I paesi alleati che compongono la NATO si sono riuniti il 20 ed il 21 maggio scorso a Chicago in un summit. Questi incontri al vertice sono sempre importanti, poiché sono momenti in cui la NATO, collettivamente, fa il punto della situazione e valuta i nuovi scenari internazionali, stabilendo quindi nuovi obiettivi o adottando nuovi strumenti. A detta dei partecipanti il summit è stato un successo. Ciò non toglie, però, che restino aperte ancora molte questioni, soprattutto per ciò che concerne l’Asia Centrale. Area di fondamentale sostegno strategico alla missione ISAF, quest’area viene citata solo due volte nella Dichiarazione Finale, ed una volta ricade nella più generale categoria di “paesi partner”. Eppure la NATO non potrà permettersi ancora per molto di non investire di più e meglio su un legame che è ancora ben lungi dall’essere profondo e saldo.
L’Asia Centrale è una regione di circa quattro milioni di chilometri quadrati ed è composta da cinque paesi: Kazakistan, Kyrkyzistan, Tajikistan, Turkmenistan ed Uzbekistan, i quali separano due giganti, la Russia e la Cina, e confinano con tre dei paesi più problematici ed instabili del pianeta, sia a livello militare che politico: Afghanistan, Pakistan ed Iran. E’ anche necessario rammentare che gli stessi paesi dell’Asia Centrale continuano a soffrire le conseguenze di una complessa serie di fattori: l’incompiutezza del processo di transizione politica ed economica dal sistema sovietico alla democrazia liberale; il monopolio produttivo e finanziario del settore delle materie prime energetiche; le forti tensioni interetniche ed interreligiose ed, infine, una corruzione massiccia, la quale è abbinata immancabilmente alla presenza di vaste organizzazioni criminali. Tra i paesi citati, il Kazakistan è il leader naturale di questa macroregione, essendo corteggiato sia dalle potenze transatlantiche sia da quelle asiatiche per le proprie abbondanti materie prime energetiche.
La NATO ha forti interessi in Asia Centrale, per i rischi alla sicurezza ed alla stabilità che sono insiti nella regione (come l’addestramento di cellule terroristiche od il traffico di armi e stupefacenti), così come a causa delle ricadute negative (attuali e future) della situazione afgana sull’area. Ciononostante, l’Alleanza Atlantica ha mantenuto con i paesi citati una cooperazione a livello di dialogo all’interno di due cornici, la Partnership for Peace (PfP) e lo Euro-Atlantic Partnership Council (EAPC). Un dialogo stabile nel tempo ha sicuramente portato ad una migliore comprensione reciproca, ma rimane limitato all’ambito della cooperazione militare e della sicurezza, ove i risultati di un certo spessore sono ancora poco numerosi. L’intero approccio NATO alla regione è, dunque, mono-dimensionale. Gli stati centro-asiatici, però, non hanno, all’interno di questa stessa dimensione, un unico interlocutore. Essi, infatti, devono dividere i propri sforzi cooperativi con la Russia, con la quale condividono l’appartenenza al Collective Security Treaty Organization (CSTO), con la Cina, all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e con gli Stati Uniti, all’interno del Northern Distribution Network (NDN), attraverso il quale si trasportano truppe e rifornimenti in Afghanistan. Per ora, i cinque dell’Asia centrale stanno dando maggior peso alle necessità logistiche della missione ISAF, ma rimangono incombenti molte domande su cosa succederà loro ed, ovviamente, all’Afghanistan nel momento in cui le truppe NATO verranno ritirate alla fine del 2014.
Tra due anni la NATO non scomparirà affatto dallo scenario asiatico: non avrà più un ruolo operativo attivo – di combattimento – in Afghanistan, ma resterà comunque nel paese con una funzione di sostegno e di addestramento delle forze nazionali afgane, così come aumenterà la componente civile nel personale stanziato per facilitare la transizione politica, con modalità e tempi stabiliti a Chicago. La presenza transatlantica in Afghanistan, dunque, resterà cospicua per i prossimi cinque – dieci anni. Un simile cambiamento di prospettiva verrà applicato di conseguenza anche all’approccio ai paesi dell’Asia Centrale, verso i quali si stanno orientando ora anche programmi di cooperazione e di assistenza economica, così da favorire la costruzione di infrastrutture e da promuovere gli scambi commerciali reciproci, per lo sviluppo della regione.
Sorgono, a questo proposito, numerosi dubbi sulle reali possibilità di successo di tali programmi a matrice NATO. Le repubbliche dell’Asia Centrale, infatti, pur condividendo lo stesso spazio geografico, hanno tra loro rapporti politici ed economici molto travagliati, quando non apertamente ostili. Al loro interno mancano non solo regimi pienamente democratici (a volte anche solo democratici) ed il conseguente portato di diritti. Mancano sistemi di mercato efficienti e pluralistici, perciò manca l’espressione di un progetto integrato di cooperazione e di sviluppo che sia proprio di tale regione. La maggior parte dei piani che sono in via di attuazione provengono dall’Unione Europea, la quale sembra essere l’unica organizzazione al momento in grado di offrire non solo prospettive serie di sviluppo di lungo periodo, ma anche un substrato politico e di valori su cui poggiare il proprio approccio, che risulta dunque informato e complesso. Non solo: quello europeo è un approccio di basso profilo, meno invasivo e, dunque, concepito come non in aperto contrasto con gli interessi e con i valori degli altri grandi competitors nella regione, Russia in primis. L’Asia Centrale rimane ancora per Mosca il cortile di casa, dove i contratti estrattivi e di trasporto delle materie prime raggiungono quote stellari. Anche gli investimenti fatti da Pechino sono molto cospicui, soprattutto in Kazakistan, dove si alimenta così un’economia di rendita che non lascia molto spazio alla volontà di riformare il sistema di mercato, figuriamoci al desiderio di facilitare i propri scomodi vicini nella competizione economica.
La presenza della NATO nella regione ha una natura legale ed operativa specifica, ed è incentrata sulla questione afgana all’interno di un “grand design” di impronta statunitense. E’ il ruolo dell’Asia Centrale nei piani alleati ad essere, oggi, ambiguo, in quanto ritenuto stesso tempo marginale (una sorta di magazzino) e fondamentale (una via sicura di passaggio ed approvvigionamento). Sono molto ambigui gli obiettivi regionali della NATO post-2014, così come è ambigua l’immagine che la stessa Alleanza sta cercando di proporre in Asia Centrale, passando da security provider a partner commerciale. Al summit di Chicago gli Alleati hanno, in teoria, chiarito le priorità operative nella regione. In realtà, hanno lasciato i partner centro-asiatici in uno strano limbo e la comunità internazionale perplessa sulla natura stessa che l’Alleanza Atlantica vorrà esprimere negli anni a venire, tenendo anche conto delle necessità di bilancio cui neanche la NATO è immune.





































Eleonora Fuser
Nata a Treviso nel 1982, è Social Media Officer presso il PECOB (Portal on Eastern, Central and Balkan Europe). Per LSDP si occupa di NATO, Russia e di geopolitica dello spazio ex-sovietico.