Anche il 2012 si presenta caratterizzato da una forte volatilità dei prezzi dei minerali. Nello stesso periodo dell’anno precedente, l’industria mineraria sembrava finalmente recuperare dalla crisi finanziaria del 2008 trovandosi in un ciclo di crescita positivo. Tuttavia, le rivolte nel mondo arabo, il terremoto in Giappone, la crisi dell’Unione Europea e i timori di una bolla immobiliare in Cina hanno messo fine alla fase ascendente. Anche se provassimo a escludere eventi eccezionali e imprevedibili come guerre civili, cataclismi naturali e crolli di sistemi monetari, gli indicatori economici ci mostrano un mercato minerario desolante, tendente al peggioramento, salvo che non si rimedi a breve alla crisi europea e i consumi del colosso cinese – primo consumatore mondiale di risorse minerarie – non riprendono a crescere velocemente. E gli Stati Uniti, d’altra parte, non sembrano far meglio. Scenari ottimistici non se ne immaginano. Di moderati a malapena: un’Europa che entra in una modesta recessione che il resto del mondo contiene a un ritmo di crescita del 3,5% annuo. E tanti pessimistici: un’Europa che non risponde adeguatamente alla crisi trascinando il resto del mondo in una crisi profonda con Pil mondiale da 1% annuo.
Il punto è che l’industria dei minerali continua a fare affidamento sulla Cina per mantenere dei ritmi di crescita sostenuti. Può un dragone affaticato afflitto dai propri problemi interni tenere ancora il passo? Può un paese da 1,5 miliardi di persone posto davanti a un rischio reale di bolla immobiliare di dimensioni apocalittiche non sentire la necessità di rallentare e lasciare raffreddare i motori oramai in stato di ebollizione? Bolla, il cui scoppio porterebbe al collasso la domanda globale di acciaio, cemento, vetro e dell’intero indotto, in altre parole dell’intera industria mineraria? Ed è il calo del settore delle costruzioni, uno dei principali elementi del prodotto interno lordo, la vera preoccupazione dell’industria mineraria, inquietudine destinata a intensificarsi nei prossimi mesi anche in considerazione di una diminuzione dei volumi destinati alle esportazioni.
Prezzo dell’acciaio 2010-2012 (London Metal Exchange)
Ciononostante, è interessante notare come negli ultimi anni il governo cinese abbia scoraggiato investimenti industriali ad alta intensità energetica, come la produzione di acciaio e cemento, cercando di spostare gli impieghi minerari verso produzioni ad alto contenuto tecnologico come le batterie per auto elettriche per le quali sono richieste ampie porzioni di litio e grafite, minerali considerati per importanza strategica tra i primi venti al mondo almeno fino al 2050.In altri termini, è prevedibile uno spostamento dei consumi di molti minerali dal settore delle costruzioni e delle infrastrutture a settori ad alto valore aggiunto in linea con i programmi governativi di eco-sostenibilità, come le energie mobili, le energie rinnovabili e i trasporti ad alta velocità alimentati da energie pulite. Si stima che il prossimo piano quinquennale della Repubblica Popolare Cinese stanzierà per i prossimi dieci anni circa quattro trilioni di yuan, pari al 30% del Pil italiano. Sebbene l’attuale fase transitoria si mostri sconfortante, le attività dell’industria mineraria appaiono ottimisticamente rosee su un orizzonte temporale di medio-lungo periodo.
Oltre al sostanziale piano di sviluppo dell’industria cinese da settori tradizionali a settori tecnologici, ci sono altri tre aspetti meritevoli di considerazioni che potrebbero ulteriormente giocare a favore di una crescita consistente del comparto minerario. Il primo aspetto riguarda la domanda delle materie prime che, dalla crisi finanziaria del 2008, non ha ancora pienamente recuperato i valori perduti, lasciando ben sperare in un contenimento di un’eventuale caduta del fabbisogno. Il secondo concerne le misure fiscali e monetarie che i governi dei paesi emergenti adotteranno per sostenere tassi robusti di crescita economica senza la quale la stabilità sociale vacillerebbe – si pensi ai milioni di contadini cinesi che ogni anno lasciano le campagne per trovare occupazione ai margini delle metropoli. Il terzo interessa l’Unione Europea e gli Stati Uniti che non hanno altra possibilità che accettare una politica economica inflattiva con effetto positivo sul valore delle risorse minerarie. All’industria mineraria non rimane che raccomandare pazienza, flessibilità e agilità di movimento quando il vento di poppa tornerà a soffiare. Insomma, un occhio al gatto e un occhio al pesce.





































Angelo Richiello
Nato a Napoli nel 1969, milanese di adozione, risiede e lavora in Svizzera, dove si occupa di progetti industriali per una multinazionale francese. Collabora col MIP School of Management.