Ogni crisi economica, con il suo aumento dei disoccupati e dei poveri, l’aumento di tasse o i tagli allo stato sociale, crea tra la gente malcontento, alle volte rabbia o disperazione. La crisi attuale e’ tuttavia andata oltre, facendo emergere con chiarezza alcuni limiti di un intero sistema economico finanziario, o quanto meno di un modo di pensare ad esso. Di fronte alle risposte deludenti dei policy makers e all’apparente perpetuarsi gattopardesco degli errori che hanno portato alla situazione corrente, qualche riflessione piu’ seria sembra nascere dal mondo accademico, ed i giovani in particolare. E’ questo il caso, per esempio, di alcuni studenti di Harvard. Sorprende tuttavia che una riflessione sulle nuove possibili direzioni dell’economia sia supportata anche da figure di spicco del mondo accademico, come successo a Berlino ad inizio Aprile in occasione della conferenza annuale dell’Institute for New Economic Thinking (video qui ), che ha visto partecipare dal palco 3 premi nobel (J. Heckman, A.Sen, J. Stiglitz), un numero cospicuo di distinti professori americani ed europei, ed alcuni policy makers (EBRD, ECB, FSA tra gli altri).
Durante i tre giorni di conferenza molto spazio e’ stato dedicato alle possibili vie d’uscita della crisi del debito sovrano europeo (di cui non daremo tuttavia resoconto qui), ma soprattutto alla riflessione sugli errori commessi dalla “scienza economica” in generale negli ultimi cinquant’anni. A dire la verita’, alcune delle criticita’ evidenziate avevano ben poco di nuovo per chi si tenesse informato sulle evoluzioni della letteratura economica: l’assenza del settore finanziario nei piu’ importanti modelli macroeconomici, l’ipotesi di perfetta capacita’ previsionale (in media) dell’agente economico e l’omogenita’ di caratteristiche e comportamenti di quest’ultimo, la fallibilita’ dell’austerita’ nel creare crescita se non accompagnata da altri provvedimenti complementari. Il vero contributo innovativo della conferenza e’ stato altro, ossia il dare voce, sostanza e credibilita’ ad alcune critiche epistemologiche profonde della “scienza economica” in quanto tale, grazie anche al contributo di altre discipline. Emblematici su questo punto, e di particolare interesse, gli interventi di G. Gigerenzer sulla possibilita’ degli economisti di conoscere veramente il proprio oggetto di studio, e di A. Damasio, celebre neuroscienziato, sulla relazione tra emozioni e pensiero razionale.
La riflessione parte proprio dall’oggetto di studio dell’economia, cioe’ il comportamento (economico) umano. L’economia ipotizza (salvo rare eccezioni) che questo sia perfettamente conoscibile e definito nel tempo e nello spazio, in modo tale che sia possibile renderlo uniforme e ricordurlo ad un numero limitato di caratteristiche manipolabili. Alle volte la complessita’ della popolazione e’ ridotta persino ad un unico individuo teorico, chiamato “agente rappresentativo” che, pur gia’ criticato da anni da una parte della disciplina, e’ ancora molto in auge soprattutto in macroeconomia. Manca dunque nella disciplina economica la presa di coscienza di avere come oggetto di studio un “target in movimento” (W. Carlin).
Foto: James Heckman
La necessita’ di ricordurre questo “target” a poche linee essenziali nasce dalla volonta’ dell’economista di modellizzare il mondo. Peccato che poi l’economista si dimentichi di stare lavorando con un modello che approssima la realta’, e tragga dal primo delle conclusioni che ritiene vere anche nella seconda, senza che lo siano necessariamente. Inoltre, l’abbondanza di tecnicismo ha contribuito a balcanizzare la “scienza economica” (R. Guesnerie), cioe’ a dividerla in tanti sotto-ambiti per lo piu’ autoreferenziali perche’ ciascuno caratterizzato da strumenti via via piu’ avanzati e scarsamente comprensibili per i non adepti. Infine, quest’eccessiva matematizzazione della realta’ sarebbe anche responsabile per la freddezza con cui spesso l’economia accetta le conseguenze concrete delle sue policies a piu’ ampio impatto negativo sulla popolazione: trasformando le persone in numeri e percentuali, ”le formule matematiche impongono una forma di crudelta’ che ha trascinato la nave sugli scogli. L’economia deve re-incontrarsi con l’umanita’ per ritrovare il suo equilibrio” (R. Johnson). In questo concorda anche J. Heckman, forse il più noto econometrista al mondo, che ha sottolineato con enfasi la necessita’ per l’analisi del comportamento economico di tenere conto di elementi finora tralasciati, come l’amore familiare, le capacita’ non-cognitive degli individui, l’informazione di natura qualitativa. Per chi e’ cresciuto nello studio della disciplina economica contemporanea, queste affermazioni sono quasi shoccanti.
Ovviamente nella sua battaglia per diventare vera “scienza”, l’economia ha dovuto tralasciare qualsivoglia giustificazione etica dei propri principi, contrariamente da come essa e’ nata. Di piu’, ha dimenticato la ragione dell’esistenza di un sistema economico tout court, cioe’ il miglioramento della condizione umana attraverso il consumo (J. Stiglitz). Spostando l’accento dal consumo alla produzione, l’economia di oggi ha fatto della crescita il suo feticcio e panacea per tutti i mali. I mercati stessi hanno ragione di esistere al contrario se permettono uno stile di vita migliore, cosi’ come la ha l’intervento dello Stato in ambito economico (A. Sen). Il rimbalzare della disciplina nell’ultimo mezzo secolo da Keynes ad Hayek e viceversa, attribuendo ai mercati liberi o all’interventismo statale la radice dell’eventuale problema economico contingente, trascura il punto fondamentale che entrambi sono necessari fintanto che contribuiscono al benessere delle persone.
Foto: Joseph Stiglitz
Che cosa rimane dunque della disciplina economica attuale, se l’oggetto di studio e’ difficilmente conoscibile e ancor meno modellizzabile, e l’obiettivo primario sembra essere stato dimenticato? Gli economisti preferiranno limitare il proprio campo di azione a pochi ambiti ben conoscibili, o continuare a parlare di molto ma in modo impreciso? In questo secondo caso, di certo, sia negli studiosi che nei policy makers dovra’ svilupparsi l’assoluta consapevolezza che qualsiasi inferenza sulla realta’ sara’ la migliore e piu’ informata possibile, ma non necessariamente perfetta. Nel confermare la necessita’ di un nuovo paradigma per l’economia, INET ha lasciato dunque piu’ domande che risposte, come ogni buona conferenza che si rispetti. Quanto alle risposte, si cercano volontari per ricominciare dalle fondamenta.
P.S. Per chi volesse un commento sempre parziale ma comunque piu’ approfondito su alcuni dei temi trattati, si legga il commento di Andrew Sheng su Project Syndicate.





































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