Ancora poche ore e poi, col calcio d’avvio della partita tra Polonia e Grecia, comincerà la quattordicesima edizione del Campionato Europeo di calcio per squadre nazionali. Per la terza volta nelle ultime quattro edizioni l’evento viene co-organizzato da due paesi, Polonia ed Ucraina, e per la prima volta nella sua storia si disputa ad est delle macerie del muro di Berlino.
Tuttavia, è un torneo che nasce già vecchio, ucciso ancora prima di nascere dalla crisi economica.
Facciamo un rapido passo indietro. Aprile 2007, giorno 18, Cardiff (Galles). Michel Platini, da pochi mesi Presidente dell’UEFA, annuncia, non con qualche problema nell’apertura della busta, che l’organizzazione del Campionato Europeo per il 2012 viene assegnata alla candidatura congiunta di Polonia e Ucraina. La loro vittoria è netta, ottenuta già alla prima votazione con otto voti a favore su dodici possibili. Sbaragliata la concorrenza dell’Italia (ebbene sì, ed eravamo pure favoriti) e il binomio Croazia-Ungheria.
La decisione presa dai vertici UEFA sorprende ma non è scandalosa, tranne che per la stampa sportiva italiana, in quanto rientra pienamente nella logica dominante del momento. Allargare il mercato calcistico anche alle realtà minori, conquistare nuovi mercati economici ancora vergini, far crescere il business del pallone nei quattro angoli del continente, e più in grande del globo. Del resto è la stessa filosofia alla base dell’allargamento della Champions League e delle sue successive riforme, oppure dell’assegnazione dei Mondiali di calcio a Cina e Giappone oppure al Sud Africa.
Inoltre sono anche gli anni del boom del modello Barcellona ’92 e della corsa ad ottenere l’assegnazione dei grandi eventi sportivi, e non solo, in quanto pretesto per realizzare una serie di opere infrastrutturali e di servizi di cui la città o la nazione necessitano, senza dimenticare il ritorno in termini di immagine e di pubblicità che si ottiene. Gli Europei volevano dire non solo campi di calcio, ma investimenti in strade e autostrade, nuove strutture ricettive in grado di accogliere il turismo, pioggia di soldi stranieri, nuovi posti di lavoro e la promessa di un boom economico.
Su questa base non sorprendeva che Varsavia e Kiev si fossero impegnate a fondo per ottenere il torneo. L’Ucraina poi, nel 2007, era ancora il paese emergente che cresceva ad un ritmo superiore al 7% annuo, era l’oggetto del contendere tra Unione Europea e Russia mentre gli echi della rivoluzione arancione non si erano ancora del tutto spenti. Anche la Polonia, seppur in quel momento anello debole della coppia, viveva un momento importante. Guidata dai gemelli Kaczynski bramava, infatti, per diventare il paese faro di tutta l’area est europea, in cerca di una terza via che li sottraesse dalla scelta Berlino o Mosca.
Gli Europei erano quindi il grande trampolino di lancio di questi due paesi. La grande occasione per fare il salto tra le realtà economiche continentali. La scusa per rivoltare come un calzino la propria situazione e darsi una nuova immagine e consignarsi ad una nuova realtà. Anche sul piano prettamente calcistico era possibile sognare, soprattutto per l’Ucraina, visto che si vivevano gli anni migliori della generazione guidata da Andriy Shevchenko.
Cinque anni sono tanti, soprattutto se dominati da una crisi economica che ha fatto chiudere i rubinetti e lasciato Varsavia e Kiev con tanti sogni nel cassetto e tanti debiti sul tavolo. Dal 2007 ad oggi i due paesi si sono impegnati in investimenti che ammontano a 25 miliardi di euro per la Polonia e a poco più 13 miliardi per l’Ucraina. Rispettivamente l’1.3% e l’1,7% del loro PIL. Un’esposizione forte che non ha riguardato solo l’impiantistica sportiva ma anche, come detto prima, ferrovie, strade, autostrade, aeroporti ed alberghi. Uno sforzo che alla luce dei fatti potrebbe essere stato il classico passo più lungo della gamba, anche perché finanziato attraverso un forte indebitamento, soprattutto con l’estero. Non a caso pochi giorni fa Reuters dava la notizia che molto difficilmente il governo ucraino sarebbe in grado di saldare gli 11,9 miliardi di euro di debito derivante da obbligazioni emesse al fine di finanziare anche i progetti rientranti nel piano Euro 2012.
Uno sforzo che rischia di non essere compensato neanche da un ritorno soddisfacente. I posti di lavoro creati grazie ad Euro 2012 ammonteranno ad appena 60.000 in Polonia, pari al 0,4% della forza lavoro, mentre in Ucraina si stima che un aumento del 1% sarebbe da considerarsi un risultato storico.
Brutte notizie arrivano anche dal fronte del turismo. Nonostante le autorità polacche proclamino di aspettarsi circa un milione di visitatori nei giorni della competizione, è opinione abbastanza diffusa che il record di 500.000 visite registrate durante Portogallo 2004 dovrebbe dormire sonni tranquilli. Fin dalla presentazione della candidatura le due federazioni hanno contato molto sulla vicinanza con due grossi bacini d’utenza come Germania e Russia, a cui si sommano quelle realtà come Inghilterra, Olanda e i paesi scandinavi che garantiscono da sempre un buon seguito di supporter. In realtà, tolti i russi attesi in gran massa (100.000 biglietti venduti dalla Federazione), tedeschi, olandesi e perfino inglesi sembrano aver snobbato la trasferta nell’est Europa. Ad esempio non più di 30.000 tifosi inglesi dovrebbero fare rotta su Polonia e Ucraina, mentre la federazione ha annunciato di aver venduto appena 7.000 biglietti. Il tutto con buona pace della UEFA che continua tutt’ora a sbandierare ai quattro venti il tutto esaurito per tutte le partite (peccato che nel conteggio finiscano anche i biglietti dati ai vari sponsor e che finiscono per essere distribuiti come ingressi omaggi, premi, promozioni o pacchetti business). Lo scarso riscontro in termini di affluenza è sicuramente imputabile in gran parte alla crisi economica, ma anche alla scarsa immagine che i due paesi sono riusciti a promuovere. Infatti, vi sono notevoli preoccupazioni in termini di sicurezza dei tifosi/turisti stranieri, visto che gli hooligans dei due paesi, in particolare i polacchi, sembrano aspettare anche loro l’evento per poter compiere il “grande salto” nell’Olimpo della violenza da stadio. Ulteriore motivo di scoraggiamento viene dalla stessa organizzazione del torneo, che presenta spostamenti da una partita all’altra nell’ordine di molte centinaia di chilometri.
Ultimo, ma non meno importante, il dato sportivo. Quasi tutte le principali formazioni continentali sono alle prese con un forte ricambio generazionale e vivono, per motivi diversi, un periodo di scarso entusiasmo nei propri paesi (Italia, Inghilterra, Francia, in primis), oppure si trovano alla vigilia della fine di un ciclo (la Svezia). Il campo delle favorite si restringe quindi a tre squadre: Germania, Spagna (ma nessuno ha mai vinto il torneo per due volte consecutive) e Olanda.





































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