L’11 Giugno 1984 si spegneva a Padova Enrico Berlinguer, colpito da un ictus mentre tentava con tutte le forze rimastogli di completare il suo comizio in Piazza dei Frutti. 28 anni dopo quell’avvenimento drammatico e struggente, Enrico Berlinguer viene ricordato su Facebook da una tempesta di immagini, frasi e video che lo ricordano, lo osannano, lo idolatrano come un mito immortale, una leggenda oltre il tempo e lo spazio.
Facebook si rivela essere un vero catalizzatore di onorificenze ai defunti più o meno celebri. A questo proposito vorrei citare un passo della prefazione di Luca Sofri alla Graphic Novel ‘Lo zen di Steve Jobs’:
Da molti anni ormai la costruzione di santuari informativi intorno alla scomparsa dei grandi personaggi è uno dei meccanismi di cui si compone la grande tendenza al sensazionalismo, all’enfasi, alla fiction, che declina il lavoro dei grandi media in tutto il mondo.
Ogni fenomeno sociale che superi una certa massa critica (e ciò che accade in un social network lo è) scatena l’avvento del suo fenomeno uguale e contrario: in opposizione alle celebrazioni del mito Steve Jobs si sono scatenati gli “anti Steve Jobs” con i loro post che dimostravano “incontrovertibilmente” i difetti (se non le vere e proprie malefatte) del Genio di Cupertino. L’anniversario della scomparsa del “Dolce Enrico” non è stato risparmiato da questa evoluzione dicotomica tra “fedeli ed infedeli”. Ecco quindi comparire post dove i detrattori di Berlinguer (o meglio di chi lo idolatra), argomentano il loro disappunto. A prescindere da chi sia l’oggetto dell’idolatria “facebookiana”: da Steve Jobs, a Che Guevara, da Padre Pio, a Osho, Enrico Berlinguer, qualunque tentativo di scalfire la loro immagine sarà del tutto vana. Berlinguer é ormai un simbolo, un’icona, ed il processo di iconizzazione elimina ogni lato negativo generando un ricordo distorto, irreale, metafisico, simbolico appunto. Chi osanna Berlinguer osanna un simbolo di rettitudine, di onestà, di abnegazione, aldilà della sua reale concretizzazione storica ed umana. Questo fenomeno è successo e succederà ancora, come umani ne abbiamo bisogno, viviamo di narrazioni e sulle narrazioni.
Vi sono degli elementi in comune nella storia di Steve Jobs e di Enrico Berlinguer, sono gli elementi che concorrono a generare il terreno del processo di deificazione: qualità personali fuori dal comune, sacrificio per una causa, ma anche malattia, il corpo che mostra i segni della malattia, ma si staglia ancora eretto sul palco/altare: come per il discorso di Padova allo stremo delle forze per Berlinguer, la scheletrica magrezza di Jobs alla presentazione dell’Ipad2. Per Berlinguer abbiamo visto un funerale oceanico, uno addirittura globale per Jobs.
Sono tutti elementi che in maniera chiara rendono comprensibilissima la sua trasformazione da uomo, mortale e fallace, in simbolo deificato, icona perfetta, infallibile e immortale. Per questo il tentativo di razionalizzare cercando di decostruire un simbolo utilizzando come un maglio la realtà storica decontestualizzata non avrà mai alcun effetto, grazie all’impenetrabile armatura dorata (si, come quella dei cavalieri dello zodiaco) che l’intera società dona ai propri miti. Non intendo affermare che questo renda impossibile far crescere una memoria storica basata su una verità storiografica, ma credere di poter generare una diffusa coscienza razionale e iper-illuminista nella massa attraverso un social network è un’idea ancora più assurda della speranza di chi pensava di utilizzare il mezzo televisivo per scopi educativi di massa. Soprattutto se come azione per raggiungere questo scopo si sceglie di contrapporsi razionalmente a chi ha già eretto (la maggior parte delle volte in maniera inconscia) dei personaggi a miti, a simboli, a icone.
Solo chi ha il dono del dubbio e dell’approfondimento, e riuscirà per motivi personali a mantenere un distacco emotivo tale da non venire coinvolto nei meccanismi irrazionali di mitizzazione saprà cercare, approfondire e leggere. Saprà che la storia difficilmente coincide con la narrazione simbolica dei miti.
Solo coloro che si solo presi la briga di leggere (non solo comprare) la biografia di Jobs sanno che tipo disturbato e ossessionato fosse quel genio del signor Jobs. Molti di quelli che lo osannano probabilmente non avrebbero resistito pochi minuti al suo fianco, se non altro per l’odore che emanava convinto com’era che la sua dieta a base di frutta e verdura lo esentasse dal lavarsi frequentemente. Questo non lo rende meno geniale, né lo priva dei suoi meriti, ovviamente.
Bisogna saper distinguere il contenuto del suo discorso alla Stanford University, mitigato da tutte le informazioni razionali e reali sul conto di Jobs, dall’effetto che la sua semplice frase “stay hungry, stay foolish” scatenò nella mente e nei cuori di tanti giovani in tutto il mondo. Accettare che la verità non sarà mai completamente di dominio pubblico e che questa condizione di illuminazione globale non si potrà certo raggiungere con i social network, è un piccolo segreto per vivere meglio.





































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