La rappresentazione di un sindacato alla “Cipputi” arroccato solo nella grande industria e insensibile alle nuove frontiere del lavoro è piuttosto datata e purtroppo, più che aiutare il sindacato ad uscire dal proprio “fortino tradizionale”, ha portato la politica e le istituzioni a cancellare la condizione operaia e disinteressarsi del fatto che interi pezzi del nostro sistema industriale si sono dissolti.
Per questo la riflessione che Federico Pancaldi ci propone sulla inadeguatezza del sindacato nel rappresentare il lavoro oltre l’industria, rischia di essere parziale, seppur molto rigorosa ed esemplificativa.
I mutamenti del mercato del lavoro sono bene più complessi della dicotomia industria/servizi per questo non credo il futuro della riorganizzazione del sindacato passi semplicemente da un riequilibrio della sindacalizzazione in questi due settori.
La globalizzazione dei mercati, la concentrazione e la rarefazione del potere economico e finanziario, l’allungamento e la frammentazione delle filiere produttive sono tutti processi che hanno inequivocabilmente messo in discussione il potere del sindacato, producendo un abbassamento dei salari e un allentamento del sistema di regole e diritti. Il rapporti di forza sono nettamente mutati e la stessa controparte è diventata sempre più evanescente, lungo filiere produttive che ormai valicano i continenti. Questo processo negli ultimi vent’anni ha attraversato anche le istituzioni costrette a contrarre l’intervento pubblico e il sistema welfare, con la conseguenza di un ulteriore aumento delle disuguaglianze.
Il sindacato si è così trovato in una condizione di arretramento, nella difesa delle grandi conquiste del secolo scorso, mentre ai margini delle proprie roccaforti il mondo del lavoro scivolava sempre più nell’assenza di protezioni.
Infatti i paradigmi del mercato globale riversano rischi e costi sul lavoro attraverso modalità apparentemente diverse, ma che rispondono ad una stessa logica, sia che esse si chiamino esternalizzazioni, appalti, subforniture, delocalizzazioni, commesse, contratti a termine o a progetto.
Non è molto diversa la condizione di una lavoratrice del settore delle pulizie, che si trova a cambiare la quantità di ore, se le va bene, ogni volta che cambia l’appalto, rispetto agli operai di una ditta tessile, le cui condizioni sono imposte da una catena di subforniture, piuttosto che un collaboratore che vive di progetto in progetto, oppure un operaio metalmeccanico o un operatore di un call center che ogni giorno vive il ricatto della fuga della propria azienda dove il costo del lavoro è inferiore.
Certo il lavoro non è tutto uguale, ma l’incertezza e l’iniqua distribuzione del rischio sembra diventare un tratto destinato ad estendersi, sopratutto se il nostro Paese rinuncia a ripensare il proprio sistema produttivo e di servizi.
Per questo oggi se il sindacato vuole estendere la propria rappresentanza oltre gli insediamenti tradizionali, che per ovvi motivi risiedono nelle grandi strutture produttive, siano esse industrie, enti pubblici o grandi centrali del commercio, deve innanzitutto alzare il tiro, uscire da una battaglia di retroguardia e scommettere su nuove prospettive.
Per rispondere quindi alla domanda di Federico Pancaldi “dove ti vedi tra cinque anni?”con l’ottimismo del primo giorno di lavoro mi vengono in mente tre possibili scommesse.
Innanzitutto battersi sul serio per costruire l’ossatura di ciò che abbiamo chiamato “società della conoscenza”, con un sistema della ricerca e un terziario avanzato realmente capaci di qualificare e rilanciare il nostro apparato industriale. Significa per il sindacato sfidare su questo non solo le istituzioni, ma anche le imprese attraverso la contrattazione. Contrattare prima di tutto le strategie di sviluppo, la conoscenza, la professionalità, l’organizzazione del lavoro. Contrattare tutto questo, anche prima del sempre più magro premio di risultato.
Per fare tutto ciò bisogna porsi la domanda a cui una società matura dovrebbe saper rispondere “cosa produciamo e perché lo produciamo?”. Per questo, a parer mio, il problema non è se è giusto o meno privilegiare l’industria o il terziario, ma scegliere che tipo di industria e che tipo di terziario e a quali bisogni devono saper guardare.
Per esempio l’economia dei servizi risiede nel tenere aperti i centri commerciali tutti i giorni dell’anno e impedire ai lavoratori di passare una giornata con i propri figli? Ha fatto bene questo Governo a liberalizzare le domeniche? Io credo che abbia fatto bene il sindacato a chiedere una regolamentazione, perché non è da qui che passa la modernizzazione della nostra economia.
Secondo, è necessario porsi l’obiettivo di riunificare i diritti e redistribuire rischio e reddito all’interno delle nuove catene del valore. Se un tempo erano sufficienti i contratti nazionali perché il valore si rintracciava nei grandi settori merceologici del Paese, oggi accanto al loro inderogabile ruolo occorrono nuovi livelli: dal livello europeo, alla contrattazione di gruppo, di sito, di filiera, alla contrattazione sociale.
Significa sperimentare nuove forme di organizzazione e rappresentanza capaci di intercettare la frammentazione del lavoro, per organizzare quelli che oggi sono i più deboli e ricomporre un fronte di solidarietà più avanzato.
Banalmente vuol dire includere nei contratti collettivi le condizioni delle nuove tipologie di lavoro, dai diritti ai compensi, così come ricostruire un’idea di responsabilità sociale d’impresa, occupandosi delle condizioni delle aziende in appalto, delle filiere, delle subforniture.
La fortunata campagna del 2011 Non+ dei giovani della CGIL
Infine questo Paese è destinato a ripensare il ruolo del welfare, che non può più basarsi sul maschio capofamiglia, ma deve guardare ad una società ben più complessa. Non credo che il problema fondamentale sia la compatibilità tra vecchie e nuove istituzioni del lavoro, ma tra una visione familista e una visione fondata sulla cittadinanza delle persone e la promozione della loro autonomia. Il nostro modello di welfare è sempre più risarcitorio e non riesce a redistribuire ricchezza e opportunità. Tanto che la diseguaglianza aumenta notevolmente e per i giovani la mobilità sociale diventa un miraggio. Difficile pensare che il problema sia la cassa integrazione (autofinanziata da lavoratori e imprese) e non l’alta evasione fiscale e la scarsa tassazione di patrimoni e rendite, un’enorme quantità di ricchezza trasmessa da famiglia in famiglia.
E’ vero il nostro è un Paese con alti carichi fiscali, distribuiti però in maniera molto iniqua, forse una riforma del fisco “coraggiosa” potrebbe alleggerire il costo del lavoro e prelevare di più laddove ci sono grosse quantità di risorse improduttive.
Senz’altro oggi serve un cambiamento che superi gli “ideali senza idee” e alle nuove generazioni, nel sindacato come nell’accademia, nelle istituzioni e nella politica, spetta il compito di rompere gli schemi e le dicotomie che la precedente generazione ci ha lasciato, facendo irrompere nel dibattito pubblico e nelle pratiche sociali tutta l’originalità delle aspirazioni e delle competenze di cui siamo portatori.





































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