A distanza di qualche settimana dalla mia analisi sulla geoeconomia del calcio globale, vale la pena spendere qualche riflessione sulla situazione e le prospettive del calcio italiano.
Come ho scritto varie volte, la componente mitologetica ed emozionale delle competizioni sportive supera per importanza ogni considerazione sugli aspetti economici e geopolitici delle stesse. Vale allora far partire la nostra analisi proprio da questo terreno. Domenica scorsa abbiamo vissuto un momento-verità che interroga tutti i milioni di appassionati della serie A: cosa rimarrà del calcio italiano senza le figure di Del Piero, Inzaghi, Nesta, Gattuso, e nel giro di qualche anno Buffon, Totti e Zanetti?
Al momento ci sono pochissimi eroi carismatici/leader morali/miti generazionali nel nostro campionato pronti a prendere il posto dei nomi sopraccitati, ed è un vuoto che pesa. Per i top player stranieri l’attrattività della serie A è in drastica diminuzione, ma questa ormai è un’ovvietà. I grandi acquisti li fai con i grandi fatturati e/o con i grandi investimenti, due fattori che non sono più presenti da qualche anno nel calcio italiano. Per i talenti di casa nostra c’è un buon numero di ragazzi interessanti in rampa di lancio, molti dei quali cresciuti nella “squadra-startup” per eccellenza, il Pescara di Zeman, e l’epoca di austerità impone a quasi tutti i club di puntare attenzione e risorse sui propri settori giovanili come mai accaduto in passato. E’ uno dei pochi aspetti positivi della condizione di minori risorse sopra descritta, tuttavia il talento non fa un campione. I grandi campioni sono tali per due fattori principali:
1) Le loro qualità vanno affermate nei palcoscenici internazionali (Champions League, Mondiali);
2) Devono essere leader morali e spirituali dentro e fuori dal campo, nel senso esemplare in cui Federico Buffa in questo video parla di Alessandro Del Piero.
L’unico personaggio emergente che il calcio italiano offre oggi al mondo è Mario Balotelli, che nelle sue qualità di calciatore-rockstar fa scomodare persino il Financial Times, ma che appunto è un talento, non un campione (per i più ottimisti non ancora), e oltretutto gioca all’estero.
Il calcio come progetto industriale: tre casi studio
Per progetto industriale legato al calcio non intendo gli aspetti tecnici (allenatore, scelta dei giocatori, modulo di gioco) o la “rendita” da diritti televisivi con cui tutti i club di serie A realizzano la gran parte dei propri fatturati, ma la consapevole progettazione di altre fonti di ricavi (stadio di proprietà, marketing e sponsorizzazioni, scouting). Applicando questi paletti, troviamo solo tre squadre della nostra serie A degne di rappresentare dei casi-studio: Juventus, Roma e Udinese. Passiamoli in esame.
Juventus
In casa juventina questa è la stagione che verrà ricordata non solo per il record d’imbattibilità della squadra di Conte, ma anche per l’inaugurazione dello Juventus Stadium. Lo scorso settembre scrissi che si sarebbe trattato di un grande fatto di civiltà, innovazione e intelligenza industriale. Così è stato.
Chi frequenta un po’ la letteratura in materia sa che non esiste opposizione tra le presenze allo stadio e i telespettatori, anzi esiste un rapporto di mutualità. Più lo stadio è nuovo e offre nuovi servizi, più i campi sono verdi e le tribune festanti e gremite, più la gente da casa si diverte, più ha voglia di andare a vedere dal vivo lo stadio, non solo nei giorni delle partite, più la società incassa. E’ la regola aurea della Premier League, è la norma in quasi tutti i paesi europei e non solo nelle leghe principali, da noi a parlarne ci si sente dei pionieri. Lo stadio della Juve lenisce un po’ questa solitudine, e non è un caso che Torino sia stata scelta come sede dell’edizione 2012 di The StadiumBusiness Summit, il principale evento internazionale sul business dei nuovi stadi. Uno guarda il tenore delle discussioni del summit è vede come il tifoso sia al centro di ogni strategia (a partire dall’acquisto via web del biglietto, al wi-fi nella zona dello stadio, alle informazioni sul match disponibili in tempo reale con le tecnologie mobile) e come gli stadi siano oggetto privilegiato di innovazione in campo architettonico-energetico (guardate qui il prototipo costruito in Qatar per progettare gli stadi climatizzati per i Mondiali del 2020 o questo modello di stadio progettato in Finlandia). In Italia invece trovi la testimonianza del tifoso rossonero che qualche settimana fa scriveva alla Gazzetta lamentando la mancanza di bagni a sufficienza nel terzo anello rosso di San Siro, che costringe molti tifosi a pisciare di sotto dal lato esterno, per non parlare delle odissee burocratiche che attendono chiunque voglia avventurarsi nell’acquisto dei biglietti. Pensiamoci, è solo un caso che gli episodi di violenza di verifichino sempre al Marassi di Genova, lo stadio-gabbia per eccellenza? La Juventus su questo fronte è anni luce avanti, e purtroppo in questa classifica dietro di lei non c’è nessuno. La legge sugli stadi è data in dirittura d’arrivo per giugno, e sarebbe un passo importante verso un futuro civile. Oltretutto la legge italiana sulla grande impiantistica sportiva prevede un aiuto sulla tempistica di realizzazione, ma non contributi pubblici, quindi è una legge al passo con i tempi. Se la paragoniamo al socialismo municipale all’americana con cui le città cercano di aggiudicarsi/mantenere le franchigie pagando la costruzione dei nuovi megastadi e aumentando in questo modo l’esposizione debitoria dei bilanci locali c’è di che rallegrarsi.
