Ogni tanto una parte dell’Italia comincia a discutere dei poteri forti. Conosciamo il copione: Monti parla dei poteri forti, Il Corriere della Sera risponde a Monti, Grillo risponde al Financial Times, L’Unità risponde a Scalfari, nel mentre il PIL scende, risale lo spread, le aziende chiudono, stiamo tutti peggio e pensiamo che staremo molto peggio.
In questo contesto una nuova ondata di attenzione su “poteri forti” e “classe dirigente” in Italia può portare a qualcosa? Proviamo a rispondere.
Fare i nomi, non i soprannomi
Il potere è legato a una capacità coercitiva: convincere altri a fare qualcosa. Un potere debole ha una limitata capacità di influenza, un potere forte espande tale capacità. In un contesto democratico, i poteri idealmente emergono come contrappesi chiari e distinti: differenti capacità di influenza si sfidano e portano, in un gioco basato su regole precise, a diverse decisioni politiche e non. La democrazia, tuttavia, si presenta in molti modi. Uno di essi è il sistema che si fonda sul potere di veto, la vetocrazia. In una vetocrazia, il dibattito pubblico si alimenta di nostalgia e benaltrismo. La nostalgia si riferisce sempre a una presunta età dell’oro, da cui si è caduti senza possibilità di redenzione, per colpe altrui. Il benaltrismo critica gli obiettivi sostenendo che il problema sia sempre l’eccessiva debolezza o connivenza con un altro settore (l’esempio classico è l’affermazione “non si sono toccate le banche e le assicurazioni”). In una vetocrazia, il potere forte dispone di un invincibile potere di veto, che riduce il governo a un lungo compromesso che, alla lunga, si può trasformare in agonia. È in questo senso che si può leggere il dramma della classe dirigente italiana, espressione a cui conviene anzitutto dare una definizione, magari a partire dalle parole di Raffaele Mattioli nel 1972:
Tutti coloro che […] abbiano svolto, svolgano o si preparino a svolgere compiti [in grado di] contribuire […] nelle forme e nei settori propri ad ognuno (politico, economico, amministrativo, militare, religioso, culturale, sindacale) a quella che è, di periodo in periodo e ai diversi livelli, la gestione degli affari del Paese.

