Industrial design, service design, design come competenza trasversale nei curricula degli studenti europei e come metodo di apprendimento negli asili e scuole elementari, strategic thinking nelle politiche pubbliche locali : queste sono alcune delle tematiche trattate durante i Design Days 2012 che si sono svolti il 7 e l’8 giugno a Bruxelles. Primo evento sull’importanza del design nelle politiche pubbliche regionali, i Design Days sono stati organizzati da alcune regioni europee particolarmente motivate dalla tematica. Il consorzio é già di per sé una novità: una ventina di funzionari regionali basati a Bruxelles, che con la “proverbiale” incapacità di innovare si mettono attorno ad un tavolo e montano, riunione dopo riunione, il concept from A to Z.
Chiamano i loro designers, si fanno spiegare i processi di innovazione, pensano un formato eccentrico e coinvolgono i loro funzionari locali, politici delle regioni, imprenditori dei loro ecosistemi. Il fatto che i funzionari fossero digiuni della materia, ha probabilmente avvicinato il design al settore pubblico, obiettivo fondamentale dell’evento, identificandolo come un processo di apprendimento piuttosto che un fattore estetico legato ad un prodotto industriale (come la famosa sedia di Philippe Starck).
Per aprire questo esperimento, la due giorni Design è cominciata con un Pecha Kucha, letteralmente BlaBla in giapponese . In origine il metodo permetteva a più architetti nipponici di prendere la parola in un’unica serata, evitando che la guest star si accaparrasse tutto il tempo disponibile. Il rispetto del formato 20×20 (una presentazione dura in totale 6 minuti e 40) è difficile da padroneggiare con scioltezza, ma insegna agli speaker il valore delle immagini e delle parole, e il rigore di un pensiero logico ben articolato (un esercizio di retorica moderna più che mai necessario ?).
Il learning by designing é stato il secondo fattore in grado di rivoluzionare l’evento: “working and not speaking”, thinking and prototyping, come fu il caso per SINCO (il Finnish Service Innovation Corner) che, finanziato dai fondi strutturali, propone uno spazio aperto di innovazione agli studenti dell’Università della Lapponia. Gli studenti hanno un’idea, la sviluppano, concepiscono il prototipo e lo adattano alle esigenze del mercato dei servizi, generando micro-innovazioni. Se cercate idee per il turismo artico, l’esempio dello zoo di Ranua qui vi condurrà alla ricerca di Santa Claus.
Il terzo fattore fu l’immersione dei policy-makers in un esercizio pratico di design al fine di apprendere come innovare (con che strumenti concreti?) nelle politiche pubbliche “once back home”. Per gli imprenditori si trattava di scoprire il valore aggiunto del design nel processo di innovazione e creazione del prodotto, delle sue potenzialità per aprire i mercati e adattare i servizi alle domande degli utilizzatori.
In provenienza dalle più disparate regioni europee (dalla Lapponia alla Provenza-Costa Azzurra, dalla Danimarca all’Italia) i designers sono stati la colonna vertebrale dell’evento, proponendo, animando, concludendo. Fenomeno raro nella “Brussels bubble” che vede gli usual suspects partecipare alle usual conferences organizzate dai 15 000 lobbysti che gravitano attorno alle istituzioni. I 150 partecipanti e più di 50 speaker, tra cui Federico Casalegno, il Direttore dell’MIT Mobile Experience Lab e collega del #MMG (Meet the Media Guru) Carlo Ratti ci hanno parlato del metodo design per scoraggiare la guida dei giovani in stato di ebbrezza a Brescia o ancora della mappatura delle favelas brasiliane grazie agli stessi abitanti.
I designers hanno portato post-it e proiettori, organizzato giochi di ruolo e mini tavole rotonde perché proprio dallo scontro vivace di pareri e competenze differenti nascono le innovazioni. Non tutti i partecipanti sono rientrati a casa con un’idea di progetto nuovo: tutti hanno però capito che nel mondo complesso di oggi, dove l’innovazione incontra (e si scontra con) i sistemi di ricerca pubblica, le università, i laboratori, le imprese, i problemi di accesso al credito e la concorrenza internazionale, serve un collante, una nuova forma di dialogo tra ricerca fondamentale e il “time to market”, tra educazione imprenditoriale e innovazione, tra creatività e competenze tecniche, tra servizi pubblici e spesa efficiente.
Bruxelles é spesso vista come capitale del networking fine a se stesso, con lobbisti intercambiabili tra settori, istituzioni e società di consulenza. Per due giorni non lo è stato: i Design Days furono di per sé un evento di lobbying originale, volto ad insegnare alla politica il potenziale “disruptive” dell’innovazione e ai policy makers (europei e regionali) come prendere rischi e iniziative. Gli accademici (dal Politecnico di Milano alla Aalto University, Finlandia) hanno appreso che connettere ingenieri e designers, dimenticando gli “scienziati sociali” non aiuta a risolvere i societal challenges dell’invecchiamento, della povertà o dello sviluppo sostenibile. Ha infine insegnato ai designers riluttanti al confronto con entità pubbliche polverose e pesanti di burocrazia, che il contatto con le realtà locali è fondamentale.
Se una frase dovesse riecheggiare dopo i Design Days proporremmo ai policy makers: ispiriamoci dalla Finlandia per riportare in Europa la Cultura del Fallimento. Come dice Alessandro Aresu, nella domanda precisa numero 43 “Padre, cosa fate nel deserto?” “Cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo”. Con nuova forza e nuove idee.





































Chiara Mazzone
Nata a Novara nel 1984, è funzionaria della Regione Provence-Alpes-Côte d'Azur a Bruxelles e professoressa a Sciences Po Paris, dove insegna management delle collettività locali in Europa. Per LSDP si occupa di urbanistica e delle trasformazioni politiche della Francia.