Lo scontro é stato aspro. I due candidati si sono preparati accuratamente per l’occasione squadernando una lunga lista di dati per ubriacare l’avversario e talvolta il pubblico, che si domandava se non servisse un diploma per seguire “Il Dibattito”. A conclusione della sfida, salvo le accuse reciproche e i silenzi imbarazzati su Berlusconi e Strauss Kahn, ex-amici sciupafemmine con troppi scandali da nascondere, della serata resta soprattutto il “Moi Président” di un Hollande già certo della vittoria.
Il vantaggio conquistato al primo turno ha persuaso Hollande dei suoi mezzi. L’ex segretario del Partito Socialista, un tempo soprannominato Flamby (budino) per il suo spirito consensuale e la sua scarsa assertività, si è dimostrato presidenziabile. Agli attacchi di un Sarkozy aggressivo e deciso a vendere cara la pelle ha reagito con la calma e sicurezza necessaria. Smentendo i delatori che lo definivano “la sinistra molle”, ha rinfacciato a un Sarkozy spesso vittimista eccessi e errori di quinquennato spesso costellato di scandali, relazioni clientelari, nepotismi, legami con il mondo degli affari e l’irresistibile voglia di controllare tutto in prima persona, dalla composizione del governo sino alla nomina del più sperduto prefetto di periferia.
Certo, trovarsi nella posizione di François Hollande è facile. È sufficiente accusare Sarkozy degli effetti della crisi, considerando che il rivale é al governo da dieci anni (sotto Chirac fu ministro delle finanze e degli interni). In effetti, Sarkozy ha tentato di tutto per evitare l’inasprirsi della crisi, ma il suo bilancio non è soddisfacente. Non basta accontentarsi del fatto che la Francia non sia conciata male come gli altri partner europei e né annunciare di “voler fare come la Germania” per salvarsi. La nazione transalpina è stata oramai travolta dalla crisi economica e le riforme (come quella delle pensioni e dell’università) o il rigore dei conti pubblici non sono stati sufficienti ad evitare gli spettri dell’erosione del potere d’acquisto, della crisi degli alloggi, delle delocalizzazioni e del debito pubblico.
L’impressione è che a furia di assecondare la Merkel sul piano del rigore, Sarkozy non abbia più un programma proprio in politica economica, ma si limiti a copiarlo da Oltrereno. In questo modo ha annichilito il peso francese in seno all’Eurogruppo, facendo il gioco tedesco ed è rimasto isolato. Anche Junker, il lussemburghese decano del club dell’Euro, si è smarcato. La coppia paritetica franco-tedesca è ormai un’illusione solo francese. Chi comanda è Berlino.
Hollande manca però di esperienza internazionale e al momento appare anch’egli isolato in Europa. Il suo veto sul fiscal compact rischia di creargli non pochi problemi con la Cancelliera, la quale però potrebbe risultare indebolita dalle prossime elezioni regionali in Germania. Inoltre il risultato del voto greco potrebbe riaccendere la crisi del debito e rendere inevitabile l’innalzamento dell’EMF, se non anche l’introduzione di Eurobond e un patto per la crescita come chiede proprio Hollande. Sullo sfondo, si profilano le elezioni in Olanda, Romania e in Italia che potrebbero cambiare gli equilibri a favore del socialista. I rapporti di forza tra gli stati non sono tutto: Hollande crede nel ruolo della Commissione come garante dei trattati e motore dell’integrazione europea, un’istituzione che Sarkozy è riuscito totalmente a neutralizzare negli ultimi anni grazie al suo attivismo intergovernativo.
Se potesse, Sarkozy reciterebbe ancora volentieri il ruolo del salvatore del mondo, come aveva tentato durante i primi mesi della crisi finanziaria. Si accontenterebbe anche di salvatore dell’Europa, come dice Franz-Olivier Giesbert in una lucida analisi sulla sua personalità. Nell’attesa, ha lanciato un ultimatum all’Europa affinché il trattato di Schengen fosse modificato (dopo che questo fu già riformato proprio secondo le sue richieste due anni fa). Si tratta evidentemente di una campagna strumentale, legata all’obiettivo di conquistare i voti del 18% dei francesi che ha scelto Marine Le Pen al primo turno. Una svolta a destra pericolosa sul piano politico come sul piano tattico. Il risultato è stato di convincere lo sconfitto Bayrou a scegliere Hollande come candidato preferito al secondo turno.
François Hollande può contare sul voto compatto della sinistra radicale a suo favore, conquistato grazie a delle proposte a favore di una tassazione più dura nei confronti delle grandi fortune (come voleva il Fronte di Sinistra) e un disimpegno progressivo, anche se molto lento, dal nucleare (come volevano i Verdi). Non è invece affatto scontato con gli elettori di Marine Le Pen scelgano Sarkozy al secondo turno. Il loro voto non è semplicente ideologico, ma canalizza anche un diffuso sentimento di protesta. Si presume quindi che una significativa minoranza si asterrà. Se ciò accadrà, Carla Bruni dovrà presto cercare un’impresa di traslochi.
Il secondo turno appare quindi a favore di Hollande, anche se meno scontato di quanto non fosse qualche settimana o mese fa. È certo che già i partiti siano pensando alle prossime legislative, quando il Fronte Nazionale sfiderà direttamente i due partiti dell’establishment in una serie di triangolari sul filo del rasoio. Probabile che già Hollande si veda all’Eliseo e stia individuando i migliori candidati a diventare suoi ministri, il 50% dei quali saranno donne. Alla loro guida potrebbe esserci Martine Aubry, a meno che Jean Marc Ayrault, capogruppo del partito all’Assemblea Nazionale, non gli soffi il posto. Nella spasmodica attesa, noi preferiamo immaginarli così.





































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