La crisi finanziaria è stata causata dagli uomini, intesi non come esseri umani ma come “esseri umani di sesso maschile”? Secondo alcune ricerche, la risposta a questa domanda potrebbe essere: sì.
In un articolo del 2009, che analizzava la domanda sulla bocca di tutti (“Why did the bankers behave so badly?”), l’economista Anne Sibert considerava l’eccesso di testosterone e il suo rapporto con un comportamento che porta a prendere rischi eccessivi, in cui i galli nel pollaio si ringalluzziscono fino a quando la bolla scoppia. Sibert ricordava i dati:
Women hold only 17% of the corporate directorships and 2.5% of the CEO positions in the finance and insurance industries in the US (Sullivan and Jordan 2009). In Iceland – home to a particularly spectacular collapse – it is said that there was just one senior woman banker, and that she quit in 2006 (Lewis 2009). If men are especially prone to being insufficiently risk averse and overly confident, then this male dominance may have contributed to the financial crisis.
Nel working paper (con co-autore Hamid Sabourian) che riprende sul piano scientifico l’articolo precedente, Sibert non considera l’argomento del genere. L’importanza della diversità nel management (che riguarda, oltre al sesso, la presenza di differenti nazionalità ed esperienze culturali) non deve trasformarsi in argomenti deterministici del genere “Gli uomini speculano, le donne rammendano”, magari con un rinvio all’immagine della “massaia sveva” di Angela Merkel, dato che a) il gioco dell’economia mondiale è un po’ più complicato; b) come sostiene Krugman, gli stati non sono famiglie; c) ovviamente, quest’idea della donna è stereotipata.
Lo scoppio del recente caso JP Morgan ci ha appena ricordato che anche le donne manager possono speculare: Ina R. Drew, difatti, ha lasciato la sua posizione di Chief Investment Officer della banca, perchè direttamente responsabile della divisione che ha fatto registrare una perdita record di 2 miliardi di dollari in attività di trading. Drew ha guadagnato circa 15.9 milioni di dollari nel 2010 e 15.5 milioni nel 2011. Era uno degli snodi del “dream team” che ha permesso al CEO Jamie Dimon di emergere dalla crisi finanziaria come potenziale erede di Robert Rubin nella connessione e collusione tra economia e politica democratica. Drew è apparsa in numerosi tra i servizi celebrativi che il giornalismo finanziario dedica alle “donne più potenti” o alle “donne più pagate” di Wall Street. Un suo profilo di vent’anni fa, quando lavorava per Chemical Bank, iniziava con una dichiarazione d’amore: “Ina R. Drew ama le crisi”.

Nelle prossime settimane il caso JP Morgan sarà senz’altro descritto e vivisezionato con maggiore precisione rispetto alle informazioni di cui disponiamo ora, anche se la sua atmosfera sembra già sospesa tra due libri: il reportage sull’ascesa dei derivati e i cambiamenti del sistema finanziario della bravissima Gillian Tett, global thinker LSDP 2009 (“Fool’s Gold”) e il romanzo visionario del finalista Pulitzer Adam Haslett sul rischio sistemico generato dalle attività del banchiere Doug Fanning, Union Atlantic.

Ezra Klein ha intervistato sul caso JP Morgan una donna diversa dall’invisibile Ina Drew, l’eroina liberal Elizabeth Warren, impegnata in una difficile campagna elettorale per rappresentare il Massachussetts nel Senato degli Stati Uniti. Citiamo l’inizio dell’intervista, dove si rilancia l’idea di un moderno Glass Steagall Act.
Jamie Dimon dice che è stata una mossa stupida, ma saranno in grado di metterla a posto. E se la prossima perdita fosse di venti miliardi o di duecento miliardi? Sta forse sostenendo che JP Morgan dovrebbe avere il diritto di continuare a fare queste scommesse fino al giorno in cui dovrà chiedere nuovamente il supporto di chi paga le tasse? Le banche sono differenti dalle altre imprese: l’abbiamo imparato nel 2008.




































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