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Per un sindacato che ricompone il lavoro in frantumi

di Ilaria Lani · 4 Comments · in Economia ed innovazione, Welfare e lavoro · 30 aprile 2012

La rappresentazione di un sindacato alla “Cipputi” arroccato solo nella grande industria e insensibile alle nuove frontiere del lavoro è piuttosto datata e purtroppo, più che aiutare il sindacato ad uscire dal proprio “fortino tradizionale”, ha portato la politica e le istituzioni a cancellare la condizione operaia e disinteressarsi del fatto che interi pezzi del nostro sistema industriale si sono dissolti.

Per questo la riflessione che Federico Pancaldi ci propone sulla inadeguatezza del sindacato nel rappresentare il lavoro oltre l’industria, rischia di essere parziale, seppur molto rigorosa ed esemplificativa.

I mutamenti del mercato del lavoro sono bene più complessi della dicotomia industria/servizi per questo non credo il futuro della riorganizzazione del sindacato passi semplicemente da un riequilibrio della sindacalizzazione in questi due settori.

La globalizzazione dei mercati, la concentrazione e la rarefazione del potere economico e finanziario, l’allungamento e la frammentazione delle filiere produttive sono tutti processi che hanno inequivocabilmente messo in discussione il potere del sindacato, producendo un abbassamento dei salari e un allentamento del sistema di regole e diritti. Il rapporti di forza sono nettamente mutati e la stessa controparte è diventata sempre più evanescente, lungo filiere produttive che ormai valicano i continenti. Questo processo negli ultimi vent’anni ha attraversato anche le istituzioni costrette a contrarre l’intervento pubblico e il sistema welfare, con la conseguenza di un ulteriore aumento delle disuguaglianze.

Il sindacato si è così trovato in una condizione di arretramento, nella difesa delle grandi conquiste del secolo scorso, mentre ai margini delle proprie roccaforti il mondo del lavoro scivolava sempre più nell’assenza di protezioni.

Infatti i paradigmi del mercato globale riversano rischi e costi sul lavoro attraverso modalità apparentemente diverse, ma che rispondono ad una stessa logica, sia che esse si chiamino esternalizzazioni, appalti, subforniture, delocalizzazioni, commesse, contratti a termine o a progetto.

Non è molto diversa la condizione di una lavoratrice del settore delle pulizie, che si trova a cambiare la quantità di ore, se le va bene, ogni volta che cambia l’appalto, rispetto agli operai di una ditta tessile, le cui condizioni sono imposte da una catena di subforniture, piuttosto che un collaboratore che vive di progetto in progetto, oppure un operaio metalmeccanico o un operatore di un call center che ogni giorno vive il ricatto della fuga della propria azienda dove il costo del lavoro è inferiore.

Certo il lavoro non è tutto uguale, ma l’incertezza e l’iniqua distribuzione del rischio sembra diventare un tratto destinato ad estendersi, sopratutto se il nostro Paese rinuncia a ripensare il proprio sistema produttivo e di servizi.

Per questo oggi se il sindacato vuole estendere la propria rappresentanza oltre gli insediamenti tradizionali, che per ovvi motivi risiedono nelle grandi strutture produttive, siano esse industrie, enti pubblici o grandi centrali del commercio, deve innanzitutto alzare il tiro, uscire da una battaglia di retroguardia e scommettere su nuove prospettive.

Per rispondere quindi alla domanda di Federico Pancaldi “dove ti vedi tra cinque anni?”con l’ottimismo del primo giorno di lavoro mi vengono in mente tre possibili scommesse.

Innanzitutto battersi sul serio per costruire l’ossatura di ciò che abbiamo chiamato “società della conoscenza”, con un sistema della ricerca e un terziario avanzato realmente capaci di qualificare e rilanciare il nostro apparato industriale. Significa per il sindacato sfidare su questo non solo le istituzioni, ma anche le imprese attraverso la contrattazione. Contrattare prima di tutto le strategie di sviluppo, la conoscenza, la professionalità, l’organizzazione del lavoro. Contrattare tutto questo, anche prima del sempre più magro premio di risultato.

