Così cantava Giorgio Gaber: “Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda”. Mariano Rajoy ha invece scritto in un SMS al suo ministro Luis de Guindos: ”Aguanta, somos la quarta potencia de Europa, España no es Uganda”.

“Non siamo l’Uganda” e “Non siamo una repubblica delle banane”, quindi, come approdo sicuro delle incertezze nazionali, dopo il più gettonato “Non siamo la Grecia”, non più disponibile. Prima o poi si scriverà una storia di questa lunga crisi – crisi in cui gli stati-nazione giocano un ruolo fondamentale, nel bene (perché nessuna capacità di risoluzione può prescinderne) e nel male – come una storia delle idee degli stereotipi nazionali, delle inimicizie e dei tentativi goffi di riattivare l’orgoglio ferito. Un catalogo di cui fa parte anche l’utilizzo, spesso cinico e con poca sensibilità sociale, della crescita africana come copertura per le previsioni sbagliate dei recenti interventi economici, come nell’intervento di Christine Lagarde sui bambini poveri del Niger, che meritano maggiore considerazione rispetto alla popolazione ateniese. La povertà dei bambini del Niger è reale, ma quando diventa un alibi per non affrontare i problemi europei il suo utilizzo retorico è disonesto.
Come sta in realtà l’Uganda, in cui la blogger Rosebell Kagumire ha lanciato l’hashtag #UgandaIsNotSpain? L’Uganda di oggi non è lo stato della canzone di Gaber e non è soltanto lo stato di Joseph Kony. Il paragone con la Spagna è improponibile, perché si tratta di due nazioni a un diverso grado di sviluppo econ0mico, come mostrano i dati sintetizzati dalla BBC: PIL pro capite spagnolo di 31.800 dollari e ugandese di 1.250, aspettativa di vita rispettivamente di 79 anni per gli uomini e 85 per le donne, e di 54 anni per gli uomini e 55 per le donne, crescita del 5% per l’Uganda e piatta per la Spagna, disoccupazione spagnola al 24% e al 4% in Uganda. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che gli investitori internazionali, nel decidere dove mettere il denaro, paragonano tranquillamente le mele con le pere.
Secondo Calestous Juma, che in The New Harvest ha raccontato l’esperienza dell’ugandese African Rural University, l’insulto spagnolo è un esempio di come l’Europa gestisce – male – le sue relazioni con l’Africa e, aggiunge col sorriso, “visto che gli ugandesi sono gente generosa, dovrebbero condividere qualche banana con il primo ministro spagnolo”. L’orgoglio ugandese è stato sintetizzato da Jackee Batanda su Foreign Policy:
When the world looks at emerging markets, it is the countries like Uganda that offer hope for the future of growth. It is therefore important to correct the perception that Uganda is a lost cause. That’s a long way from the truth. Uganda is a resource-rich country with a vibrant culture. A couple of months ago I produced a photo essay for the Global Press Institute capturing the construction boom in Uganda. Over the last few weeks I’ve blogged about the different steps that Ugandan youth are taking in science and technology. While the only pictures Mr. Rajoy may see on his television in Europe are of a miserable Africa (and I doubt that he gets the real picture from his country’s consulate in Uganda), there is another reality of a progressive Uganda that rarely makes it into the international media.




































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