Le elezioni a L’Aquila sono passate (anche se non del tutto, visto il ballottaggio che si dovrà tenere per designare il sindaco che guiderà la città fino al 2017) e qualche responso si può cominciare a dare. Un’analisi, insomma, può essere fatta alla luce del risultato elettorale che abbiamo davanti agli occhi. Partiamo dalla considerazione che L’Aquila rappresenta un banco di prova importante per la politica italiana. Spesso specchio del Paese intero, la città è il luogo (o non-luogo?) in cui si concentra il più alto grado di “bisogno di politica” (nel senso di risposte da dare ai cittadini), dopo il terremoto del 2009. Terremoto che ha consegnato agli elettori una realtà da ricostruire dal punto di vista materiale, economico e sociale, ma soprattutto da ripensare dal punto di vista politico. Da ripensare, in quanto la strada da fare è lunghissima e percorsa da mille ostacoli e ciò che gli aquilani dovevano giudicare è quanto volessero che a guidarli per questa via tortuosa fossero ancora i protagonisti di oggi (e di ieri), oppure qualcun altro.
Come già sottolineato qualche settimana prima delle elezioni, un dato già di per sé significativo era quello della frammentazione politica. Per combattere l’uscente Cialente (sostenuto da tutta la sinistra, tranne l’Idv), il centro-destra si è presentato in macerie dopo aver litigato su chi dovesse essere il candidato sindaco da proporre (Fli ha candidato Enrico Verini e ha corso da sola, il Pdl ha candidato Pierluigi Properzi); l’Udc, insieme ai Verdi e a liste vicine all’estrema destra di Storace (e di Casa Pound) ha presentato un altro uomo (Giorgio De Matteis) il quale, vista l’ampiezza delle liste a suo sostegno, è diventato il più forte candidato anti-Cialente; l’Italia dei Valori, dopo aver fatto parte della giunta uscente di centro-sinistra, ha deciso di candidare un proprio uomo (Mancini); i cosiddetti candidati “civici” sono stati ben tre: uno proveniente dal movimentismo che da tre anni ha animato il dibattito (altrimenti inesistente) nella città (Ettore Di Cesare), uno proveniente da una società civile che potremmo definire più “borghese” e che perciò pare non essersi voluto unire al candidato espressione dei movimenti e della politica dal basso (Vittorini) e, infine, una “grillina” (Enza Blundo). O meglio, una persona che pare aver usato il marchio del Movimento 5 stelle per poter correre da sola, tentando di dare voce ai delusi dalla politica. Partiamo da qui.
Leggo sui giornali che il Movimento 5 stelle, come preferenze per il proprio candidato sindaco, ha ricevuto, tra gli altri, i seguenti risultati: Parma 19,4%; Genova 13,9%; Alessandria 12%; Belluno 10,9%; La Spezia 10,6%; Pistoia 10,3%; Piacenza 9,8%; Monza 9,5%; Verona 9,3%; Lecce 4,6%; L’Aquila 1,7%. L’Aquila non fa “cri cri”, dunque. Questo è un primo dato che rende la città di per sé una particolarità rispetto a molte altre. Non solo: come detto, a L’Aquila i candidati civici ci sono eccome. E ottengono il 5,7% (Vittorini) e il 5% (Di Cesare). Il primo punto di riflessione è, quindi, che la politica dal basso, quella partita dai cittadini e che non ha avuto – soprattutto nel caso delle liste di Appello per L’Aquila, a sostegno di Di Cesare, di cui chi scrive ha fatto e fa tuttora parte – alcun tipo di pubblicità e di fondi per la campagna elettorale, ha attirato almeno un voto su dieci. Ciò vuol dire che, al di là del risultato del ballottaggio, a conti fatti il candidato sindaco Ettore Di Cesare entrerà a far parte del prossimo consiglio comunale. Si tratta di un qualcosa di stupefacente, soprattutto in una realtà come quella aquilana.
Difficile spiegare la portata di questo risultato a un non aquilano. Proviamoci: provate a riunire un gruppo sempre maggiore di cittadini in un determinato luogo della vostra città (un luogo pubblico, una piazza, un parco, un tendone) e incontratevi regolarmente discutendo di cosa non va e soprattutto di come si potrebbe migliorare; organizzate delle manifestazioni in cui presentate le vostre proposte per il cambiamento di un processo decisionale che non sembra essere come lo volevate; praticate una politica partecipativa e inclusiva, che sia aperta a tutti e che rifiuti le categorie esistenti. Ciò creerà, in una città di base reazionaria e conservatrice come L’Aquila (il cui motto è Immota manet) e in un clima disilluso come quello di chi da tre anni non ha più speranze di rivedere la propria città ricostruita, ancora più ostilità da parte di chi è attualmente al potere. E di gran parte di quella maggioranza silenziosa che nulla fa e nulla spera, ma sa sollevarsi bene contro le novità, essendo diffidente per natura. Fatto ciò, provate anche a mettere insieme persone qualificate, ragazze, ragazzi, donne e uomini, professori, medici e cittadini di buona volontà, e a formare una lista per le elezioni comunali. Chiedete alla città chi è con voi e chi contro di voi. Contatevi. Avrete delle delusioni, alcune defezioni e un po’ di litigi interni. Ma capite che potete essere abbastanza. Ufficialmente, in pochi vi daranno credito. Nonostante ciò, presentate la candidatura e, contro ogni speranza e pronostico, vi rendete conto di come è “facile” (si fa per dire) ottenere un risultato: portate un vostro rappresentante in consiglio comunale. Questo è stato il percorso di Appello per L’Aquila. Un gran risultato che segna solo l’inizio di una nuova fase. Dentro la politica, fuori dai loro giochi, come si direbbe.
