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Se la retorica non vota

di Alessandro Aresu · 2 Comments · in Politica globale, Stati Uniti · 13 aprile 2012

La nostra esperienza della politica, ancor più che dai provvedimenti e dalle scelte materiali, è caratterizzata dai discorsi e dalla loro forza simbolica, nella loro capacità di costruire formule e compendiare un’epoca. Pensiamo a Jed Bartlet, ovviamente. Pensiamo a Newt Gingrich, che ha basato la sua campagna elettorale per la nomination repubblicana sulle qualità di “great debater”, capace di umiliare Barack Obama come ha umiliato i “malvagi” giornalisti liberal.

Pensiamo a cosa sarebbe la figura di Barack Obama senza i discorsi. I suoi discorsi segnano la sua presenza nella nostra vita, dagli slogan e ragionamenti della campagna elettorale fino alle prese di posizione che hanno caratterizzato gli alti e bassi della sua presidenza. Dal discorso di Oslo fino ai discorsi sullo Stato dell’Unione, per giungere – con ancora maggiore forza – al discorso di Osawatomie in Kansas, in cui ha cercato di risvegliare il suo mandato dal torpore con una svolta verso Theodore Roosevelt. Ciononostante, anche gli innamorati europei hanno avuto spesso l’impressione  di un’eccessiva attenzione sui discorsi, a scapito dei fatti, anche per la situazione del processo politico degli Stati Uniti, evidenziata in particolare nella scorsa estate.

L’importanza della retorica presidenziale si fonda sulla convinzione che i discorsi, quando sono rivolti a una vasta platea e generano un impatto moltiplicatore per la nazione, sono in grado di “persuadere” la cittadinanza, portarla sulle sue posizioni. Il carattere farraginoso del processo politico americano viene così superato da un’azione diretta, non immediata come quella consentita dalle nuove tecnologie, ma ricca e completa, in un circolo della persuasione che ha un’evidente discendenza religiosa. La tradizione della retorica americana, rappresentata al suo acme da Abraham Lincoln e dai suoi insuperabili discorsi (inevitabilmente in questo periodo se cerco il suo nome su Google il primo risultato è “Abraham Lincoln vampire hunter”), si è ritrovata in Barack Obama, e negli ultimi anni sono stati pubblicati numerosi volumi sull’argomento, in cui la “retorica da Aristotele a Obama” (qui e qui, per esempio) è diventata una formula ormai abituale. Come ha scritto Michael Lind in quel testo fondamentale per comprendere gli Stati Uniti e progettarne il futuro che rimane The Next American Nation (1995):

Non bisogna mai dimenticare che l’influenza più forte nella mentalità americana non è giunta dai mass media, ma piuttosto da quattro secoli di predicatori protestanti che hanno irrigato il continente, settimana dopo settimana, di sermoni e preghiere.

Perché la “presidenza pedagogica” (questa la formula di Mattia Diletti) ottenga i risultati che si prefigge, essa deve basarsi su un’efficace “presidenza retorica”. Lo ricorda Ezra Klein in un lungo articolo pubblicato sul New Yorker, e che qui riprendiamo, in cui si parte dalla nota formula di Richard Neustadt: “The power of the presidency is the power to persuade”. Ma Klein racconta immediatamente dopo gli argomenti di George Edwards, un critico di lunga data del potere presidenziale della persuasione. In breve, Edwards ritiene che non esistano dati concreti che supportano l’efficacia della retorica presidenziale e che l’analisi dei discorsi non sia analisi delle politiche pubbliche ma semplice critica letteraria. Edwards, nella sua polemica, si basa su analisi empiriche riferite alle presidenze di grandi oratori del Novecento come Franklin Delano Roosevelt, Ronald Reagan e Bill Clinton e, a quanto dice Klein, le sue posizioni non sono più considerate eccentriche o radicali. Secondo Edwards, c’è una contraddizione tra il cursus honorum di chi diventa presidente, e crede che ogni obiettivo possa essere raggiunto con i discorsi giusti, e l’attività effettiva del governo. In un momento di difficoltà, il primo pensiero del presidente spesso è: “Devo parlare con il popolo americano”. Ma così si dimentica la fondamentale differenza tra correre per la presidenza ed essere presidente:

Being President isn’t the same as running for President. When you’re running for President, giving a good speech helps you achieve your goals. When you are President, giving a good speech can prevent you from achieving them.

Il successo del discorso può far credere che il problema politico che si deve affrontare sia stato risolto, con il potere della persuasione. Ma la retorica, più o meno sofisticata, resta disarmata davanti ai dati materiali del benessere e malessere delle famiglie, e in particolare davanti al dato della disoccupazione, il problema-chiave di un presidente che cerca la rielezione. Come dichiara Paul Begala:

The Titanic had an iceberg problem. It did not have a communications problem. Right now, the President has a jobs problem. If Obama had four-per-cent unemployment, he would be on Mt. Rushmore already and people would look at Nancy Pelosi like Lady Gaga.

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Alessandro Aresu
Autore

Alessandro Aresu

Nato a Cagliari nel 1983, è cofondatore e direttore de Lo Spazio della Politica, collaboratore di Limes e della Nuova Sardegna. Per LSDP cura le rassegne stampa e si occupa di analisi di scenario sulla politica italiana, oltre che di Stati Uniti.

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