Per fare tutto ciò bisogna porsi la domanda a cui una società matura dovrebbe saper rispondere “cosa produciamo e perché lo produciamo?”. Per questo, a parer mio, il problema non è se è giusto o meno privilegiare l’industria o il terziario, ma scegliere che tipo di industria e che tipo di terziario e a quali bisogni devono saper guardare.

Per esempio l’economia dei servizi risiede nel tenere aperti i centri commerciali tutti i giorni dell’anno e impedire ai lavoratori di passare una giornata con i propri figli? Ha fatto bene questo Governo a liberalizzare le domeniche? Io credo che abbia fatto bene il sindacato a chiedere una regolamentazione, perché non è da qui che passa la modernizzazione della nostra economia.

Secondo, è necessario porsi l’obiettivo di riunificare i diritti e redistribuire rischio e reddito all’interno delle nuove catene del valore. Se un tempo erano sufficienti i contratti nazionali perché il valore si rintracciava nei grandi settori merceologici del Paese, oggi accanto al loro inderogabile ruolo occorrono nuovi livelli: dal livello europeo, alla contrattazione di gruppo, di sito, di filiera, alla contrattazione sociale.

Significa sperimentare nuove forme di organizzazione e rappresentanza capaci di intercettare la frammentazione del lavoro, per organizzare quelli che oggi sono i più deboli e ricomporre un fronte di solidarietà più avanzato.

Banalmente vuol dire includere nei contratti collettivi le condizioni delle nuove tipologie di lavoro, dai diritti ai compensi, così come ricostruire un’idea di responsabilità sociale d’impresa, occupandosi delle condizioni delle aziende in appalto, delle filiere, delle subforniture.

La fortunata campagna del 2011 Non+ dei giovani della CGIL

Infine questo Paese è destinato a ripensare il ruolo del welfare, che non può più basarsi sul maschio capofamiglia, ma deve guardare ad una società ben più complessa. Non credo che il problema fondamentale sia la compatibilità tra vecchie e nuove istituzioni del lavoro, ma tra una visione familista e una visione fondata sulla cittadinanza delle persone e la promozione della loro autonomia. Il nostro modello di welfare è sempre più risarcitorio e non riesce a redistribuire ricchezza e opportunità. Tanto che la diseguaglianza aumenta notevolmente e per i giovani la mobilità sociale diventa un miraggio. Difficile pensare che il problema sia la cassa integrazione (autofinanziata da lavoratori e imprese) e non l’alta evasione fiscale e la scarsa tassazione di patrimoni e rendite, un’enorme quantità di ricchezza trasmessa da famiglia in famiglia.

E’ vero il nostro è un Paese con alti carichi fiscali, distribuiti però in maniera molto iniqua, forse una riforma del fisco “coraggiosa” potrebbe alleggerire il costo del lavoro e prelevare di più laddove ci sono grosse quantità di risorse improduttive.

Senz’altro oggi serve un cambiamento che superi gli “ideali senza idee” e alle nuove generazioni, nel sindacato come nell’accademia, nelle istituzioni e nella politica, spetta il compito di rompere gli schemi e le dicotomie che la precedente generazione ci ha lasciato, facendo irrompere nel dibattito pubblico e nelle pratiche sociali tutta l’originalità delle aspirazioni e delle competenze di cui siamo portatori.

Tagged with: CGIL • giovani • lavoro • sindacato 
Ilaria Lani
Autore

Ilaria Lani

Nata nel 1978, è sindacalista e attualmente responsabile delle politiche giovanili della CGIL.

Blog Article
  • http://www.facebook.com/profile.php?id=588582791 Andrea Danielli

    “Innanzitutto battersi
    sul serio per costruire l’ossatura di ciò che abbiamo chiamato “società
    della conoscenza”, con un sistema della ricerca e un terziario avanzato
    realmente capaci di qualificare e rilanciare il nostro apparato industriale.”

