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maturità 2011

Per il merito, meno appelli d’esame

di Andrea Garnero · 5 Comments · in Welfare e lavoro · 1 giugno 2012

Serve ancora studiare? Se sì, cosa e come? Come legare maggiormente gli studi alle opportunità di lavoro?”. Nell’incontro con il presidente Napolitano di lunedi 28 maggio, queste domande sono state riproposte da più giovani. Pochi giorni prima, invece, Almalaurea pubblicava l’indagine 2012 sul profilo dei laureati. Tre dati basterebbero per rispondere alle domande dell’AREL: nel 2011 l’età media alla laurea magistrale 27.8, il voto medio è stato 108 e il 42% dei laureati magistrali prende 110 e lode.

ANNO E TIPO
2004 2011 2011 2011
primo livello magistrali magistrali
a ciclo unico
Età media alla laurea 27,8 25,7 26,7 27,8
Voto di laurea medio 103 100 104 108
Ritardo all’iscrizione 0,9 1,7 0,5 2,6
Età alla laurea al netto dell’età all’iscrizione 26,8 24,0 26,1 25,2
Indice di ritardo alla laurea 0,65 0,44 0,26 0,27
FONTE: ALMALAUREA

L’età innanzitutto: se ne era già parlato ampiamente dopo la dichiarazione del viceministro Martone secondo il quale chi si laurea a 28 anni è uno sfigato. La media è poco sotto. Ancora più interessante, pero’ è vedere che il ritardo si accumula in triennale: al netto dell’età di iscrizione l’età media di laurea scende a 25 anni. Questo dato fa emergere probabilmente un problema di orientamento iniziale per cui i neo diplomati cambiano facoltà perdendo anni di studio oppure ingranano con difficoltà. Agli studenti oggi non mancano le fonti di informazione, ma forse è necessario investire maggiormente nell’orientamento non solo dei diplomandi, ma anche dei professori.

Ma sono i dati sui voti medi di laurea a colpire: come puo’ ancora servire studiare con impegno se tanto ci si trova di fronte a una tale inflazione di voti? Cosa rappresenta un 110 e lode oggi? Poco o niente ormai. Inoltre, una media del 108 pone seriamente a rischio anche tutti i discorsi sulla meritocrazia. Assegnare le borse di merito al momento è un problema perché il termine di riferimento per valutare il merito è completamente sbilanciato.

Per ridare valore allo studio e soprattutto all’impegno che questo richiede, bisogna ridare valore alla scala di voti da 18 a 30. Serve un cambio culturale (in UK nessuno ha 100/100 e con 70/100 si ha la distinction, cioè la lode; in Francia con 16/20 si ha la lode e nessuno ottiene 20/20)e questo non potrà farlo nei 10 mesi che rimangono. Pero’ puo’ cominciare ad abolire la possibilità di ripetere gli esami ad libitum. Come scrivevano Balduzzi, Monticini e Rizzolli su lavoce.info, “la ripetizione egli esami ha costi alti per gli stessi studenti perché si allunga il percorso di studio, per i docenti che all’esamificio devono dedicare tempo e risorse, e alla fine perché si toglie ogni contenuto informativo al voto di laurea”.

Alcune università o corsi di laurea hanno cominciato ad abolire o disincentivare fortemente la ripetizione degli esami. Ma se rimangono casi isolati rappresentano solo uno handicap per gli studenti che poi sul mercato del lavoro dovranno competere con i colleghi che hanno avuto la possibilità di rifiutare e limare al rialzo il voto di laurea. Lo si deve fare quindi a livello nazionale.

Oppure si devono inserire dei disincentivi: Balduzzi, Monticini e Rizzolli propongono sulla scia di Ichino e Giavazzi di aumentare le tasse universitarie per gli anni fuoricorso. “In questo modo, gli studenti stessi internalizzerebbero i costi di tale pratica e il numero ottimo di appelli emergerebbe come un equilibrio del sistema”.

Oppure, visto che questa proposta non trova consensi dato che le tasse d’iscrizione italiane sono già molto alte a fronte di borse di studio troppo scarse, si potrebbe esportare la pratica di alcune scuole di eccellenza francesi e abbassare il voto massimo negli appelli. Alla Paris School of Economics, per esempio,al secondo appello si puo’ ottenere solo 13/20.

Altri ancora sostengono che la soluzione sia abolire il valore legale del titolo di studio. In questo modo 108, 109, 110 non significherebbero più nulla a vantaggio della sola preparazione effettiva del candidato. E’ un tema delicato che va oltre il problema dell’inflazione dei voti, come Umberto Marengo ha ben spiegato.

