Serve ancora studiare? Se sì, cosa e come? Come legare maggiormente gli studi alle opportunità di lavoro?”. Nell’incontro con il presidente Napolitano di lunedi 28 maggio, queste domande sono state riproposte da più giovani. Pochi giorni prima, invece, Almalaurea pubblicava l’indagine 2012 sul profilo dei laureati. Tre dati basterebbero per rispondere alle domande dell’AREL: nel 2011 l’età media alla laurea magistrale 27.8, il voto medio è stato 108 e il 42% dei laureati magistrali prende 110 e lode.
| ANNO E TIPO | ||||
| 2004 | 2011 | 2011 | 2011 | |
| primo livello | magistrali | magistrali | ||
| a ciclo unico | ||||
| Età media alla laurea | 27,8 | 25,7 | 26,7 | 27,8 |
| Voto di laurea medio | 103 | 100 | 104 | 108 |
| Ritardo all’iscrizione | 0,9 | 1,7 | 0,5 | 2,6 |
| Età alla laurea al netto dell’età all’iscrizione | 26,8 | 24,0 | 26,1 | 25,2 |
| Indice di ritardo alla laurea | 0,65 | 0,44 | 0,26 | 0,27 |
| FONTE: ALMALAUREA | ||||
L’età innanzitutto: se ne era già parlato ampiamente dopo la dichiarazione del viceministro Martone secondo il quale chi si laurea a 28 anni è uno sfigato. La media è poco sotto. Ancora più interessante, pero’ è vedere che il ritardo si accumula in triennale: al netto dell’età di iscrizione l’età media di laurea scende a 25 anni. Questo dato fa emergere probabilmente un problema di orientamento iniziale per cui i neo diplomati cambiano facoltà perdendo anni di studio oppure ingranano con difficoltà. Agli studenti oggi non mancano le fonti di informazione, ma forse è necessario investire maggiormente nell’orientamento non solo dei diplomandi, ma anche dei professori.
Ma sono i dati sui voti medi di laurea a colpire: come puo’ ancora servire studiare con impegno se tanto ci si trova di fronte a una tale inflazione di voti? Cosa rappresenta un 110 e lode oggi? Poco o niente ormai. Inoltre, una media del 108 pone seriamente a rischio anche tutti i discorsi sulla meritocrazia. Assegnare le borse di merito al momento è un problema perché il termine di riferimento per valutare il merito è completamente sbilanciato.
Per ridare valore allo studio e soprattutto all’impegno che questo richiede, bisogna ridare valore alla scala di voti da 18 a 30. Serve un cambio culturale (in UK nessuno ha 100/100 e con 70/100 si ha la distinction, cioè la lode; in Francia con 16/20 si ha la lode e nessuno ottiene 20/20)e questo non potrà farlo nei 10 mesi che rimangono. Pero’ puo’ cominciare ad abolire la possibilità di ripetere gli esami ad libitum. Come scrivevano Balduzzi, Monticini e Rizzolli su lavoce.info, “la ripetizione egli esami ha costi alti per gli stessi studenti perché si allunga il percorso di studio, per i docenti che all’esamificio devono dedicare tempo e risorse, e alla fine perché si toglie ogni contenuto informativo al voto di laurea”.
Alcune università o corsi di laurea hanno cominciato ad abolire o disincentivare fortemente la ripetizione degli esami. Ma se rimangono casi isolati rappresentano solo uno handicap per gli studenti che poi sul mercato del lavoro dovranno competere con i colleghi che hanno avuto la possibilità di rifiutare e limare al rialzo il voto di laurea. Lo si deve fare quindi a livello nazionale.
Oppure si devono inserire dei disincentivi: Balduzzi, Monticini e Rizzolli propongono sulla scia di Ichino e Giavazzi di aumentare le tasse universitarie per gli anni fuoricorso. “In questo modo, gli studenti stessi internalizzerebbero i costi di tale pratica e il numero ottimo di appelli emergerebbe come un equilibrio del sistema”.
Oppure, visto che questa proposta non trova consensi dato che le tasse d’iscrizione italiane sono già molto alte a fronte di borse di studio troppo scarse, si potrebbe esportare la pratica di alcune scuole di eccellenza francesi e abbassare il voto massimo negli appelli. Alla Paris School of Economics, per esempio,al secondo appello si puo’ ottenere solo 13/20.
Altri ancora sostengono che la soluzione sia abolire il valore legale del titolo di studio. In questo modo 108, 109, 110 non significherebbero più nulla a vantaggio della sola preparazione effettiva del candidato. E’ un tema delicato che va oltre il problema dell’inflazione dei voti, come Umberto Marengo ha ben spiegato.
Da economista so che l’homo economicus reagisce agli incentivi. Gli studenti italiani non sono sfigati o pigri geneticamente. Semplicemente reagiscono agli incentivi che ricevono e massimizzano le proprie opportunità dato il sistema vigente. Quando ero in Italia ho ripetuto anche io alcuni esami se non ottenevo il voto che volevo. Quando mi sono trovato all’estero, ho dato il massimo a ogni appello sapendo di non poter ripetere.
Ministro Profumo, per ridare un valore allo studio e all’impegno, cominciamo dunque con il limitare il numero di appelli a partire dal prossimo anno accademico.





































Andrea Garnero
Nato a Cuneo nel 1986, è economista, attualmente in dottorato presso la Paris School of Economics e l’Université Libre di Bruxelles. Per LSDP si occupa di economia, in particolare di mondo del lavoro, pensioni e politiche sociali.