     

    Elevare la società della
    conoscenza a risposta ai nostri problemi mi sembra un modus operandi diffuso e
    leggermente acritico. In primo luogo perché i problemi attuali del mondo del
    lavoro derivano anche dalla sovrabbondanza di professionisti nelle discipline
    più “intellettuali”, visto che in Italia ci sono troppi architetti e avvocati,
    nonché laureati in scienze della comunicazione e giornalisti.

    Forse avremmo bisogno di
    Fachhochschulen alla tedesca, di artigiani digitalizzati, e operai
    specializzati. Non sarebbe male allora introdurre un sussidio di disoccupazione
    legato alla frequenza di corsi di formazione efficaci.

    In secondo luogo, non
    c’è un legame diretto tra ricerca e produzione industriale, tutt’altro. L’Inghilterra
    lo dimostra, ma in generale è possibile innovare e continuare a produrre in
    Cina. Forse il sindacato dovrebbe confrontarsi con i modelli di produzione “just
    in time” e con le “economie di velocità”. La maggior parte delle società segue
    le scuole di management che invitano a spogliarsi di proprietà e servizi non
    essenziali al proprio business; l’high-tech vede una guerra continua per uscire
    il prima possibile con nuovi prodotti, guerra che si combatte sulle spalle di
    fornitori e subfornitori e che ha un impatto umano davvero devastante.

    Si reagisce a questo
    stato di cose re-inventando la produzione, non difendendo i vecchi modelli di
    fabbrica.

    Infine, sono dell’idea
    che i servizi e il terziario avanzato non abbiano a che vedere con la ricerca
    (se non marginalmente), ma con una migliore qualità della formazione e del
    capitale umano. Quindi con un’università migliore, più selettiva e
    meritocratica.

    “il problema non è se è
    giusto o meno privilegiare l’industria o il terziario, ma scegliere che tipo di
    industria e che tipo di terziario e a quali bisogni devono saper guardare.”

    E chi dovrebbe sceglierlo? Il Sindacato? O il Governo mediante una
    politica industriale? Mi piacerebbe capire cosa significa fare una politica
    industriale oggi. Per me ha senso iniettare risorse in maniera oculata, per
    esempio attraverso vari fondi di fondi per aumentare i ventures in Italia,
    magari specializzandoli nei settori chiave nel futuro.

     

    Infine, perdonami Ilaria, ma mi sarebbe piaciuto leggere nel tuo articolo
    delle proposte concrete da parte della CGIL, su cui ragionare insieme, e non
    delle generiche considerazioni su ciò che andrebbe fatto (che mi sembrano
    condivisibili da una vasta maggioranza). Avrei molte altre considerazioni da
    condividere, ma intanto sarei felice di potermi confrontare con te su questi
    primi appunti. 

