Mentre mi apprestavo a scrivere un articolo sui fatti di Romano di Lombardia la cronaca mi coglieva di sorpresa con due avvenimenti ancora più gravi. Sollevato, con qualche speranza, per il fatto che nessuno era morto nel sequestro, mi ritrovo a leggere ancora di suicidi spinti dalla mancanza di denaro e occupazione.
Senza dubbio la situazione nel paese è molto seria, i dati sulla disoccupazione giovanile sono ben più che allarmanti. I media stanno insistendo nel descrivere il malessere, da un lato facendo un’opera di cronaca corretta, dall’altro seguendo e alimentando furbescamente il sentimento popolare (si stanno chiaramente sgonfiando le aspettative nei confronti del risanamento).
Oggi l’Italia si trova in una congiuntura che vede un insieme di fattori devastanti: poca liquidità da parte delle banche, aumento della pressione fiscale e calo dei consumi.
Per le piccole imprese basta a volte solo il primo, per i ceti a rischio povertà il secondo.
Siamo di fronte al baratro, e lo guardiamo sempre meno lucidamente. I politici continuano nel loro mutismo, incapaci di dare risposte, di stimolare il governo sul piano della crescita (argomento iperdiscusso, con quali risultati? Forse solo Passera fa qualcosa di buono).
Il Governo certamente non riesce a comunicare in maniera chiara le proprie azioni e fatica a realizzare quelle misure pubblicitarie di cui la gente sente il bisogno. Forse è vero che Monti sta facendo troppo il professore. Forse serve rispondere all’antipolitica anche cedendo ad alcune sue richieste – quelle peraltro più intelligenti: il taglio dei costi della politica, dalle poltrone alle province. Non sono economicamente di grande impatto, ma oggi il paese è preda dell’emotività.
Il governo deve darci una speranza. Nessuno si accontenta più dello spread basso (ora che è tornato a salire men che meno), e non è facile spiegare argomenti iper-tecnici a chi non trova i soldi per pagare le tasse, la scuola per i figli, le cure mediche.
Occorrono una migliore comunicazione, e una maggiore cooperazione tra tutti gli attori. E, infine, maggiore equilibrio da parte di chi ha responsabilità politiche: mi riferisco ai sindaci ribelli, che possono avere una parte di ragione, ma sbagliano nel metodo e nei toni. Mi riferisco a un partito che pochi mesi prima era al governo, e a chi lo segue. Mi riferisco a chi giudica da fuori, ma deve capire che il crollo del paese non conviene a nessuno.
In questa situazione eccezionale si deve rispondere con la normalità. Il paese è in recessione economica, ma anche socioculturale. Vengono al pettine gli anni di conflittualità improduttiva, e certi atteggiamenti di scontro continuano a resistere nei partiti, nei sindacati e nelle frange antagoniste. Paghiamo la mancanza di una classe dirigente di qualità e la lentezza nell’organizzazione di un’alternativa.
Ennesime eredità tristi del berlusconismo? Non solo, immobilità da parte di chi dovrebbe fare qualcosa e non lo sta facendo. Solo persone nuove possono affrontare con qualche credibilità i problemi che affliggono ora il paese. L’inedia politica uccide. Se il paese non è capace di aiutare imprenditori rimasti senza liquidità, lavoratori che si ritrovano disoccupati – tutti problemi più che prevedibili in una crisi economica – è anche colpa dell’incapacità generalizzata di risolvere problemi. Non sta solo al governo dei tecnici, deus ex machina, salvare l’Italia. Si può e si deve agire a ogni livello, facendo il massimo sul proprio posto di lavoro, organizzando piccole iniziative di solidarietà, fondando imprese, diffondendo una cultura della collaborazione, educando correttamente, dando vita a movimenti ed eventi politici.
Se non ci muoviamo tutti, le prossime vittime saranno anche sulla nostra coscienza.





































Andrea Danielli
Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.