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L’Europa supererà la prova della democrazia? La crescita nigeriana tra terrorismo e povertà
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L’Italia dei disperati

di Andrea Danielli · 2 Comments · in Politica italiana, Politiche pubbliche · 8 maggio 2012

Mentre mi apprestavo a scrivere un articolo sui fatti di Romano di Lombardia la cronaca mi coglieva di sorpresa con due avvenimenti ancora più gravi. Sollevato, con qualche speranza, per il fatto che nessuno era morto nel sequestro, mi ritrovo a leggere ancora di suicidi spinti dalla mancanza di denaro e occupazione.

Senza dubbio la situazione nel paese è molto seria, i dati sulla disoccupazione giovanile sono ben più che allarmanti. I media stanno insistendo nel descrivere il malessere, da un lato facendo un’opera di cronaca corretta, dall’altro seguendo e alimentando furbescamente il sentimento popolare (si stanno chiaramente sgonfiando le aspettative nei confronti del risanamento).

Oggi l’Italia si trova in una congiuntura che vede un insieme di fattori devastanti: poca liquidità da parte delle banche, aumento della pressione fiscale e calo dei consumi.

Per le piccole imprese basta a volte solo il primo, per i ceti a rischio povertà il secondo.

Siamo di fronte al baratro, e lo guardiamo sempre meno lucidamente. I politici continuano nel loro mutismo, incapaci di dare risposte, di stimolare il governo sul piano della crescita (argomento iperdiscusso, con quali risultati? Forse solo Passera fa qualcosa di buono).

Il Governo certamente non riesce a comunicare in maniera chiara le proprie azioni e fatica a realizzare quelle misure pubblicitarie di cui la gente sente il bisogno. Forse è vero che Monti sta facendo troppo il professore. Forse serve rispondere all’antipolitica anche cedendo ad alcune sue richieste – quelle peraltro più intelligenti: il taglio dei costi della politica, dalle poltrone alle province. Non sono economicamente di grande impatto, ma oggi il paese è preda dell’emotività.

Il governo deve darci una speranza. Nessuno si accontenta più dello spread basso (ora che è tornato a salire men che meno), e non è facile spiegare argomenti iper-tecnici a chi non trova i soldi per pagare le tasse, la scuola per i figli, le cure mediche.

Occorrono una migliore comunicazione, e una maggiore cooperazione tra tutti gli attori. E, infine, maggiore equilibrio da parte di chi ha responsabilità politiche: mi riferisco ai sindaci ribelli, che possono avere una parte di ragione, ma sbagliano nel metodo e nei toni. Mi riferisco a un partito che pochi mesi prima era al governo, e a chi lo segue. Mi riferisco a chi giudica da fuori, ma deve capire che il crollo del paese non conviene a nessuno.

In questa situazione eccezionale si deve rispondere con la normalità. Il paese è in recessione economica, ma anche socioculturale. Vengono al pettine gli anni di conflittualità improduttiva, e certi atteggiamenti di scontro continuano a resistere nei partiti, nei sindacati e nelle frange antagoniste. Paghiamo la mancanza di una classe dirigente di qualità e la lentezza nell’organizzazione di un’alternativa.

Ennesime eredità tristi del berlusconismo? Non solo, immobilità da parte di chi dovrebbe fare qualcosa e non lo sta facendo. Solo persone nuove possono affrontare con qualche credibilità i problemi che affliggono ora il paese. L’inedia politica uccide. Se il paese non è capace di aiutare imprenditori rimasti senza liquidità, lavoratori che si ritrovano disoccupati – tutti problemi più che prevedibili in una crisi economica – è anche colpa dell’incapacità generalizzata di risolvere problemi. Non sta solo al governo dei tecnici, deus ex machina, salvare l’Italia. Si può e si deve agire a ogni livello, facendo il massimo sul proprio posto di lavoro, organizzando piccole iniziative di solidarietà, fondando imprese, diffondendo una cultura della collaborazione, educando correttamente, dando vita a movimenti ed eventi politici.

Se non ci muoviamo tutti, le prossime vittime saranno anche sulla nostra coscienza.

Tagged with: cambiamento • Crisi economica • Crisi Italia • Equitalia • suicidi 
Andrea Danielli
Autore

Andrea Danielli

Nato a Milano nel 1982, lavora presso la sede milanese della Banca d’Italia. Per LSDP si occupa di innovazione sociale e delle relazioni tra cultura, economia e nuove tecnologie.

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  • Luca Marcolin

    Ciao Andrea, condivido lo spirito del tuo articolo, e mi definisco angosciato da quello che si legge sullo “spirito” degli italiani in questi giorni. La politica manca di direzione, ed il paese di conseguenza. Ma poi mi fermo un attimo a pensare, e mi chiedo: perche’ dovrebbe essere cosi’? Perche’ invece non dev’essere la societa’ civile a muoversi per prima? Non credo nel mito americano/latino dell’individuo come creatore della propria fortuna, ma mi rifiuto di pensare che “il governo deve darci una speranza”, come dici tu.  Non e’ quello il suo scopo, quanto piuttosto fare in modo che le speranze, desideri, ambizioni della popolazione si possano realizzare. Che opinione ne hai?

  • http://www.facebook.com/profile.php?id=588582791 Andrea Danielli

    Ciao Luca, grazie del commento. Credo che
    nella conclusione dell’articolo rispondo parzialmente alla tua prima domanda:
    “Perche’ invece non dev’essere la societa’
    civile a muoversi per prima?”

    “Si può e
    si deve agire a ogni livello, facendo il massimo sul proprio posto di lavoro,
    organizzando piccole iniziative di solidarietà, fondando imprese, diffondendo
    una cultura della collaborazione, educando correttamente, dando vita a
    movimenti ed eventi politici.”

    Credo che questa sia una
    reazione da società civile, e quindi concordo con la tua osservazione, se non
    fosse che, al momento, i tempi non sono ancora maturi (anche per nostre
    responsabilità) e il Governo si trova un po’ obbligato ad anticipare alcune
    scelte e riforme che, sono sicuro, necessitano di maggiore partecipazione e
    condivisione. Dal mio punto di vista, tale “interventismo” è comunque positivo,
    perché ha accelerato il dibattito politico e potrebbe avere i suoi frutti in un
    prossimo governo politico.

     

    Riguardo alla tua
    seconda domanda, se il governo non debba in realtà realizzare le speranze della
    società civile, credo che fosse un po’ il senso della mia frase, da te
    riportata. Ci sono richieste nella società di tagli della macchina politica, di
    lavoro, di riconoscimento del merito: il Governo, nella mia idea, ci dà una
    speranza se sa rispondere a queste richieste. Non credo che spetti al Governo
    guidare la società civile, la per ora sta risvegliando dal torpore derivato
    dall’eccessiva polarizzazione avvenuta durante l’epoca berlusconiana.

    Poi… potrei non aver
    colto le tue osservazioni. In effetti alcune culture tendono a distinguere
    chiaramente stato e società civile, e a ridurre di volta in volta il ruolo dell’uno
    in funzione dell’altro. Non ho nei miei commenti affrontato simili distinzioni
    con consapevolezza. Credo che ora siamo in un periodo che ha bisogno di
    politica, a tutti i livelli. Credo che la politica sia lo strumento per la società
    civile di organizzarsi, e lo stato il mezzo per realizzare i propri valori. Ma
    sono sicuro che ci possano essere molte interpretazioni discordanti in
    proposito! 

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