Da piccolo imprenditore di provincia ho sempre qualche difficoltà a parlare di sindacati. Sia il nostro, Confindustria, sia la controparte. L’impressione è che ambedue siano spesso, a livello centrale, molto distanti dal territorio, e sono d’accordo con Pancaldi che appaiono distanti dalla situazione reale e sembrano legati ad un mondo che non esiste più. In un periodo come questo le tattiche politiche centrali appaiono lontanissime dal territorio, dove imprenditori e operaio vivono fianco a fianco, spesso con limitata conflittualità, consapevoli che il lavoro c’è se si tira tutti dalla stessa parte.
E circa il lavoro sento moltissimo parlare di diritti ma raramente di doveri. Ci sia aspetta che in cambio dello stipendio ci sia un impegno adeguato e correttezza nei confronti dell’azienda. Che vuole dire anche non approfittare di ogni codicillo, contraltare di imprenditori che vivono ai margini della legge. Ma quelli spesso la fanno franca, basandosi sulla precarietà, e i dipendenti “furbi” li subiscono gli imprenditori onesti.
Per il futuro non ho letto, se non nei commenti, che oggi la vera sfida è quella della formazione continua per imprenditori e lavoratori, per essere adeguati ai tempi. unico modo per meritare lavoro. Come azienda e come collaboratori. Sogno che la richiesta in un colloquio sia “quanta formazione mi fate fare all’anno”? Mai capitato. E nonostante la disoccupazione, noi che per fortuna ogni tanto assumiamo, sappiamo quanto è difficile trovare personale che abbia perlomeno l’aria di aver voglia di lavorare. Gli aneddoti si sprecano. Sogno di non vedermi davanti ragazzi (a basso potenziale) che dopo due giorni in azienda se ne vanno perché “c’è troppo da lavorare” o “pensavo fosse un lavoro diverso”. Certo, da noi si lavora con ritmi spediti, ma giusti. Tutti dicono che ci vuole produttività per restare sul mercato e la produttività si fa anche con i ritmi giusti.
Siamo metalmeccanici, abbiamo le linee di montaggio le macchine, tutte cose tradizionali, vecchio stile. Abbiamo tutti dipendenti a tempo indeterminato, usiamo gli interinali per i picchi stagionali di lavoro. Facciamo formazione. Il 90% dei nostri dipendenti ha un salario maggiore del base. Premiamo il merito. Non siamo una eccezione, come noi ce ne sono tanti, che vanno bene, investono, crescono. E sono quelli che investono anche e soprattutto sul proprio personale.
Nei servizi avanzati (settore che conosco abbastanza bene) le rigidità sindacali fanno sorridere, è più facile trovare persone in gamba che non vogliono legarsi ad una azienda. Che sono partite iva per scelta, che vedono la possibile conversione come il fumo negli occhi. Sanno e sono consapevoli che il “lavoro” per loro c’è se restano aggiornati, vendibili sul mercato. Non certo perché riescono a diventare dipendenti di una società.
Semmai sono arrabbiati per le tante tasse, per l’assurdità di certe regole, per i bizantinismi che costringono a perdere tempo per pagare le tasse. Dove ogni acquisto on line è una corsa ad ostacoli per scaricarla.
Qualcuno, semplicemente, si è spostato a nord di qualche chilometro. E beatamente applica le regole svizzere. Molti altri hanno sedi sparse per il mondo per gestire in modo facile l’e-commerce.
Certo, in giro ci sono molti imprenditori che vivono borderline sfruttando e comportandosi male, come ci sono dipendenti disonesti e nullafacenti. Ma l’approccio è sbagliato: un’altra legge per… Con il risultato che il disonesto continua imperterrito a trovare i metodi e i modi per essere disonesto, l’onesto si trova con l’ulteriore lacciolo. Il part time ad esempio: l’orario flessibile e part time sarebbe il massimo per una neo mamma. Per molte donne. Ma non si può, occorre definire gli orari e se la trovano fuori da quell’orario si presuppone che il part time sia finto e il resto retribuito in nero. Poche regole, chiare, non arbitrarie. E caccia al disonesto. Invece andiamo in direzione opposta.
Certi lavori di basso profilo, purtroppo, saranno sempre precari. Ad esempio se basati su appalti non può essere diversamente, ma qui fa gioco la flessibilità. Maggiore rigidità offre meno opportunità.
Se non sono poi flessibile nelle riduzioni di personale non partecipo all’appalto, che verrà vinto dallo sfruttatore che fa una falsa cooperativa e sfrutta le persone (per non parlare del pubblico che lavora al massimo ribasso e poi non paga chi non ha santi in paradiso mettendo in crisi le aziende).
