Nell’ottobre 2011 Olaf Cramme scriveva che, in caso di sopravvivenza dell’euro nel breve periodo, vi sarebbe stato un inevitabile approfondimento dell’integrazione politica ed economica. Questo processo avrebbe diviso lo spazio politico tra un mainstream (popolare e socialista) di supporto e le voci radicali e populiste di opposizione.
Il sottinteso è che il mainstream sia uno spazio naturalmente maggioritario. In realtà, al di là dei nuovi equilibri tra popolari e socialisti, questa visione non considera a dovere due tendenze contraddittorie che mettono in questione la democrazia in Europa: volatilità e pianificazione.
1.
La politica sta cambiando il suo rapporto con il fattore tempo, che da sempre la determina, dato che “è in rapporto al tempo che l’interesse varia e questa è la grande variabile di tutti i sistemi politici” (G. Miglio, Lezioni di Politica). Parlare di accelerazione ormai non basta: la politica è diventata volatile, sottoposta a vendite allo scoperto e ad high frequency trading. Sono richiesti risultati immediati (l’algoritmo della spending review), mentre avanza la crisi della rappresentanza. Nella sintesi di Francesco De Collibus: “in un mondo in cui puoi distruggere un ristorante con una recensione su Trip Advisor come puoi ancora pensare di votare una volta ogni cinque anni e basta?”. Secondo Beppe Grillo, ormai anche la decisione “politica” per eccellenza abbandona per necessità le segrete stanze degli arcana imperii per incarnarsi nella democrazia del clic: “Con un clic io decido se fare la guerra, non fare la guerra, se uscire dalla NATO, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria” (25 gennaio 2012).

La volatilità, paradossalmente, rallenta la volontà delle istituzioni di rispondere alle sfide della democrazia digitale, perché hanno paura di essere spazzate via.
La volatilità porta a prendere tempo, come avviene con i continui annunci dei summit internazionali, in cui l’elemento più importante è sempre il richiamo al summit successivo, e allo stesso tempo, mette in crisi i supposti consensi maggioritari. Anzitutto per un motivo materiale: se uno ha vissuto dieci anni di decrescita economica, e gli si prospetta un periodo indefinito di decrescita economica nel peggiore dei mondi possibili, il suo orizzonte esistenziale non è esattamente la moderazione.
La volatilità trasmuta in fretta i valori, perché conosce solo catastrofi o paradisi. Durante la trasmissione PiazzaPulita, Mario Monti ha definito Nuova Democrazia e Pasok “i due partiti maggiori e responsabili”, evidenziando le sue preferenze sul risultato delle elezioni greche. Certo, in Italia il termine “responsabilità” non è diventato particolarmente onorevole, ma egli si rivolgeva in ogni caso a formazioni che hanno un carattere semiereditario e che hanno governato il disastro greco. La volatilità, dall’altro lato, impone ai commentatori di salire sul carro di Syriza, che all’improvviso diventa la fiaccola dell’illuminismo europeo, dello stato di diritto, di Keynes, di Omero e Afrodite.
2.
Alla crescente importanza della volatilità si affianca la forza della pianificazione. Dopo la disgregazione dell’impero sovietico, chiunque avesse detto che di lì a vent’anni l’espressione “piano quinquennale” sarebbe stata usata in senso elogiativo negli Stati Uniti, sarebbe stato considerato un imbecille. Invece, l’investitore libertario Peter Thiel, nel tracciare una diagnosi dei problemi del rallentamento tecnologico globale, ha osservato come gli Stati Uniti abbiano un governo pesante senza “piano quinquennale”, e cioè privo di una prospettiva di lungo periodo da perseguire, se necessario, in direzione ostinata e contraria. In teoria, chi ha un governo stabile per un orizzonte temporale decente (dieci anni) pianifica meglio di chi vive in campagne elettorali permanenti, e la pratica spesso conferma. Tutti vogliono pianificare per evolversi: la cultura della trimestrale rimane, ma alcune delle risorse delle trimestrali sono investite in piani. Migliaia di documenti stilati dai forum e dalle società di consulenza, per fare soldi, cercano di proiettare i loro clienti al 2015, al 2020, al 2030, talvolta al 2050. Ogni sottoufficio di sottogoverno ha la sua Agenda per i vari lustri. La maggior parte di questi documenti non diventano niente e vagano in un oceano di PDF che nemmeno il Funes di Borges potrebbe ricordare, perché morirebbe di noia.

Solo uno di essi, a ben vedere, ha avuto una fortuna smisurata nella politica europea: l’Agenda 2010 di Gerhard Schröder. Gli altri, davanti alla miseria dei loro risultati, possono consolarsi insultando Schröder per Gazprom, ma ciò non cambia la misura dei loro insuccessi. L’ex Cancelliere tedesco un mese fa ha ricordato le sue parole nel 2003:
O ci modernizziamo, come un’economia sociale di mercato, o saranno gli altri a modernizzarci, e le forze incontrollate dei mercati cancelleranno l’elemento sociale.
Amen. Ha poi aggiunto, rivolto al pubblico belga:
Mi avete invitato a parlare delle riforme dell’Agenda 2010 e di quello che abbiamo imparato. Ne sono molto felice, ma non vi darò consigli su quello che dovete fare in Belgio. In particolare, non è compito mio dire se alcune misure specifiche, in particolare le nostre riforme sul mercato del lavoro, possano essere applicate qui. Sono cose che dovete decidere voi.
Esiste anche una pianificazione fallimentare, che rischia di essere spazzata via tanto dai suoi difetti quanto dalla forza della volatilità. L’entità campione delle agende superflue è l’Unione Europea, tra obiettivi palesemente irraggiungibili per i “dannati” meridionali e assenza di autocritica per le maggiori bufale, come “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010”. Che fare?
La verità è che le istituzioni europee hanno contribuito più che altro a rafforzare il risentimento di molti cittadini per i partiti, i parlamenti ed i governi. Dove sia la risposta non è sicuro. Certo molti guarderanno piuttosto ai loro Stati nazionali che ad istanze lontane.
La risposta è incerta anche a quindici anni da queste parole di Ralf Dahrendorf (Warum EUropa?), ma in ogni caso gli attori politici, per sopravvivere al presente, dovranno cercare di “quadrare il cerchio” della volatilità e della pianificazione.




































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