Il ministero delle finanze indiano ha recentemente pubblicato il “White Paper on Black Money”, che tenta di affrontare uno dei principali problemi della democrazia più grande del mondo, sottolineato più volte dalle analisi sociologiche e letterarie.
Basti pensare a un romanzo come “La tigre bianca” di Aravind Adiga o alle analisi dell’economista Lant Pritchett dell’India come “flailing state”. La pubblicazione cerca di rispondere alle richieste pressanti che caratterizzano la democrazia indiana sui temi della corruzione, anche se ha il grave difetto di non contenere stime quantitative precise del volume d’affari del riciclaggio e dei soldi sporchi. La pubblicazione avviene in un contesto in cui non si parla tanto di “Shining India”, ma della crisi del processo politico e della debolezza (relativa) della crescita e del crollo della rupia, mentre l’inflazione galoppa.
Il White Paper, criticato pesantemente dall’opposizione, propone alcune riforme, in verità per la maggior parte generiche, nei settori maggiormente interessati alla fuga illegale di capitali dal subcontinente. Tra l’altro, nega ufficialmente le cifre rese celebri da una catena di mail del 2009, secondo cui gli indiani avevano più soldi nelle banche svizzere – un trilione e mezzo di dollari, quindi poco meno del PIL indiano – di tutti gli altri paesi messi insieme, citando la fonte della Swiss Banking Association (il report dice che esiste solo una Swiss Bankers Association, la quale è però nota anche come SwissBanking). Le stime di A.P. Singh, direttore della Central Bureau of Investigation di cui avevamo parlato su Lo Spazio della Politica, erano di “solo” 500 miliardi di dollari e relative a tutti i paradisi fiscali, ma sono state rigettate dalla Svizzera.





































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