa a comitati politici che, senza far menzione del candidato che appoggiano, possono spendere quello che vogliono purché non lo facciano in coordinamento con la campagna ufficiale del candidato. Ovviamente è un’illusione: nella pratica, tutti i candidati repubblicani si sono dotati di una o più super-PAC (Political Action Committees) che supportano le loro candidature e che hanno moltiplicato la quantità di soldi per la campagna in circolazione. Questo spiega perché i candidati repubblicani resistano di più di prima: possiedono più risorse grazie alle super-PAC e possono permettersi persino di mantenere a lungo una candidatura di bandiera, come Paul o Gingrich.
Di fatto, le elezioni americane sono sempre più un gigantesco, periodico business, oltre che uno show mediatico. Ne guadagna la qualità del dibattito politico? Finora non sembra proprio.
L’altra ragione per cui la primaria repubblicana continua a essere aperta (quattro anni fa, a quest’epoca, John Mc Cain si era già imposto sui suoi concorrenti, tra cui Romney ) è stato il cambio alle regole effettuato dal partito repubblicano, che ha introdotto la ripartizione proporzionale dei candidati in luogo di quella maggioritaria, sin qui in voga. La sparizione del “winner takes it all” mitiga l’impatto di vittorie e sconfitte, perché adesso i candidati ottengono sempre delegati in proporzione ai voti ottenuti, quando sino al 2008 non era così. In questo momento Romney può contare su 659 delegati, più del doppio di Santorum (275), Gingrich (149), Paul (71), ma è ancora a metà strada rispetto ai 1141 necessari per ottenere la nomination, che non arriverà probabilmente prima di giugno. Sino a quel momento, Romney dovrà occuparsi di convincere i riluttanti elettori repubblicani ad appoggiarlo, piuttosto che concentrarsi su Obama.





































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