L’espressione “poteri forti” risente di vaghezza. Il suo richiamo affascinante assomiglia in genere più alla ricerca di un capro espiatorio che a un ragionamento. Per questo motivo, uno degli elementi più interessanti delle ultime riflessioni apparse sul tema riguarda i nomi e i cognomi. Faccio due esempi. Il primo: Linkiesta ha meritoriamente richiamato una vecchia intervista del vicepresidente del consiglio del primo governo Berlusconi, Pinuccio Tatarella. A una domanda specifica sull’identità dei poteri forti, Tatarella non si fa problemi ed elenca:
I poteri forti sono: la Corte Costituzionale, il Csm, Mediobanca, i servizi segreti, la Massoneria, l’Opus Dei, Bankitalia, i gruppi editoriali con le loro intese, la grande industria privata.
Secondo il ragionamento di Tatarella, che però postulava un’improbabile convergenza tra questi attori (l’errore classico di alcune teorie cospiratorie, che non cancella tuttavia il rilievo del tema della “coincidenza di interessi”, studiato da Janine Wedel), l’avvento del “governo della trasparenza” metteva in discussione ogni accordo sotto il banco della dinamica del potere italiano, e allo stesso tempo – in un rinnovato “primato della politica – il meccanismo della cooptazione attraverso cui i poteri riuscivano ad attirare ogni nuovo attore, inglobandolo nel funzionamento di un sistema irriformabile. Il simbolo del vecchio sistema era Enrico Cuccia, ancora vivo e attivo nel 1994. I risultati del nuovo sistema, nonostante la teoria di Cuccia sull’Italia non fosse applicabile nell’era della globalizzazione, sono stati negativi. Il primato della politica sopravvive solo in un mondo fantastico. La nuova Mediobanca ha dato il suo contributo, oltre che a innumerevoli articoli di Dagospia, allo svuotamento di Telecom e a numerose altre operazioni cosiddette “di sistema”, con il risultato plastico dell’incapacità di integrare realmente il quarto capitalismo nel tessuto connettivo del capitalismo italiano, il quale appare sempre più ridotto, in particolare nelle “alte sfere”, a lotte di retrobottega che si concludono con un generico elogio all’export.
La seconda occasione in cui sono stati fatti dei nomi è l’ultimo articolo domenicale di Eugenio Scalfari, che ha provocato una replica del presidente del consiglio. Scalfari attaccava apertamente la continuità della dirigenza con Gianni Letta e Giulio Tremonti (i due diversi referenti nell’amministrazione dello Stato dei governi Berlusconi) e individuava i “poteri forti” nella burocrazia di Stato ben piantata nel cuore del governo attuale. Questo il passaggio, ripreso dallo stesso Monti in una lettera al giornale:
Alcuni ‘poteri forti’ sono insediati fin dall’inizio nella struttura del governo stesso e quelli sì, remano sistematicamente contro la sua politica. Qualche nome per non esser generici: il capo di gabinetto di Palazzo Chigi [in realtà, del ministero dell'Economia e delle finanze], Vincenzo Fortunato; il sottosegretario alla Presidenza, Antonio Catricalà; il ragioniere generale del Tesoro, Mario Canzio, sono certamente abili conoscitori della Pubblica amministrazione, ma hanno un difetto assai grave: sono creature di Gianni Letta (Catricalà) e di Giulio Tremonti (Fortunato, Canzio). Sono sicuramente poteri forti e sono sicuramente contrari alla linea del governo come ogni giorno i loro comportamenti dimostrano.
La burocrazia di Stato che non possiamo permetterci
L’intervento di Scalfari contiene una verità importante, che dovrebbe essere affrontato dai partiti, dai media e dalla cittadinanza con molto più coraggio. Una parte della “tecnica” interpretata dal governo Monti ha fatto capo non tanto ai banchieri e ai professori, al centro della comunicazione per il forte profilo di Elsa Fornero per via della riforma previdenziale (e del suo stesso eccessivo stile retorico) e per la figura di Corrado Passera, banchiere di sistema per le sue operazioni e tuttavia, per una scelta politica, più aperto rispetto alle categorie della celebre intervista di Tatarella. Nella direzione del governo dei professori, i professori sono una minoranza rispetto alla burocrazia di Stato, la galassia che comprende le direzioni generali dei ministeri, gli ambasciatori, i generali e le alte figure delle forze armate, i prefetti, gli eterni capi di gabinetto. Un merito del Movimento Cinque Stelle, a livello locale, è stato quello di allargare la definizione di “casta” a figure come i segretari comunali e i dirigenti sanitari, oltre a puntare l’attenzione sulle cosiddette autorità indipendenti, tema a cui ha contribuito anche la mobilitazione per la candidatura di Stefano Quintarelli e che ha ricevuto una risposta politica del tutto inadeguata. Il circuito delle nomine, ovviamente, si ripercuote nei settori in cui si annida la crescita esponenziale della spesa a responsabilità regionale e non esiste un reale sistema di controllo della competenza attraverso le interrogazioni. Personalmente, ho imparato moltissimo sul sistema giuridico e politico degli Stati Uniti dalle tante interrogazioni che ho letto e ascoltato, che ci risparmierebbero alcuni dei casi più eclatanti di incompetenza e sono anche un’occasione di verifica delle effettive capacità degli eletti.

Esiste quindi una questione aperta in Italia sulla burocrazia di Stato, che riceve meno attenzione delle ricerche più sfavillanti sulla nostra classe dirigente, ma rimane al centro del declino italiano e della nostra incapacità di autoriformarci e di essere nazione. I salari di molte figure che vi appartengono sono un danno per lo Stato, non sono giustificati dai risultati e farebbero gridare vendetta a ogni giovane qualificato al primo, al secondo, al terzo, al decimo impiego, al decimo trasferimento.
Questa situazione è, in sintesi, un mancato investimento nel futuro del Paese, in termini di domanda aggregata e di qualificazione istituzionale e tecnologica. In primis, bisogna ricordare che i giovani attuali, nel Mezzogiorno, hanno in gran parte perso (e perderanno sempre di più) l’enorme bacino occupazionale dello Stato amministrativo, a cui Cassese ha dedicato pagine importanti, e purtroppo si trovano spesso al cospetto di un “attraente” welfare state mafioso. Inoltre, il peso dei salari dirigenziali diminuisce, in molti casi, la stessa necessaria capacità di autoriforma di alcuni settori (penso anche a esteri e difesa) che non sono capaci di interpretare il cambiamento tecnologico.
Quindi, a che cosa serve parlare di poteri forti? Pensare che si debba spacchettare Finmeccanica perché è importante far cassa per pagare gli stipendi di qualche generale è ridicolo. Pensare che arriverà un giorno un tedesco per cambiare la situazione è una sciocchezza. Partiamo da qui.




































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