Roma
Quello della Roma dei nuovi proprietari americani è un caso di studio interessante. I progetti industriali nel calcio sono molto più complicati di qualsivoglia altro settore economico, perché dipendono dall’estrema contingenza dei risultati tecnici. La differenza tra gli sport professionistici americani e quelli europei sta anche qui. Non è che i risultati non contino negli States, ma da essi non dipendono in maniera esclusiva le funzioni commerciali (presenza dei tifosi allo stadio, merchandising) di un club, perché non esistono promozioni/retrocessioni e perché esistono vari meccanismi correttivi della competitività (salary cap, rigida redistrubuzione collettiva dei diritti televisivi, draft). In Italia invece, ed in particolar maniera a Roma, se non ottieni risultati sul campo i tifosi diventano un fattore di rischio, o fanno voice (contestazioni degli ultrà) o fanno exit (calo negli abbonamenti e negli spettatori). La nuova proprietà americana/bostoniana ha offerto molte soluzioni innovative (alle nostre latitudini) sotto il profilo commerciale, a partire dal nuovo direttore del marketing, Christoph Winterling, con precedente esperienza all’Adidas, e dal responsabile e-commerce, l’americano Shergul Arshad, precedenti esperienze ad Ebay ed Amazon. Se andate sul nuovo sito della squadra giallorossa potete osservare l’indubbio salto di qualità, soprattutto se lo confrontate con quello ancora versione 1.0 dell’Inter. La progettazione del nuovo stadio invece è stata affidata allo studio di architetti Populous, il più affermato a livello globale in materia di stadi ed arene. Infine, l’accordo di sponsorship con la Walt Disney.
Sul piano tecnico però è stata un’annata semi-fallimentare, culminata nell’abbandono di Luis Enrique. Altri anni di anonimato in classifica e la strategia dei proprietari americani di sfruttare la fama globale di Roma per valorizzare il brand AS Roma subirà dei ridimensionamenti. Una cosa simile sta accadendo al Liverpool, altra squadra dalla proprietà americana/bostoniana. Nella precedente analisi avevo sottolineato la capacità di penetrazione dei mercati asiatici dei Reds. Qualche settimana fa è stata addirittura data la notizia che il Liverpool sarà la prima squadra al mondo ad avere una serie tv dedicata! Eppure la mancanza di risultati sportivi, anche qui suggellata dall’esonero di Kenny Dalglish, pesa tantissimo per l’immagine della squadra inglese.
Udinese
L’Udinese sta al calcio come le piccole imprese familiari di successo specializzate nelle subforniture ai grandi gruppi esteri stanno all’economia italiana. Il settore di riferimento in questo caso non è la componentistica per auto utilizzata poi dalla Volkswagen o dalla Audi, ma la selezione dei talenti calcistici su scala globale, l’affinamento della loro formazione e poi la loro cessione ai grandi club europei, con conseguenti plusvalenze record. L’investimento annuale nel gruppo di osservatori fatto dalla società di Pozzo si aggira sui 10 milioni di euro, il costo del cartellino di un giocatore di buon livello, ecco perché questo investimento ha tutti i crismi di un progetto industriale. Quella bianconera è una faccia bella della globalizzazione del mercato del lavoro calcistico, che fa da contraltare alle storie di sfruttamento e di schiavitù come quella recente dei ragazzini del vivaio del Vasco de Gama.
Da Milano a Manchester
La nuova capitale mondiale del calcio è Manchester, teatro in questa stagione della contesa sportiva più seguita nel globo. Fino allo scorso anno questo titolo spettava a Milano. La differenza è che quando il calcio ambrosiano dominava il mondo con le sue due squadre nessuno tra gli attori economici e istituzionali milanesi si è preoccupato di creare una strategia per attirare turisti/sponsor/investitori sulla base di questo fattore geopolitico. E’ un elemento che avevo già analizzato qualche anno fa su Limes, ed oggi ritorna di attualità in paragone a quello che sta accadendo a Manchester, ovvero l’esatto opposto.
Asia e calcioscommesse
In questo podcast del forum organizzato da New Books on Sports con i maggiori studiosi di calcio a livello internazionale vengono analizzati due fattori interessanti relativi al fenomeno del calcioscommesse:
1) la passione smodata degli asiatici per le scommesse sportive, che ha come conseguenza il cosiddetto match fixing;
2) il fatto che i target sensibili degli scommettitori asiatici siano le serie minori del calcio europeo, dove le opportunità economiche offerte dagli introiti illeciti legati alle scommesse superano quasi sempre quelle ottenibili per via legale attraverso gli stipendi. In particolare viene citato l’esempio della serie B del campionato belga, ed il fatto che gli scommettitori cinesi conoscano le rose delle squadre di questo campionato molto meglio di quanto non facciano gli stessi belgi.
Vi viene in mente qualcosa?





































Moris Gasparri
Nato a Jesi nel 1984, è cofondatore de Lo Spazio della Politica. Per LSDP si occupa di geopolitica & cultura globale dello sport, e di analisi di scenario sulla politica italiana.