In misura leggermente minore – perché per via del voto di lista inferiore a quello di Appello per L’Aquila potrebbe rimanere fuori dal consiglio a seconda di chi vinca il ballottaggio – anche il candidato sindaco Vittorini, quell’espressione di una società civile più conservatrice e che, a dire il vero, non ha voluto “apparentarsi” con l’Appello, ha a suo modo ottenuto un buon risultato. Si tratta comunque di un movimento spontaneo, sicuramente con più risorse e con una struttura organizzativa già in parte collaudata rispetto a quella dell’Appello (Vittorini è un nome conosciuto in città, a sua volta nipote di un ex sindaco), che ha deciso di impegnarsi per la città e ha ricevuto la sua parte di consenso. Appello per L’Aquila e la lista di Vittorini sono l’alternativa alla politica attuale. Ciò che colpisce, invece, è che la cosiddetta anti-politica, quella di Grillo per intenderci (e nonostante ci fosse il nome di Grillo in prima persona dietro), non ha attecchito. La politica alternativa e il movimentismo, dunque, battono l’anti-politica grillina.
Detto in altre parole: a L’Aquila, nonostante tutto, sembra esservi una parte di cittadinanza attiva capace di avanzare proposte e di ottenere, sulla base di queste, un modesto consenso. Si tratta di una riflessione importante. Non vince il disfattismo, ma il costruttivismo. Le critiche grilline lasciano spazio alle proposte delle liste civiche. Più che altro, forse, Grillo non ha trovato terreno fertile in una città che ha già visto passerelle di tutti, da Obama alla Merkel, passando per Berlusconi, Alfano, Bersani, Monti e gli osservatori dell’OSCE. Figuriamoci se un Beppe Grillo “qualsiasi” (che pure è venuto a fare campagna nel quasi totale disinteresse generale) avrebbe potuto destare curiosità. E allora, sono scese in campo le idee dei cittadini. E, a sorpresa, sono state in parte appoggiate dalla cittadinanza stessa. E’ come se a L’Aquila la fase del grillismo fosse stata semplicemente saltata e, dalla politica tradizionale, la voglia è quella di passare alla politica alternativa, tralasciando il passaggio dell’anti-politica.
Nonostante l’apparente caos calmo, la città ferve. Dopo tante delusioni, di nuovo un po’ di novità sembra tornare sulle macerie di una L’Aquila da ripensare. E’ vero che i partiti tradizionali – e non sarebbe potuto essere altrimenti – hanno vinto, ma è una vittoria relativa. Tutti sembrano essere in calo, il candidato Cialente, sindaco uscente, avrebbe voluto sbaragliare la concorrenza al primo turno, ma ha solo sfiorato il 40% dei consensi. Il principale avversario, De Matteis, non raggiunge il 30%. E il ballottaggio dirà chi vincerà. Probabilmente Cialente, nonostante il fallimento di una città totalmente allo sbando, vincerà per via di ragionamenti “menopeggisti” che frullano nella testa di tanti aquilani che non lo avrebbero voluto, ma che in ogni caso non vogliono consegnare la città a un uomo, De Matteis, ritenuto la propaggine del malgoverno – a livello nazionale – del Pdl in questa città. Interessante considerare come, a sinistra, la colpa di una mancata vittoria al primo turno sia stata attribuita proprio alle liste civiche dell’Appello per L’Aquila, tacciate di “favorire Casa Pound”, di “essere qualunquiste”, e di fare il gioco delle destre. Due cose non ha ancora capito la sinistra – aquilana e non. Prima cosa, le liste civiche sono post-ideologiche e non vogliono più sentir parlare di destra, sinistra e apparentamenti. Secondo: le sue colpe non possono essere scaricate altrove. Queste cose gli aquilani, in parte, hanno cominciato a capirle. Né partiti, né grilli, sembra voler dire un aquilano su 6. Non è poco da queste parti.





































Stefano Torelli
Nato a L'Aquila nel 1981, Ph.D candidate, ha lavorato presso l'ISPI e cura una rubrica sul Medio Oriente per Il Corriere della Sera - Sette. Per LSDP si occupa di geopolitica, in particolare di Turchia e paesi del mondo arabo.