Un settore ad alta potenzialità di crescita in Italia è il turismo, mi spiegate come si può sviluppare con l’idea di alcuni che si debba lavorare 8 ore al giorno per 5 giorni senza sabato e domenica (il riposo è sacro) con assunzione a tempo indeterminato?
Leggo che secondo Lani il futuro è un sindacato che contratta le strategie aziendali. A parte che conoscendo i sindacalisti del territorio, che stimo, ho qualche dubbio abbiano la capacità e visione per farlo in tanti settori diversi; ma la cosa presuppone un sindacato alla tedesca, disponibile ad esempio alla riduzione dello stipendio (tabu in Italia) e a prendere responsabilità anche contro i lavoratori se serve. Se penso a IG Metal non ho problemi a parlarne, se penso alla FIOM molti. All’estero nella mia esperienza, sono gli stessi colleghi a volere allontanare il fannullone, e non trovava poi un sindacato strenuo difensore del “povero lavoratore”.
Occorrerebbe che (capita inutile negarlo) l’essere “sindacalista” non diventasse poi un comodo scudo anti licenziamento. Cosa accaduta e che, sul territorio e nelle fabbriche, allontana le persone dal sindacato, che diventa mini-casta.
Occorrerebbe una Confindustria trasformata, meno Rotary (con tutto il rispetto per il Rotary) e più scuola di idee, punta avanzata ed esempio per le aziende, che spinge sulla formazione degli imprenditori, che li aiuta a fare rete, mentre spesso non sai neppure cosa fa quello seduto di fianco a te. Una Confindustria più meritocratica e che non va per cooptazione. Che prende e sfrutta le menti migliori per farne esempio.
Invece ci sono fior fiore di imprenditori capaci e meritevoli che se ne tengono lontani. Mentre spesso ci sguazzano gli intrallazzatori e i Confindustriali professionisti. Una Confindustria che sia esempio delle migliori tecnologie, mentre oggi è più arretrata della maggior parte delle nostre aziende. Basta vedere il sito.
Il neo presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi.
Insomma, viviamo in un paese legato a schemi di inizio 900, dove ancora, davvero si pensa alla lotta di classe. Dove si va avanti guardando all’indietro. Dove “fare il furbo” è ancora un valore positivo. Dove si dice “tassare i patrimoni” senza considerare che i grandissimi patrimoni sono da sempre al sicuro dalla tassazione con metodi legali e poi l’IMU (che è una patrimoniale) colpisce il quadro che con un po’ di sacrificio si è preso la casa al mare o in montagna. O la giovane coppia che con mille sacrifici e un lungo mutuo ha comperato casa. Non mi ci trovo, ma non ci si trovano neppure i miei collaboratori. Il 6% circa è iscritto al sindacato, principalmente per fare il 730. E ultimamente disertano assemblee e scioperi.
Credo abbiano capito che la stabilità del loro lavoro deriva dalla competitività della nostra azienda, che deriva dalla capacità di tutti di portare il proprio contributo. Ugualmente importante, dall’amministratore delegato al fattorino. Essere legati al passato porta ad illudersi di potere fermare l’evoluzione del mondo. Essere legati a vecchi schemi porta a chiedere “la creazione del lavoro” senza dire come.
E’ triste non leggere che oggi il problema del lavoro sono una scuola e una università divenute parcheggio di giovani, incapaci di formare. E’ triste che non ci si renda conto che ogni laccio che mettiamo porta un giovane capace a fuggire, un potenziale imprenditore a rinunciare. Che tasse elevate sul reddito di impresa (quello non distribuito, quello distribuito lo si tassi) uccidono la capacità di investimento, che crea occupazione. Che ogni rigidità in più non ferma il disonesto ma diventa uno scoglio per l’onesto. Che i lavoratori spesso sono molto più vicini e legati alle aziende di quanto ci vogliono fare credere.
Come ho detto all’inizio sul territorio (certo, qui in Lombardia, purtroppo non a Reggio Emilia) per fortuna i rapporti tra sindacato e imprese sono ben diversi, meno politicizzati. Meno radicali. Più collaborativi. D’altra parte le mie figlie andavano a scuola con quelle dei miei dipendenti, dei sindacalisti, ci si trova tutti al bar a bere il caffè o al supermercato a fare la spesa. Alla fine la differenza sociale tra un operaio e un piccolo imprenditore non è così forte e sentita come vorrebbero farci credere, anzi.





































Imprenditore
Piccolo imprenditore metalmeccanico di provincia. Stra (Tar)tassato. Da anni attivo in rete, sia pure a fasi alterne, con il suo blog. Da più anni attivo in Confindustria con vari incarichi. Mantiene l'anonimato per sentirsi mentalmente meno condizionato. Ma dal vivo, nelle segrete stanze, dice cose molto peggiori. Seguace di Piero Pozzoli.