Da economista so che l’homo economicus reagisce agli incentivi. Gli studenti italiani non sono sfigati o pigri geneticamente. Semplicemente reagiscono agli incentivi che ricevono e massimizzano le proprie opportunità dato il sistema vigente. Quando ero in Italia ho ripetuto anche io alcuni esami se non ottenevo il voto che volevo. Quando mi sono trovato all’estero, ho dato il massimo a ogni appello sapendo di non poter ripetere.

Ministro Profumo, per ridare un valore allo studio e all’impegno, cominciamo dunque con il limitare il numero di appelli a partire dal prossimo anno accademico.

Tagged with: Almalaurea • lavoro • Profumo • università 
Andrea Garnero
Autore

Andrea Garnero

Nato a Cuneo nel 1986, è economista, attualmente in dottorato presso la Paris School of Economics e l’Université Libre di Bruxelles. Per LSDP si occupa di economia, in particolare di mondo del lavoro, pensioni e politiche sociali.

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  • Eva Vittoria

    Ottimo articolo ! Ho avuto questa discussione a pranzo con un economista dall ‘OCDE e la sua famiglia. Era molto sorpreso che sul cv, tutti i laureati italiani che mandavano le loro applications avessero 110 e lode. Il punto fondamentale pero’ e che bisognerebbe innovare i corsi, il metodo. RIpetere libri e’ una cosa che non fa piu’ nessuno . Capirli dovrebbe essere il vero obiettivo.

  • ada

     ci sono incentivi più profondi e complicati da gestire che il numero di esami. derivano dai criteri per la ripartizione del fondo di finanziamento ordinario degli atenei — che, in breve, penalizzano chi genera fuori corso: http://attiministeriali.miur.it/media/189921/allegati%20_dm%20_n.71_16_04_2012.pdf . la cosa non ha forse effetti evidenti per i corsi e gli atenei che praticano il “cream skimming” degli studenti attraverso il numero chiuso, ma diventa perverso quando le immatricolazioni sono aperte. quindi si dovrebbe cambiare il criterio di finanziamento o istituire il numero chiuso. inutile dire che entrambe le scelte comportano problemi.

  • Umberto Marengo

    Ottimo articolo. L’idea di Giavazzi e Ichino che aumentare le tasse dei fuoricorso creerebbe un empireo equilibrio di sistema ottimale sul numero degli appelli è una colossale stupidaggine.

    Semplicemente sarebbe una selezione regressiva dove chi può permettersi di pagare ripete gli esami all’infinito fino al 110. Dovrebbe essere proprio il contrario, paghi o non paghi l’esame lo puoi sostenere una massimo due volte. L’idea dei fuoricorso andrebbe abolita completamente. Chi è iscritto full time ha un periodo per dare gli esami e oltre quello è fuori, chi lavora si iscrive part-time e da gli esami nel doppio del tempo o con altre timeline ma con un periodo definito. A questo punto ha senso parlare di diritto allo studio e borse. Possono essere 3 o 6 anni ma il periodo deve essere chiaro e il percorso ben delimitato.

  • Michele Schiavina

     Caro Umberto.
    Io ritengo che il compito primario dell’universita’ sia quello di Formare gente capace, secondo un elevato standard di qualita’. Il pezzo di carta che si ottiene alla fine dovrebbe essere una garanzia delle capacita’ tecnico/scientifico/critiche dell’individuo laureato.
    per ottenere questo: l’obiettivo sociale che sta dietro all’idea di universita’, ritengo che il modo migliore sia fissare soglie minime di conoscenza che il candidato deve possedere per superare l’esame. Fino a quando quelle soglie non saranno superate. l’esame non potra’ essere superato, ma la possibilita’ di imparare di piu’ e riprovare il “test di qualita’” non credo vada eliminato.
    E’ evidente da questa idea di universita’, che non sta scritto da nessuna parte che debba essere per tutti.
    Ma la domanda e’ “che alternativa hanno i giovani usciti dal liceo”? Il mondo del lavoro in Italia non e’ pronto ad assorbire tutte quelle persone che, pur non volendo fare un percorso universitario di qualita’, non hanno di che sopravvivere.
    Quindi io penso che piuttosto che minare un sistema di formazione che (pur avendo i suoi problemi) continua a formare delle eccellenze riconosciute a livello internazionale, una possibile alternativa soluzione sia quella di incentivare l’assunzione e la formazione professionale e DISincentivare l’iscrizione all’universita’, rendendo chiaro che tale percorso NON e’ la garanzia di un pezzo di carta qualsivoglia, bensi’ un ben determinato percorso per la FORMAZIONE DI ECCELLENZA.

  • Michele Schiavina

     Sono d’accordo con te. L’FFO si basa su criteri che nulla hanno a che fare con la qualita’ e il fine ultimo della istruzione universitaria.
    Finanziare le universita’ in base al minor numero di studenti “in stazionamento” cosi’ come in base al voto medio di laurea, comporta un grosso disturbo nel funzionamento ideale dell’universita’.

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