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Se il lusso va ancora di moda

di Elena Premoli · Leave a Comment · in Economia ed innovazione, Made in Italy · 18 giugno 2012

Lusso, eleganza, made in Italy, creatività. Ne sentiamo troppo spesso parlare e tutta questa retorica ci ha forse un po’stancati. È quindi bello poter sottolineare che il 14 giugno, durante il quarto Luxury Summit svoltosi  presso la sede de Il Sole 24 Ore a Milano, di tutto questo si è parlato, ma a sostegno di contenuti veri.  In fondo è tangibile: la moda italiana sa ancora affascinare, attrarre e conquistare clientela internazionale.

Una platea multiforme e numerosa, addetti ai lavori e non. Tutti  riuniti per una giornata di riflessione su uno dei settori fondamentali per la nostra economia. Si è respirata un’atmosfera di rivalsa, quasi di rabbia, quella grinta e voglia di fare che secondo Antonio De Matteis, AD di Kiton, caratterizza da sempre il carattere italiano. Dalla sua postazione a margine del palcoscenico una giovane giornalista de Il Sole 24 ore smanetta su Twitter per riportare i commenti dei followers. E l’attenzione si sposta su tematiche fondamentali, i giovani, il lavoro, l’export. Mi piace quindi poter sintetizzare qualche spunto per riflettere.

 1. I GIOVANI

Sono essenzialmente quattro gli inviti rivolti ai giovani da parte dei diversi relatori: “lavorate sodo”, “abbiate pazienza”, “vivete il mondo”, “siate veri”. Interessante il progetto della scuola di formazione per sarti promosso da Kiton che ha permesso di abbassare l’età media degli operai dell’azienda a 36 anni (contro i 60/70 della media mondiale).

 2. IL LAVORO

Sul tema l’ha fatta certamente da padrone Brunello Cucinelli, Presidente e AD dell’omonima casa di moda, che con il suo forte intervento ha animato la platea e suscitando autentica approvazione.

“Una ragazza in discoteca, se approcciata da un ragazzo, si vergogna a dire che fa la sarta. Eppure è proprio di questa sapiente manualità che le nostre imprese hanno bisogno”. E ancora: “Occorre riaffermare la dignità del lavoro. Io non consiglierei a mia figlia di fare la sarta per poi guadagnare 950 euro al mese”. E infine: “In questo momento di crisi occorre essere positivi e guardare al futuro a testa alta. Ragazzi, vivete in un secolo d’oro. Cosa temere? I nostri nonni facevano le guerre, mio padre l’operaio. Quando sono nato nel mio paese non c’era nemmeno l’elettricità. Possiamo ancora farcela, ma dobbiamo essere veri, creativi, geniali. Soprattutto, seri”. A chi da Twitter inneggia a Cucinelli Premier subito un monito: “Il poeta che si inventa politico riesce a rovinare sia la politica che la poesia”.

3. LA CINA

La Terra di Mezzo rappresenta uno dei mercati fondamentali, per alcuni il principale mercato di esportazione. Un mercato che cresce in maniera esponenziale, aumentano i ricchi, mutano le esigenze, cambia il gusto. Non è vero che il cinese non ha tradizioni e acquista con indifferenza. C’è una cultura del lusso in Cina ed è sinonimo di seta, giada, arte contemporanea che si ispira alla shufa, la disciplina della scrittura. Come si inserisce la moda e il made in Italy tra questi concetti? Sicuramente il marchio riconosciuto e agognato attira ancora, ma è la qualità che paga sempre di più.

Il ricco cinese del 2012 viaggia, vede, impara a identificare degli stili e a riconoscere il valore di un pezzo. Il piano quinquennale lanciato nel 2011 fornisce degli indirizzi fondamentali per la crescita del Paese, che individui e imprese cinesi rispettano. Occorre aumentare la domanda interna e alimentarla con import di prodotti d’alta fascia, occorrono maggiori investimenti per far crescere le aziende, occorre acquisire tecnologia e affermare una presenza forte di cinesi fuori dai confini nazionali. A conseguenza di questi indirizzi si sta assistendo a nuovi fenomeni, legati alle dinamiche della filiera moda, che sicuramente porteranno nei prossimi anni a cambiamenti notevoli, che anche le aziende italiane interessate al consumatore cinese dovranno tenere sotto stretta osservazione.

  1. Innanzitutto i ricchi cinesi amano comprare fuori dalla Cina (godendo quindi del tax free). Lo sviluppo retail deve dunque essere studiato con strategia per affermare da una parte la visibilità e la forza del marchio, dall’altra per stuzzicare il cliente a ricercare un determinato prodotto che, se di lusso si tratta, non deve essere alla portata di tutti.
  2. I cinesi non amano solo copiare, ma anche inventarsi. Il made in Italy deve affermare in fretta i suoi spazi e i suoi valori perché “giovani stilisti cinesi crescono” e vengono a formarsi in casa nostra per lanciare nuove linee che coniughino alla perfezione gusto occidentale e tradizione orientale.
  3. Moltissime aziende cinesi stanno acquisendo brand italiani o stringono accordi di cooperazione per perfezionarsi nelle loro attuali debolezze: le campagne pubblicitarie e di marketing, il design dei prodotti, la qualità dei processi produttivi.

Pillole di moda, Italia, Cina per uscire dalla crisi. Necessità di politiche forti a sostegno del settore. La voglia di affermare tradizioni e artigianalità antiche su tagli d’abiti moderni, la manualità sapiente che va a perdersi, le speranze dei giovani da alimentare, le dinamiche dei mercati lontani da riconoscere in fretta per non farsi sorprendere. Tuttavia, una grande certezza per il comparto si può trarre da questa giornata di dibattito e approfondimento: coraggio Italia, il lusso andrà sempre di moda.

Tagged with: Cina • imprenditorialità • made in Italy • moda 
Elena Premoli
Autore

Elena Premoli

Nata a Varese nel 1986, è sviluppatrice marketing per GBPA Architects, uno studio d’architettura internazionale con sedi a Milano e Pechino. Per LSDP si occupa delle trasformazioni della società cinese e di strategie di promozione del Made in Italy in Cina.

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