Come avevamo già sottolineato a inizio anno, l’impiego di nuove tecniche di trivellazione negli Stati Uniti sta trasformando radicalmente gli scenari energetici americani e mondiali. Secono i dati dell’Energy Information Administration (EIA), un’agenzia governativa, la produzione di petrolio è aumentata di un sesto negli ultimi cinque anni, di un quinto quella di gas naturale senza alcuna avvisaglia di un’inversione di tendenza.

Vi è un certo consenso, quanto meno in America, sulle conseguenze di questo boom. L’abbondanza di gas, attualmente venduto a prezzi irrisori, è una manna per l’industria energivora.  Il petrolio, il cui prezzo è determinato a livello globale sulle piazze finanziarie, resta alto, ma il malloppo che i consumatori americani sborsano resta all’interno dell’economia nazionale, iniettando liquidità e sostenendo la domanda aggreggata. Gli alti prezzi petroliferi renderanno poi profittevole lo sviluppo di risorse sempre più costose e complesse da estrarre, dando un ulteriore vantaggio agli Stati Uniti, gli unici – grazie a un’indiscussa leadership tecnologica e a un quadro regolativo favorevole – a possedere un settore estrattivo così dinamico. In fondo al tunnel, si intravede addirittura l’indipendenza energetica, un vecchio pallino (bipartisan) americano, nonché un punto chiave del programma di Obama nel 2008.

Tutto vero? Non proprio, suggerisce Michael Levi del Council on Foreign Relations. Al manifatturiero americano i bassi costi energetici certo non fanno male, ma essi rappresentano solo il 2% del loro fatturato totale e, con l’eccezione di alcuni settori, sarà difficile fermare il treno della globalizzazione e delle delocalizzazioni solo con il gas a buon mercato. L’indipendenza dagli oltre 3 milioni di barili giornalieri attualmente importati è poi ancora lontana e, anche se avvenisse, non permetterebbe comunque agli Stati Uniti di isolarsi dalle dinamiche internazionali di un mercato petrolifero globale e instabile. Levi mette in evidenza anche gli alti costi ambientali e sociali che questa corsa all’indipendenza energetica sta lasciando per strada.

Però, e questo gli studiosi di scienze sociali l’hanno scoperto ormai qualche decennio fa, le percezioni, corrette o meno, si trasformano molto rapidamente in realtà. Aspettiamoci quindi che gli Stati Uniti, convinti di essere in cammino verso l’indipendenza energetica, siano sempre meno interessati alla stabilità del Medio Oriente, meno preoccupati per le dinamiche del mercato petrolifero, ancor meno sensibili alla minaccia del cambiamento climatico e alla necessità di modificare modelli di consumo. Come sottolinea Levi, vi è un serio pericolo che i leader americani «will allow their cost-benefit judgments to get way out of whack », ovvero non abbiano la necessaria consapevolezza della competizione globale per le risorse a cui il mondo sta andando incontro.

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