In questi giorni il destino della Grecia nella zona Euro sembra segnato. Se persone influenti come Draghi (BCE), Lagarde (FMI) , Zoellick (ex Vicepresidente Banca Mondiale) esprimono a chiara voce la possibilita’ che Atene esca dalla moneta unica, il rischio che la profezia si avveri (leggi: che i mercati la facciano avverare) e’ molto alto. Anche chi segue la questione greca da “amatore” sembra rivendicare un tale risultato perche’ pensa che in fondo i greci se lo siano meritato: hanno vissuto per vent’anni sopra i propri mezzi, truccato i conti, implementato le dolorose ma necessarie riforme in ritardo e non completamente, e, da ultimo, votato partiti che non possono garantire continuita’ e stabilita’ con i patti stretti a Bruxelles. Ci permettiamo di opporci a questa visione del mondo e sostenere la necessita’ di tenere la Grecia nella zona Euro. Questo non tanto perche’ non crediamo nelle “colpe” di Atene, o perche’ minimizziamo le “colpe” dell’establishment europeo che ha imposto il giogo dell’austerita’ con incisivita’ disumana sulle proprie popolazioni (per una trattazione piu’ estensiva del gioco delle colpe, leggere qui ) . Ma perche’ un’uscita della Grecia dall’Euro sarebbe economicamente e finanziariamente devastante. Anche oggi, come due anni fa.
Trovate qui la nostra descrizione di mesi fa sulle conseguenze economiche per la nazione che volesse uscire dalla moneta unica (in quel caso l’Italia). Se non volete crederci, piu’ recentemente trovate una rassegna anche qui. In poche parole, la svalutazione richiesta sulla Dracma non riattiverebbe necessariamente il motore greco, che dovrebbe al contempo affrontare alta inflazione, fuga di capitali, caos finanziario da ridenominazione dei contratti nella nuova valuta, collasso delle banche nazionali. E’ nostra impressione, forse del tutto infondata, che la popolazione greca non sia cosciente della portata delle conseguenze di un’uscita dall’Euro, o quanto meno della stretta connessione tra questo evento (rigettato dall’’80% della popolazione, secondo i sondaggi) e la negligenza degli accordi stretti con Bruxelles e patti europei. Senza i prestiti europei non ci saranno presto i mezzi per pagare lo stato sociale e gli stipendi e pensioni degli impiegati pubblici greci; senza la BCE le banche greche gia’ ora sarebbero fallite (qui un articolo molto interessante su questo secondo canale che puo’ spingere Atene fuori dall’Euro, forse prima dell’altro visto l’attuale tasso di fuga dei risparmi dalle banche greche). Per una lista dei passi da seguire per controllare la situazione al meglio, si legga qui.
Ma quello che ci spinge con maggiore forza ad appoggiare un nuovo intervento europeo in Grecia e’ la paura del contagio. I canali principali sono due: la credibilita’ di una zona euro post-Grecia, e la corsa alle banche. Quanto al primo fattore, dobbiamo ricordare qui che c’e’ differenza tra un’unione monetaria ed un’area di cambio fisso: nella prima l’uscita non e’ permessa, al contrario che nella seconda. Se l’uscita non e’ permessa, non c’e’ neanche possibilita’ per i mercati di provare a “giocare” sull’eventuale uscita di un paese da essa. Al contrario, questa possibilita’ e’ concreta in un’area di cambio per quanto rigida, come e’ d’altronde gia’ successo nel 1992/1993 per la Sterlina e la Lira, costrette ad uscire dal Serpente Monetario Europeo grazie alla speculazione (giustificata o meno). Un’uscita della Grecia dall’Euro, salvo ulteriori cambiamenti istituzionali contestuali, implicherebbe la trasformazione della zona Euro in un’area di cambio. Italia, Spagna, Portogallo, si troverebbero immediatamente a pagare piu’ alti tassi di interesse sul proprio debito a giustificazione del possibile rischio di uscita