Due settimane fa vi avevamo raccontato la vigilia delle elezioni presidenziali all’insegna del ritornello di François Hollande « Io, Presidente della Repubblica » e del suo voler essere una persona normale. I primi gesti di Hollande sembrano dimostrarlo.
Innanzitutto ha scelto di non essere il nuovo inquilino dell’Eliseo. Resterà nel suo appartamento del 15 arrondissement di Parigi, dove vive con la compagna Valérie Trierweiler, ex giornalista ed origine della sua rigenerazione politica. Il suo stipendio è stato ridotto del 30%, così come quello dei ministri del governo del suo Primo Ministro. Sì, perché diversamente dal Governo di François Fillon, nel quale Nicolas Sarkozy aveva molto più che un semplice diritto di parola, Hollande sembra volersi tener distante dalla politica politicante. Sarà Jean Marc Ayrault, ex capogruppo del PS all’Assemblea Nazionale ed ora titolare di Matignon, che farà da parafulmine. Un po’ come fu Pierre Mauroy nei primi anni della Presidenza Mitterand. Per la maggior parte dei francesi uno sconosciuto: di lui si sa che fu professore di tedesco e che quindi saprà spiegare efficacemente alla Merkel come si traduce la parola crescita. Hollande darà la linea politica, mostrerà l’esempio e tenterà di imparare l’inglese per spiegare ad Obama e soprattutto ai suoi concittadini che un socialista francese non è un commie.
Nel frattempo, il governo si tinge di rosa: dei 34 membri del governo (tra 18 ministri e 16 ministri delegati) la metà sono donne. Nessun segretario di stato. Seconda buona notizia: sei donne – Najat Vallaud-Belkacem (portaparola, pari opportunità), Delphine Batho (ministro delegato alla giustizia), Cécile Duflot (uguaglianza dei territori), Sylvia Pinel (artigianato, commercio, turismo), Aurélie Filippetti (cultura e comunicazione) e Fleur Pellerin (agenda digitale) e un uomo – Pascal Canfin (cooperazione allo sviluppo) – hanno meno di quarant’anni. Tutti loro dovranno sottoporsi al giudizio delle urne il prossimo giugno e, se non fossero eletti, dovranno cedere il posto. Stessa sorte per i ministri più celebri (ben pochi peraltro) come l’immortale Laurent Fabius – già Primo Ministro ora agli Esteri, una sorta di D’Alema francese – o le stelle nascenti del Partito Socialista Manuel Valls (Interni) e Arnauld Montebourg (Sviluppo Economico).
La promessa della parità di genere è un tema sensibile. Nel 2000, quando la legge sulla parità di genere alle legislative fu adottata, il dibattito fu aspro e la maggioranza socialista si impose contro un Senato restio a tale modifica. Al tempo la Francia aveva il 15% di donne tra gli eletti, come testimonia François Hollande all’epoca qui. Da allora la legge interviene su ciò che i partiti hanno di più caro, i rimborsi elettorali, per incoraggiarli a comportamenti virtuosi. Se la parità non è rispettata, i rimborsi sono tagliati proporzionalmente al numero di candidati donne presentate. Una donna candidata su quattro? 25% di rimborsi in meno. Un buon suggerimento per la prossima legge elettorale italiana, qualora si voglia definirla moderna. Su questo punto PS e PCF sono all’avanguardia con percentuali vicine alla parità. L’UMP ne presenterà meno di un terzo (30%) e i suoi rimborsi saranno di conseguenza tagliati del 20%; Jean François Copé, segretario del partito non può che dirsi colpevole.
Sebbene il quadro per ora sia rosa, restano fuori dai giochi le due Marianne del PS Martine Aubry e Segolène Royal. Se quest’ultima è probabile diventi la nuova Presidente dell’Assemblea Nazionale come contropartita per il proprio sostegno all’ex compagno Hollande durante le primarie, Martine Aubry sembra rassegnarsi a restare per ora a rue Solferino e portare a termine il proprio mandato di sindaco di Lille. Vittima delle sue stesse regole, Martine Aubry avrebbe dovuto cedere tutti gli incarichi per entrare in un governo ancora instabile, peraltro non nel posto di Primo Ministro che avrebbe voluto. Meglio attendere il prossimo giro, quando l’uguaglianza uomo donna potrà finalmente trovare compimento con una donna a Matignon e un uomo all’Eliseo, se non come residenza almeno come indirizzo di rappresentanza.





































Matteo Minchio
Nato a Mariano Comense nel 1983, é cofondatore de Lo Spazio della Politica, coordinatore del team LSDP di Bruxelles e lavora alla Commissione Europea. Per LSDP si occupa di geopolitica dell’Unione Europea e delle relazioni tra stati membri e istituzioni comunitarie.