Negli Stati Uniti da tempo si combattono, con varie tonalità di grigio, due fazioni: i declinisti, che rinnovano l’antico genere della geremiade per riportare una nazione disastrata sulla retta via; gli entusiasti, che negano il declino assoluto e relativo del potere americano, spesso legandolo a una fede indefessa nell’eccezionalismo.
Walter Russell Mead, che non risparmia critiche all’insostenibilità del modello sociale industriale americano nel settore pubblico (quello che definisce “the blue model”) è però un convinto sostenitore della primazia americana in politica estera. Recentemente, per illustrare il suo argomento, ha utilizzato un esempio di sicuro effetto: l’Africa. Negli ultimi anni siamo stati talmente bombardati con le magnifiche sorti della presenza cinese in Africa da dimenticare che nel continente nero esistono anche altri attori. A parte l’Europa, che “è il continente che investe di più eppure non elabora nessun pensiero” (Romano Prodi). Pochi sanno, d’altra parte, che la politica africana è stata considerata tra i punti maggiormente positivi della presidenza di George W. Bush. Secondo Russell Mead, “l’espansione dell’influenza americana e della proiezione del potere degli Stati Uniti in Africa sembra essere una delle maggiori tendenze del nostro tempo. E non si tratta né di colonialismo all’antica né di una caccia per le risorse di natura neocoloniale“. Citando i progetti americani nella diplomazia, nelle infrastrutture, nell’energia, Russell Mead ritiene che gli Stati Uniti siano la “nazione indispensabile” per affrontare le maggiori sfide del continente africano, su cui sempre più si concentrerà il radar economico-politico del pianeta:
Washington sta aiutando la caccia di uno dei pazzi più spregevoli del mondo, Joseph Kony, e sta addestrando le truppe che combattono una banda di pirati e militanti islamici nel paese più ingovernabile del mondo, la Somalia. Si tratta di progetti a lungo termine e potrebbero richiedere anni di duro lavoro prima di raggiungere il “successo” – Kony ucciso e una Somalia in grado di governarsi. Ma va detto che sono gli Stati Uniti – non il Brasile, non la Cina, non il Sud Sudan o l’Etiopia – a possedere le risorse, l’organizzazione, e il desiderio necessari oer condurre questo tipo di battaglie.





































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