dall’area monetaria, un rischio concreto qualora i disequilibri economici all’interno dell’area euro perdurassero. Quanto al secondo canale di contagio, quello bancario, ne stiamo gia’ vedendo gli effetti ora: i risparmi di un paese che esce dalla zona euro vengono rinomintati nella nuova valuta che si svaluta rispetto all’euro. Per tutelarsi, il risparmiatore deve prelevare il proprio denaro e spostarlo all’estero. E’ la cosiddetta corsa alle banche, pallida memoria nelle menti degli Europei. In realta’ non e’ memoria ma fatto, basti pensare ai circa 1.8 miliardi di Euro in risparmi prelevati dai correntisti greci dalle proprie banche lunedi’ e martedi’ passati. Il contagio sta gia’ avvenendo, in Spagna ad esempio, dove il ministro del Tesoro ha dovuto negare pubblicamente il prelievo in massa di risparmi dalle tremolanti banche spagnole, prelievo in realta’ avvenuto per un ammontare di 1 miliardo di Euro, o l’1% della base di depositi totale della banca interessata. Ci chiediamo quali saranno le conseguenze del taglio di 3 gradini del rating di Santander, BBVA, Bankinter e Caixabank da parte di Moody’s la scorsa notte.
All’uscita della Grecia, l’intera zona euro perderebbe, secondo stime ING il 9-10% annuo in PIL potenziale fino al 2016. (vedere qui per ulteriori cifre ). Le perdite per l’intera zona euro di un’uscita avrebbero, a detta di M. Wolf sul FT (qui) “conseguenze incalcolabili”, “peggiori di quelle del fallimento di Lehman Brothers nel 2008”. “Non deve essere permesso”. I propugnatori dell’uscita della Grecia, al contrario, sostengono la propria posizione forti di due tipi di argomentazioni: 1) che la zona Euro e’ ora meglio preparata rispetto a due anni fa, sia in termini di capitalizzazione delle banche che di assetto istituzionale, e 2) che la Grecia non potrebbe comunque farcela ad evitare bancarotta e anni di sacrifici anche con ulteriori aiuti, senza contare la mancante volonta’ politica di riforme. Il punto 1 significa a nostro parere solo cercare di pensare positivo: le banche europee, ed in particolare quelle italiane, se anche libere dai titoli greci, sono zeppe di titoli di stato dell’eurozona, il cui acquisto e’ stato incentivato dall’azione della BCE di inizio gennaio (LTRO). Senza contare le sofferenze delle banche spagnole dovute agli impegni nel decotto settore immobiliare (sono esposte per 330 miliardi di Euro, o il 30% del PIL spagnolo, dei quali 184 sono considerati a rischio). Le riforme a livello nazionale sono ancora incomplete, quando non rigettate dall’opinione pubblica, ed in ogni caso richiederanno anni per avere un impatto positivo sulla crescita. L’EFSF, per quanto ingrandito in taglia, non e’ stato ancora autorizzato ad intervenire per ricapitalizzare il settore bancario europeo. Non esiste ancora un meccanismo istituzionale che possa gestire le conseguenze dell’uscita di un paese dalla zona euro, creando incertezza e spazio per il caos nei mercati.
Condividiamo invece il punto 2, espresso tra l’altro da Roubini gia’ riportato da LSDP qui. La situazione greca attuale non e’ sostenibile. La vera domanda diventa quindi: ci sono alternative al break up? La risposta e’ si’: la monetizzazione del debito e/o l’unione fiscale. Entrambe le strade sono in salita, soprattutto per ragioni politiche, ma avrebbero conseguenze economiche meno devastanti che la rottura della zona Euro. Il ministro del Tesoro tedesco si e’ espresso ieri in favore della seconda, legittimazione tanto inattesa quanto importante. La lancetta dell’orologio avanza impietosa, occorre un’azione europea immediata. Ne parliamo la prossima settimana con un altro contributo.





































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