  • Ilarialani

     Caro Andrea, ho risposto all’articolo di federico che poneva temi piuttosto ampi e sollecitava i giovani sindacalisti ad immaginare un nuovo ruolo di tutela del sindacato, per questo ho scelto questo approccio. Se mi si chiedeva le posizioni concrete della CGIL su qualche tema avrei risposto diversamente.
    Detto questo vengo la merito: tu dici che abbiamo troppi professionisti, probabilmente è vero…ma è normale che in questo paese abbiamo meno laureati che nel resto d’europa e contemporaneamente i nostri laureati sono quelli con le minori prospettive di lavoro e gratificazione professionale? Perchè se fuggono all’estero hanno più opportunità? C’è o meno il problema che il nostro apparato produttivo non si investe in conoscenza? Secondo me sì. Poi sono d’accordo che è necessario implementare una formazione tecnica specializzata, però  finiamola di raccontarci che l’unico problema è che abbiamo troppi laureati in scienze della comunicazione, una roba datata almeno quanto la retorica sulla società della conoscenza. Le discipline servono tutte perchè la creatività e l’innovazione crescono attraverso processi incrementali di condivisione (su questo condivido il punto di vista di Enzo Rullani, “L’economia della conoscenza”). Quando parlo di un sindacato che contratta la conoscenza e l’organizzazione del lavoro immagino ad un sindacato che si pone il problema di come si aumenta la produttività innovando i processi produttivi in un’ottica di knowledge mangement. Questo ha molto a che fare con i processi di gestione del personale e con le politiche di formazione, inquadramento e valorizzazione professionale.
    Re-inventare la produzione per me significa ripensare i processi di lavoro in un’ottica in cui migliora la qualità del lavoro.
    Il terziario avanzato (visto che Federico nel suo articolo ne parlava) mi pare fondamentale per aiutare lo sviluppo e l’innovazione, soprattutto in un tessuto di piccole e medie imprese.
    Penso che le Istituzioni di un Paese non dovrebbero rinunciare ad indirizzare l’economia anche attraverso investimenti mirati (peraltro di questi tempi sarebbe proprio necessario visto il livello di crisi e recessione) . E quando dico domandarsi cosa produciamo e perchè lo produciamo mi riferisco a questo. Ci interessa favorire la riconversione ecologica? Il riasseto di un territorio che frana e si allaga? Alcuni settori strategici ad alto contenuto innovativo?
    Credo che questo  sia un terreno d’azione necessario anche per il sindacato, i lavoratori 40 anni fa si sono battuti per poter avere i diritti di informazione all’interno delle fabbriche, mi pare che poter dire la propria su un piano industriale sia un atto di maturità e responsabilità molto rilevante.
    Quando ero alla cgil di firenze mi sono occupata di mettere insieme le istituzioni, i ricercatori del CNR e dell’università e le imprese per capire come rilanciare alcuni settori che ci sembravano strategici. E’ il ruolo del sindacato? Secondo me è una responsabilità anche del sindacato.
    Ilaria

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=588582791 Andrea Danielli

    Grazie
    Ilaria della risposta. Da filosofo prestato all’economia non posso che
    concordare su una visione interdisciplinare della conoscenza. Però sappiamo
    anche che l’innovazione non capita così di frequente, e che per trovare un
    lavoro conviene studiare ingegneria e economia. Il problema dei nostri laureati
    è che scelgono specializzazioni poco spendibili sul nostro mercato del lavoro
    che, al momento, cerca figure più adatte alla micro manifattura e non necessita
    di letterati e insegnanti. Anche se, sono convinto, il vero dramma consiste nel
    pensare che la formazione ricevuta sia all’altezza, quando spesso non lo è, e
    che consenta di accedere automaticamente a carriere di qualità.

    La
    mancanza di ricerca privata in Italia, capace di assorbire i laureati eccellenti
    che fuggono all’estero, dipende molto dalle dimensioni delle imprese, e questa
    a sua volta deriva anche dalla rigidità del mondo del lavoro.

     

    “Questo
    ha molto a che fare con i processi di gestione del personale e con le politiche
    di formazione, inquadramento e valorizzazione professionale.” Penso
    sia necessario ragionare su un miglioramento della formazione e della
    valorizzazione all’interno di un generale aumento della produttività. Il
    lavoratore investe su se stesso se ha un ritorno economico. A mio avviso ciò è
    possibile solo in un’ottica di aumento del peso della contrattazione di secondo
    livello: tu cosa ne pensi? Non converrebbe fare degli esperimenti controllati
    (e limitati) per evitare che le aziende se ne approfittino?

    “Ci interessa favorire la riconversione
    ecologica? Il riassetto di un territorio che frana e si allaga? Alcuni settori
    strategici ad alto contenuto innovativo?”

    A mio avviso l’opera del Governo deve
    essere di tipo legislativo: favorire standard ecologici, incentivi fiscali per
    chi investe in ricerca, incentivi per creare consorzi, migliorare la
    collaborazione tra università e privati (oggi la burocrazia è fenomenale…). Non
    vedo propriamente spazio per una politica industriale, nel senso che lo stato
    oggi non può finanziare direttamente un’attività, o comprarsi un’impresa. Ma
    può darsi che mi sfugga qualcosa, e allora ti chiederei un esempio concreto di
    quello che hai in mente. 

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